Istanbul. Febbraio 2015

Credevi di trovare rifugio in un inverno mediterraneo, ma la latitudine ti ha ingannato. Soltanto pochi chilometri di terra, sul Corno d’Oro, ti separano dalla porta d’ingresso del Nord. Basta infatti affacciarsi sul mar Nero, al capo del Bosforo, ed è già come poter sentire Odessa sulla sponda opposta, dove inizia l’immensa piana dell’Oriente d’Europa. Il vento non trova ostacoli nella sua discesa sull’acqua, e quando arriva a destinazione, scuotendo strade e colline e minareti, parla una lingua che dice ancora di Russia. Così quando un pomeriggio ti trovi finalmente a scorgere tracce di Palermo e dei suoi rioni più sfasciati, succede sì in un passaggio di robivecchi e vetrine cascanti, ma anche, e qui il compiacimento per la coerenza urbana delle due civiltà religiose non può che sfaldarsi, nel mezzo di una tempesta di neve. Per un giorno intero di bufera, l’ultimo quartiere povero rimasto nel centro di Istanbul piomberà nel blackout.

Sotto il Tarlabaşı boulevard ci sono interi isolati di case abbandonate, che portano le stigmate universali dei fuochi dolosi. Sono scheletri e piloni di calcestruzzo attraversati da scure striature verticali, con facciate cave e piene d’ombra. Eppure c’è un rigore in quelle sagome, quasi una solennità. A vederle di notte, le si potrebbe scambiare per i capolavori di un’architettura indesiderabile, insieme astratta e violenta. Le circondano segni di saccheggio, spazzatura, graffiti non addomesticati, mentre sui pochi davanzali ancora integri riposano gatti morbidi e diffidenti. Accanto ai palazzi bruciati, si costruiscono condomini lisci e costosi.

Più di ogni altra cosa, i declivi. Esageratamente scoscesa e incostante, la topografia di Istanbul sembra non tenere in alcun conto la presenza finale del mare. Dove sulla mappa prevedevi una salita, ci trovi una discesa: per giunta così ripida da temere per i tuoi passi. Nella pioggia intensa i pendii si trasformano in fiumare, che mentre scendono si allontano dalla costa. Quando infine il Bosforo appare, in fondo a una scalinata tanto malconcia e sincopata da lasciarti insieme svagato e furioso (quando invece di un gradino trovi una voragine, o comunque un altro gradino ma tre volte più alto di quello precedente, o altri ingombri come i tavoli abusivi di una lokanta, o una distesa di stivali fangosi di uomini in preghiera, o due cani fratelli che ringhiano su un materasso), sei quasi deluso che la città si sia risolta a ricongiungersi all’acqua in un modo così convenzionale, e non piuttosto da sotto.

Finalmente a Galata arrivi al museo Salt e scendi nei sotterranei dove si conserva la storia della Banca Imperiale Ottomana. E qui trovi in un solo luogo, silenzioso e vellutato, tutto quello che libri e lezioni di politica ed economia non ti hanno mai dato con tanta compiutezza e splendore. Ecco cosa davvero è stata l’alternativa allo Stato Nazione. Con la sua liturgia e la sua burocrazia, ed ogni cosa ora andata fuori corso. I simboli di quella ricchezza, banconote e obbligazioni tradotte in quattro lingue, sono appesi su cavi sottili, come calzini lasciati ad asciugare. Ci sono ritratti di correntisti giardinieri avvocati o commercianti. Sequenze di abiti e baffi delle minoranze brillanti e oppresse. Nelle mappe eccentriche dell’Impero, la mancanza dei confini fa svettare le città.

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