Genova. Ottobre 2014

Accade più spesso di quanto pensiamo. Di solito in estate, oppure in autunno. Da quasi mezzo secolo, all’incirca una volta ogni due o tre anni, la città di Genova viene colpita da un’alluvione, e stravolta. Le fotografie delle sue strade invase d’acqua, o dei cumuli di automobili trascinati sui crocicchi, ci raggiungono in ogni angolo d’Europa.

Si potrebbe credere che siamo abituati, alle immagini di città allagate. Perché mai dovremmo ancora sorprenderci, dopo aver osservato il passaggio dell’uragano Sandy a Manhattan? Eppure quel che succede a Genova ha qualcosa di straordinario. Non perché in questo luogo un’inondazione debba essere più drammatica che altrove, ma perché il primo porto d’Italia, filtrato attraverso la raffigurazione dei disastri ambientali, ci trasmette una visione unica sull’identità dello spazio urbano.

Proviamo a passare in rassegna la documentazione delle ultime catastrofi, quelle di ottobre 2014 e novembre 2011. Troveremo, in sequenze visive come questa, ben poche tracce di quella trasfigurazione orizzontale che ovunque al mondo segue a un allagamento. Il tessuto di Genova non viene trasformato in una distesa liquida, punteggiata da isolotti antropici. A essere scombinate sono infatti le gerarchie verticali.

Ma restiamo su quelle fotografie. Ci imbatteremo in automobili inerpicate sulle scalinate. Vicoli rimasti senza cielo. Voragini in cui affogano interi veicoli, giusto accanto a un marciapiede asciutto. Pendii congestionati di edifici. Fiumi tombati che sfondano l’asfalto. Cascate. Case di campagna appoggiate a viadotti alti come grattacieli. Per l’occhio straniero non esiste insomma alcuna soluzione di continuità tra gli elementi sconvolti dal diluvio e la quotidiana ossatura urbana locale. Se l’incoerenza dell’ambiente preesiste all’alluvione, quel che l’alluvione finisce per fare — per paradosso — è esaltarne il carattere. La quinta di cemento che abbraccia il disastro arriva a restituire a Genova una dimensione specifica, insieme solenne e perversa. Ogni straripamento dei torrenti genovesi reclama l’esistenza, altrimenti non esposta, di intere sezioni della città.

Qualche mese fa è uscito uno strano libro di fotografie. Si intitola “In un’altra parte della città”, ed è curato da Paolo Caredda per l’editrice milanese ISBN. Non si tratta di un’inchiesta sulla speculazione edilizia, nè di un saggio dedicato alle nostre storture urbane. È soltanto una raccolta di vecchie cartoline. Cartoline, ad essere sinceri, piuttosto scadenti. Sia tecnicamente, sia esteticamente. Le cartoline di “In un’altra parte della città” non riproducono località d’arte, o le capitali marittime del neonato turismo di massa. Sono invece dedicate ai quartieri figli del miracolo economico. Si tratta di cartoline nate per celebrare i sobborghi: in alcuni casi, gli stessi che negli ultimi autunni liguri si trovano ad affogare.

Dai primi anni Sessanta ai tardi Settanta, l’ottimismo di un paese in tumultuosa crescita aveva dato vita a un’iniziativa commerciale che oggi appare ai limiti dell’assurdo (e che andò in scena, presumo, anche altrove in Europa). Poco importa se in via Gaulli, a nord del centro storico della Superba, una “società [immobiliare] romana aveva cercato di incastonare nel fianco della collina cinque palazzi invece di quattro”, tanto che — ricorda il genovese Caredda — “uno crollò subito, il monte si spaccò in due”. Dai balconi del civico 9/11, in un giorno di sole, fu confezionata una cartolina. Come anche da piazza Guicciardini, via Monticelli, e decine di altri toponimi municipali.

Oggi vorremmo liquidare quegli edifici come monumenti alla mancanza di scrupoli di costruttori e amministratori, o al meglio come il lascito spericolato di una metropoli nata a dispetto di un territorio ostile. Ma allora contava anche un’altra cosa, di quelle torri residenziali: erano nuove. “Oggi questi palazzi sembrano grigi, ma allora il cemento scintillava. Non abbiamo molti documenti su questo modo di vedere la città”, scrive Caredda accanto a una dedica da Quezzi, quartiere segnato nelle mappe comunali genovesi come una tra le zone più a rischio alluvione (è stato eretto sopra a un torrente sepolto).

Da decenni, chi abita in quei rioni è cosciente di rischiare la vita, ad ogni pioggia torrenziale. Ma per qualche tempo, quelle abitazioni sfortunate incarnarono anche sentimenti di speranza. Sentimenti così comuni che qualcuno aveva iniziato a chiedersi come sfruttarli economicamente. Ad avere l’intuizione erano stati i tipografi. Questa l’idea: fabbricare segni tangibili in cui le famiglie da poco inurbate potessero riflettere il loro orgoglio. A questo punto entravano in gioco altri soggetti: i fotografi viaggiatori, i tabaccai di quartiere. Questi ultimi instradavano i primi verso le postazioni dalle quali ottenere i migliori scatti. E se a disposizione c’era un po’ di denaro, si poteva persino noleggiare un ultraleggero, e immortalare il panorama dall’alto.

Dopo qualche ritocco cromatico manuale (per ravvivare intonaci spenti, cieli grigi, o passanti malvestiti) si andava in stampa, con tirature tra le 5 e 10 mila copie. Uno sproposito, per la marginale bellezza di un cavalcavia a Taranto, o di condomini a Bresso, Mirafiori, Fontanafredda e Zingonia? Forse. Ma sappiamo per certo che per anni quegli articoli continuarono a restare sul mercato, a dimostrazione di uno sforzo imprenditoriale non senza fondamento. Abbiamo anche esempi di cartoline effettivamente acquistate e spedite ad amici o parenti. Qualcuno impugnava un pennarello e segnava con una freccia la finestra di casa propria. Altri, imbucando nella buca delle lettere sagome di cupi macchinari dalle industrie del porto, nello spazio sul retro lasciavano scritto: “Pensandoti caramente”.

Quello che colpisce è poi la natura dei soggetti ritratti. Tra ritrovamenti grotteschi e scorci di spudorate speculazioni, talvolta si incappa in realizzazioni moderniste, dal Forte Quezzi di Genova al Gratosoglio milanese. Così, nelle settimane in cui una mostra al Barbican di Londra celebra i vertici della fotografia d’architettura nel ventesimo secolo, interrogandosi sull’ambiguità di un mezzo diviso tra critica sociale e strumento di pubbliche relazioni, possiamo qui fantasticare su una temporanea coincidenza tra gusto (e senso degli affari) popolare e mondo del progetto.

Surreali e morbose, queste cartoline riproducono una prospettiva sulla città allo stesso tempo ingenua e rapace. A svolgere quella funzione ci sono oggi le rappresentazioni giornalistiche delle alluvioni, rara testimonianza collettiva (oltre alle visioni di Google Street View) di un certo tipo di paesaggio che a tutti gli effetti è l’Italia. Anche se nessuno spedisce più cartoline, avremo sempre bisogno di immagini in arrivo da un’altra parte della città. Per recuperare, nelle parole di Edwin Heathcote, una visione dell’architettura capace di turbarci, e ricordarci “la mortalità” — la fragilità fisica — “delle nostre città e della nostra cultura”.

da http://www.domusweb.it/it/opinioni/2014/10/29/cartoline_da_genova.html

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