Brescia. Gennaio 2015

Due tracce d’Italia, in questi giorni, si espandono forti oltre il nostro confine. Sono un video e una canzone. E portano con sé due visioni radicali e opposte della nostra identità nazionale. Un video e una canzone: il primo del tutto volontario, la seconda accidentale e persino misteriosa nelle dinamiche geografiche del suo successo. Il primo è “The Extraordinary Commonplace”, dono del Ministero per lo Sviluppo Economico. E qui siamo una nazione operosa, orgogliosa, perfettamente compresa nei binari dell’Occidente (inglese, impresa, innovazione, ottimismo, concorrenza), seppure con un suo carattere leggero e qualche vizio di cui ci compiacciamo — e che a Davos, per qualche tempo, sono ancora disposti a perdonarci. La seconda traccia sono le note e parole di “Bella Ciao”, le quali in un montaggio sbalorditivo riecheggiano in sequenza — storpiate e sincere — attraverso le scene più turbolente del mondo. Parigi dopo Charlie Hebdo, Istanbul, Kobane, le capitali della primavera araba… persino Hong Kong: e soprattutto la Atene di Tsipras. E qui l’Italia si stacca dal mondo anglosassone e si aggancia luminosamente al Mediterraneo, alle sue democrazie vacillanti, alla ribellione la cui violenza si assolve in una vaga speranza di bellezza e umanità, a un socialismo annacquato, alla religione da conservare, ai rituali conformisti di una folla che aspira, forse senza crudeltà (ma questo conta qualcosa?), a staccare la democrazia dal liberalismo. Io guardo entrambi con la mente piena di Russia, e anche se in questi giorni abito in Italia, tra italiani che camminano in strade strette e vecchie, al richiamo di entrambi non posso che ugualmente commuovermi in uno scatto. Eppure già so che la mia nazione non esiste se non così: in appelli caldi e contraddittori a cui altri sono chiamati a dare risposta. Perché non è per noi quel lusso che sempre più dovremo produrre e di cui oggi ci vantiamo a Davos: ad altri appartengono gli yacht e i cibi di Expo. Così nel frattempo ascolto Tsipras senza davvero distinguere, speranzoso e scettico, e sogno Genova Napoli Palermo Tunisi, vagheggiando le frasi familiari del Sabir. Ma so bene che non avrò mai più voce per pronunciare “Bella Ciao” in un coro di città italiana. A volte il passato si ingarbuglia e rifiuta di sciogliersi. E di quel nodo io non voglio essere complice, a costo di rinnegare tutto. Soltanto se un giorno dovessi solcare la piazza furiosa di un paese lontano, potrei tornare a cantare quei versi. Ignorando la causa locale, senza ambire a risolvere la nostra.

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