Milano. Aprile 2015

Ieri pomeriggio, portando in giro l’amico Nicholas per la prima volta in visita a Milano, ogni cosa che avevo intorno mi è apparsa così luminosa e cara e insieme aperta e sorprendente, che per l’orgoglio che mi ha preso mi sono immaginato questa mezza agiografia della città, asimmetrica e scolorita per quel che basta.

Dateci un altro Expo e nella lista delle prime meraviglie di Milano arriveremo finalmente a includere la spianata cruda e raschiata di Piazza Santissima Trinità con i suoi bambini in festa. Oppure la fascistissima piazza Edison e l’ombra della gran mano mozzata di Cattelan. O ancora certi stucchi cascanti di via Settembrini dopo le undici di sera, quando le finestre alte iniziano a fumare di spezie e vecchie lampadine, e qualcuno lassù, senza permesso, si affaccia a contemplare la strada. Certo, di tempo ieri non ce n’è stato per ricomporre la pianta di Palazzo Fidia, o per ricongiungere il Trotter alla piazza del Governo Provvisorio. Così a qualcuno rimarrà ancora estranea la sequenza dignitosa e sporca della via Mac Mahon più profonda: le casupole aggrappate ai binari in via degli Artieri, la missione sociale di via de Predis, e via degli Ailanti (forse soltanto per il nome). E per forza di cose soltanto la prossima volta si potranno trovare scarpe per visitare in silenzio Sant’Alessandro e San Satiro e San Maurizio, o la Casa al Parco di Vico Magistretti. Chi è rimasto in città, intanto, ha tempo di nuovo di mettersi ad aspettare il tram — squadrato e dispari — che si dice in certi giorni di mercato d’ottobre arrivi a collegare piazzale Martini a via Doberdò, con corse speciali in cui a bordo si servono patate al rosmarino e pollo arrosto nel cartoccio, e in cui i finestrini devono restare sempre aperti.

Dunque la città esiste ancora, sconosciuta e personale, anche se le sue liste di piazze e strade, per chi intanto è stato altrove, ormai si sovrappongono ad altre più lontane, più incerte. Ma camminando ci si riappropria di tutto, in particolare ora, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, quando Milano è al suo massimo larga e intensa e civile. Persino negli spazi guardati a vista, gli ultimi creati, a Porta Nuova, al Portello, dove il modello urbano è quello stringente e lucido delle metropoli finanziarie e uniformi, incontri gruppi di adolescenti seduti, o altri che ballano e ridono e sono figli di genitori distantissimi. Forse la sostanza dell’Italia è davvero questa, e per una volta offre prospettive di salvezza e conforto, non delusione, non vergogna. Perché nessuno, nonostante le telecamere a circuito chiuso, sembra badare alle piccole regole violate, alle figure svagate, ai panini sudici o alle voci troppo forti che agitano il subdolo territorio privato.

Così lo spazio sorvegliato e ristretto è presto diventato un’altra cosa. Qualcuno aveva provato a strapparlo alla città. Ma altri, coordinandosi con cenni del capo e occhiate veloci, lo hanno subito violato, attraversato, conquistato, e trasformato. La città trascinante, impetuosa e comune, ci cattura e ci commuove, non si fa riguardi, e si immagina slegata e diversa. Per ciascuno e per tutti è un esperimento ancora da compiere.

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