Mosca. Maggio 2015

Come si può raccontare Mosca? Come si può anche soltanto avvicinarsi all’idea di costruire un racconto significativo — rigoroso ma non tecnico, sincero ma non impressionistico — di una metropoli come questa? Fin dal suo calcolo demografico, Mosca si rivela indefinita in modo sconvolgente. Cosa è davvero questa città? I dodici milioni di abitanti censiti, o piuttosto i quasi venti milioni stimati in base alla quantità di risorse alimentari consumata ogni giorno? Come si può afferrare una città di fronte a questa incertezza numerica, che è insieme una voragine e un fardello? Otto milioni di anime pendenti: un po’ come se da un momento all’altro l’esistenza dell’intera New York, o poco meno, potesse essere messa in discussione. (Imparare ad accettare questo fatto, ovvero la possibilità di un’assenza colossale e improvvisa, di una requisizione immotivata: questa sarebbe diventata la nostra prima lezione moscovita. La realtà che credi acquisita si può ritirare da un istante all’altro, mentre un funzionario sconosciuto già si affaccia alla tua porta per spiegarti che quello c’era prima, in fin dei conti, non era davvero mai esistito).

Certo, ora pare assurdo. Ma una delle ragioni per le quali mi sono trasferito in Russia, quasi due anni fa, è stata proprio questa: dalla prospettiva del giornalista (inteso come produttore di parole semplici, limitate e ancorate al presente) tentare, attraverso il supporto delle discipline di analisi urbana e architettonica, di costruire un altro racconto di questa città. Così ora che all’improvviso mi trovo ad allentare la mia presa su Mosca, e so che presto queste piazze non saranno più la mia prima casa, constato che la mia ambizione era sproporzionata, se non addirittura irraggiungibile per i miei mezzi.

Del racconto che volevo mettere insieme, non mi ritrovo in mano che frammenti. Frammenti, peraltro, i quali sono ben lontani dal rappresentare tesi compiute, e hanno invece tutte le sembianze delle correzioni di errori altrui. I miei primi capitoli su Mosca assomigliano a questo: a una serie di emendamenti a un percorso urbano che sento sbagliato (se non altro dalla prospettiva italiana), ma che ancora non so sostituire con una unità nuova e tutta mia. Tutto quello che posso fare, per adesso, è limitarmi a rammendare i punti in cui la maglia del racconto era più slabbrata, e in cui la trama topografica era scandalosamente imprecisa.

Ma di quali errori e imprecisioni parlo? E dove si indirizzano le mie correzioni e i miei emendamenti? Posso iniziare da un elemento singolo: la spaventosa frattura che attraversa il cuore estremo della città.

La prima volta che attraversi il centro di Mosca, quello che ti si presenta è un cerchio di dimensioni e ambizioni modeste. Una mano familiare ed europea, tutto sommato minuta, ha progettato una rete di case color pastello, edifici bassi, cortili. Più ancora di ogni cliché fisico, in verità di continuo violato (a partire dai solenni condomini per dirigenti statali che si affacciano sui viali staliniani: squarci evidenti di passate requisizioni urbane), a caratterizzare questi luoghi c’è dell’altro: il senso di ambienti che esistono per custodire tradizioni. Come certi borghi italiani imbalsamati nel restauro per turisti, questo spazio si sorregge su icone al contempo rassicuranti e opprimenti — donne anziane, vasi alle finestre, calligrafie e vernacoli religiosi. Se il centro di Mosca continua a rinnovarsi, anno dopo anno, dentro gli stessi colori infantili ridipinti con zelo ossessivo al termine di ogni inverno, è forse perché serve a preservare un’idea, o meglio un’ideologia. Come se questa non fosse quel che è — la componente residuale e infinitesima di una metropoli estranea — ma invece la vera Russia.

Il centro di Mosca è un sogno di armonia definitiva che a un passante incantato e frettoloso appare persino credibile. Ma si scontra, a uno sguardo più attento, e proprio nel punto in cui la narrazione dovrebbe raggiungere la sua affermazione più granitica, con le avvisaglie del turbamento. Le quali si concretizzano davanti ai tuoi occhi intorno a Kitaj Gorod — l’antica città cinese che cinge il Cremlino a oriente — dove scopri stazionare, silenziosi e terribili, infiniti palazzi vuoti (o semivuoti, o cascanti, o abbandonati), tenuti in quella condizione per deliberata scelta del loro proprietario. Ovvero lo Stato: o meglio i numerosi, opachi, irresponsabili bracci del grande stato russo. Questi edifici sospesi hanno creato, a pochi metri dai percorsi più pittoreschi, un intervallo buio e spiacevole. E’ una barriera sconosciuta e ottusa, che separa la Russia antica e immaginata dalla Russia concreta e sbrigativa del potere. E’ un guscio mutevole: a volte pericolante, tra vetri rotti e finestre murate, e a volte invece solido, ma non per questo meno squallido. Con alcuni sotterfugi, o magari un unico sbaglio — quell’ingresso non era per te! -, ci puoi persino accedere. Ci incontrerai guardie giurate e OMON, fili spinati, cancelli incrollabili, ascensori cigolanti, e lunghe file di corridoi e luci tristi. E tutto quello che capirai e potrai leggere, su vecchie porte o targhe d’ottone, saranno acronimi duri.

(Una sera di febbraio mi sono smarrito nel Palazzo del Telegrafo: fino a uscire di corsa, sudato, terrorizzato, senza cappotto, sull’autostrada innevata che punta al Cremlino).

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