Pechino. Ottobre 2015

Da quasi due mesi ormai, le piccole televisioni delle carrozze della metropolitana di Pechino trasmettono senza audio, in loop e con rarissime interruzioni, il video della parata patriottica dello scorso 3 settembre. A qualunque ora del giorno e della sera, quelle immagini piene di sole scorrono: svelando a ogni corsa nuovi momenti e sequenze della lunghissima cerimonia. Scorrono in silenzio carri armati fumanti, truci battaglioni in marcia, cori militari muti, elmetti e lanciamissili, rispettose delegazioni diplomatiche straniere, panoramiche aeree sulla città blindata, e soprattutto il grande capo che da diverse prospettive osserva: serafico, paterno, virtuoso, approva ogni cosa con misura e calmo orgoglio.

In tanto artificio, purtroppo, non sempre le dotazioni tecnologiche della metropolitana sono all’altezza dei mezzi video della propaganda. Ogni tanto, misteriose interferenze arrivano a turbare il trionfale avanzamento dell’esercito nella capitale. Ma quando questo succede, di solito non passano che pochi secondi prima che una lontana mano si premuri di oscurare gli schermi, quasi a preservare l’immagine della perfezione militare.

Oggi, però, il solito incidente non si è risolto. Così il corpo del presidente che si specchia nella Città Proibita è rimasto intrappolato per minuti e minuti in un fotogramma oscuro. C’è Jules de Balincourt che imbraccia Rothko, ci sono le uniformi delle due guardie che affogano in un carminio solenne, e a montare lo stupore e la minaccia c’è una scena simmetrica che culmina in un arco buio, quasi come un’assurda pala d’altare sepolta nell’ombra, come Sarah Charlesworth che tagliuzza Piero della Francesca. Così la politica cinese, nei treni sotterranei della Pechino di ottobre, si restituisce d’improvviso al più terrorizzante e convincente dei territori: quello dei sogni e dei simboli dello straniero.

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