Il Jihad, l’Europa e la serie tv Crossing lines (che spiega quasi tutto)
Che cosa manca a Barcellona, a Parigi, Roma, Berlino eccetera
Ogni volta che accade quel che è accaduto alcuni giorni fa Barcellona, mentre leggiamo scorati nelle cronache dei quotidiani di spostamenti dei presunti terroristi tra una capitale e l’altra della nostra preoccupata Europa, del tizio che era stato fermato o addirittura arrestato nel tal paese ma poi…, ritorna una riflessione: ma quanto ci metteranno i paesi europei, anzi, i governi europei — perché i cittadini l’hanno già capito eccome — a comprendere e accettare il fatto che o mettono a fattor comune le loro conoscenze, le loro informazioni d’intelligence, le loro forze dell’ordine, o non sconfiggeremo mai questa forma pulviscolare ma allo stesso tempo reticolare di terrorismo?

Oppure possono fare così, i nostri leader europei: trovarsi in uno dei prossimi (tanti, ormai, purtroppo) summit d’emergenza, quelli che di solito portano a una bella photo opportunity tutti assieme, poi a mille diverse sfumature da tenere in considerazione per la stesura dell’augusto comunicato finale e a quasi un nulla di fatto in termini di condivisione di sforzi, forse e informazioni, ecco, possono i nostri leader europei trovarsi e assieme guardare le dieci, dico dieci puntate della prima stagione— io sono alle settima, le stagioni invece sono tre — di Crossing lines. Basta anche soltanto la prima stagione per capire il messaggio.
La si può vedere su Netflix e la si deve guardare per capire di Europa. La trama è semplicissima, fin banale. Un gruppo di poliziotti di diversi paesi si riunisce in un team speciale che, sotto l’ombrello dell’International Criminal Court, indaga e risolve casi che si sviluppano tra più paesi. Efferati. Spesso terroristici. Sono giochi criminali senza frontiere? Dunque serve una polizia senza frontiere.
Praticamente, nella serie televisiva, e forse qualcosa di simile accade anche nella realtà, sono i singoli che negli interstizi di una legislazione lasca provano a creare quella polizia comune che i paesi, i governi, faticano a creare. Sono i singoli che decidono di collaborare superando le frontiere, andando oltre i propri rispettivi corpi di appartenenza. Hanno tesserini differenti, obiettivi comuni. Sono i singoli che decidono di parlare la stessa lingua, ognuno con i propri problemi particolari, ma tutti capaci di affrontare e risolvere il problema comune, il grande problema comune. Che poi questo non serva anche a risolvere i singoli problemi individuali? Già, già. Intanto risolvere il grande problema comune — nel caso di specie — garantirebbe il fatto di sopravvivere almeno quel tanto che permette poi poter affrontare i singoli problemi particolari. Bella lezione che arriva da una serie tv. Utile.
Certo, nella realtà ci sono le Interpol e via dicendo; certo, passi avanti sono stati fatti; certo, qualcosa gli 007 dei vari paesi condividono; certo le polizie iniziano a collaborare. Però per esempio non esiste una procura comune europea (il governo italiano si batte per averla), non c’è un diritto penale europeo, non c’è una forza specifica anti-terrorismo comune, non c’è un esercito comune, eccetera.
Come non saremo mai del tutto europei finché non avremo un campionato di calcio europeo, così non saremo mai del tutto al sicuro come europei finché permetteremo ai terroristi come ai criminali più feroci di avvantaggiarsi delle nostre libertà — di movimento — e delle nostre debolezze politiche — nel creare una forza di sicurezza comune.

In Crossing lines — da vedere anche soltanto per la presenza di Donald Sutherland, ma c’è di più, credetemi, c’è di più — il tutto avviene un po’ di nascosto, diciamo di soppiatto; un po’ informalmente, diciamo ai confini delle procedure e delle burocrazie; ma è la logica del passo dopo passo, del fatto compiuto che porta a trovare, a creare un gruppo di persone che mette assieme talenti e informazioni per fermare i cattivi. Il fatto compiuto spesso funziona nella vita, figuriamoci in politica o in tv…
Perché se i cattivi mettono assieme “talenti” e informazioni, altrettanto — è fin ovvio — devono fare i buoni. “L’unione fa la forza”, in questo caso, non è uno slogan, è una condizione indispensabile, necessaria alla sopravvivenza delle nostre esistenze e delle nostre libertà.
Se l’Europa è la nostra casa comune, non possiamo avere più custodi che magari litigano tra loro mentre i vandali ci distruggono l’abitazione, i ladri rubano, i terroristi uccidono. Prima i nostri leader europei lo capiranno, prima i nemici delle nostre società inizieranno ad avere davvero paura. E se poi anche le politiche di prevenzione fossero comuni, beh, allora sì che saremmo a buon punto. Speriamo sia presto.
