La città personale. Aprile 2015

E’ uscito, sulla New York Review of Books, un articolo dedicato a Joseph Mitchell (1908–1966), scrittore e giornalista del New Yorker, per decenni acclamato per la sua capacità di sondare la vita della metropoli e scovarne i personaggi più straordinari o impensabili. La prima biografia mai dedicata a Mitchell, in uscita in queste settimane negli Stati Uniti, è tuttavia arrivata a svelare quella che per decenni è stata la discutibile pratica professionale dell’autore: condire i suoi reportage di storie e figure completamente inventate.

Thomas Kunkel, che ha ricostruito la vita di Mitchell, ha provato a spiegare questa imbarazzante realtà inquadrando Mitchell nel contesto dei laschi standard deontologici del giornalismo americano di pieno Novecento (“The dubious technique would not really disappear from the print media’s bag of tricks until the general elevation of journalistic standards several decades later.”).

Il punto, in realtà, non consiste nel volere condannare o assolvere Mitchell per la sua convinta adesione alla regola numero uno del cattivo cronista — “Mai lasciare che la realtà rovini la tua storia”. Quello che mi pare più interessante è pensare in parallelo al caso italiano, e a un altro scrittore impegnato nella carriera giornalistica, Dino Buzzati, i cui articoli di cronaca nera (pubblicati in anni non troppo lontani dai pezzi di Mitchell) mi colpiscono ogni volta per la loro spudorata soggettività, lo stile grave e sovrabbondante, gli insistenti giudizi morali.

Da giornalista per diversi anni impegnato a sperimentare le diverse dimensioni espressive della cronaca nera, ho sempre considerato quel repertorio di scritture come una interruzione infelice e quasi assurda. Come se “La nera di Buzzati” fosse un elemento sgraziato all’interno di una produzione di romanzi, racconti e persino fumetti che per il resto continua a sbalordirmi.

“The idea that reporters are constantly resisting the temptation to invent is a laughable one”, scrive il giornalista della NY Review of Books, Janet Malcom, tirando le somme sul carattere di Mitchell: “Reporters don’t invent because they don’t know how to. This is why they are journalists rather than novelists or short-story writers. They depend on the kindness of the strangers they actually meet for the characters in their stories. There are no fictional characters lurking in their imaginations.”

“Mitchell’s travels across the line that separates fiction and nonfiction are his singular feat. His impatience with the annoying, boring bits of actuality, his slashings through the underbrush of unreadable facticity, give his pieces their electric force, are why they’re so much more exciting to read than the work of other nonfiction writers of ambition.”

Ho l’impressione che quest’ultimo paragrafo potrebbe applicarsi benissimo anche a Buzzati. Il quale, nei primi anni del Dopoguerra, si ritrovò a consegnare un racconto, intitolato “La città personale”, che a pensarci bene ha molti punti in comune con le responsabilità e le scelte professionali di Mitchell. “La città personale”, oltre il tono rarefatto della sua prosa, ha per diversi aspetti le sembianze di una ammissione di colpa. O meglio, di una timida e accorata richiesta di scuse da parte del reporter urbano che è consapevole di tradire ogni giorno, nei suoi articoli, la linea di demarcazione tra fiction e non fiction. Il racconto comincia così:

“Da questa città che nessuno di voi conosce, mando notizie, ma non bastano mai. Ciascuno di voi forse conosce o frequenta altri paesi; eppure in questo che dico nessuno mai potrà abitare tranne io. Di qui appunto l’unico ma indiscutibile interesse delle informazioni; perché questa città esiste e che possa darne precise notizie c’è uno solo.”

Filtrata attraverso la vicenda e le godibili menzogne di Mitchell, questa breve storia riesce a riavvicinare la cronaca nera di Buzzati al resto della sua attività letteraria. Non esiste alcun racconto della condizione metropolitana — leggiamo tra le righe — il quale possa evitare di rivolgersi alla fantasia o all’evocazione. Forse, addirittura (e questo è un suggerimento per architetti e urbanisti più ancora che per chi si guadagna da vivere con le parole) è la città stessa che fatica ad esistere e legittimarsi. Se non, appunto, nella deformazione della realtà, e nell’impazienza e forse persino nell’avversione di qualche giornalista urbano verso quegli “annoying, boring bits of actuality”.