Mosca. Settembre 2014

Così la nostra città si è nascosta, e si è fatta di soli garage. Non lontano da una ferrovia, cammino accanto a porte in ferro numerate senz’ordine. Tra le mani tengo un lucchetto: Garage 122. Ho intorno targhe sovietiche, e macchine nere, e gatti con collare, e sul cancello un cane cieco. A settembre, è già quasi inverno. La nostra camera si affaccia sul lato opposto, dove tra file di container marittimi si misura lo spazio di uno scalo ferroviario. Grandi camion parcheggiano esattamente sotto alla nostra finestra. Gli autisti si mettono in fila, si tengono al caldo degli abitacoli, dormono quando possibile, aspettano. Finché un argano non sollevi un box metallico, lo carichi sul rimorchio, e si possa ripartire. Dall’altra parte del vetro, dietro una tenda gentile, ci siamo noi: e il nostro letto, e un po’ di legno, e coperte. SIlenzi lunghissimi, poi rombi, a volte fruscii di vagoni. Le luci dei tralicci alti. Ogni cosa là fuori è sfocata o accecante. Ed è impossibile comprendere le distanze. Ogni tanto, nella sera o all’alba, voci lontane, meccaniche, incomprensibili. Annunci vaghi. Un treno che parte? Un turno che finisce? Così si vive dentro l’industria, con l’udito disconnesso da ogni altra percezione. Una porta si apre: ma dove?, sarà la mia? Poi qualcuno cammina. Sarà un volto amico? O l’invasore, o forse la polizia? E ancora minuti di passi inspiegabili. Sopra il tetto. Su una scala vuota. In un edificio che sapevamo abbandonato.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.