Pechino (quasi) formale. Novembre 2015

Sono bastati meno di tre mesi di tempo, nel nostro quartiere a sud-est di Pechino, tra il terzo e quarto ring, per osservare l’avanzamento della città formale. Abbiamo assistito in tempo reale a tutti i passaggi di una collaudatissima sequenza di conquista del territorio. La distruzione delle ultime baracche; l’emergere di complessi di abitazioni alti fino a venti o venticinque piani, e accanto a loro qualche palazzo per uffici o tozzo centro commerciale; l’apertura di nuove strade; la fondazione dei marciapiedi; l’avviamento dell’illuminazione pubblica. Fino al più sfrontato e radicale degli accadimenti. “You and me walk hand in hand towards a more civilised city”, ci aveva avvertito al nostro arrivo in Cina ad agosto uno striscione incontrato fuori dalla nostra prima casa. Ecco, alla fine è successo anche a Songjiazhuang: l’istituzione del primo semaforo.

I progressi tecnici che misuriamo sono veloci e trascinanti. Ma quello che più ci appassiona, mentre ogni mattina camminiamo per quasi mezz’ora per coprire la distanza dall’appartamento al terzo piano fino alla metropolitana, è qualcosa d’altro: una serie di minuscoli gialli sociali e urbanistici. Ogni singolo spazio che attraversiamo mostra infatti, con immediata trasparenza, seppure per motivi imperscrutabili, una diversa permeabilità ai cambiamenti.

Per quale motivo, nella rete di cinque o sei strade sfilacciate che compongono il quartiere, in una certa via si è già imposta una chiara disciplina di corsie opposte, mentre in un’altra poco lontana si trovano gli stessi ciclisti, automobili, pedoni, autobus, scooter e risciò, adesso pronti a scambiarsi direzioni e sensi di marcia senza alcuna esitazione? L’incertezza culmina nelle zone di frizione, ovvero le interruzioni all’interno di una maglia urbana che è fatta per il resto di elementi stabili e risolti (un gruppo di condomini, una stazione della metropolitana, un hotel a tre stelle).

Governa in questi spazi residuali, dove la città e le sue regole sono termini da negoziare a ogni incontro, ciò che è ancora indefinito, autogestito o non progettato, o soltanto vuoto. Una recinzione interrotta dietro la quale si è stabilito un precario tendone-ristorante. Una strada troppo larga rivista in parcheggio, ogni giorno secondo disposizioni diverse. Una collina di macerie sulla quale crescono alberi e scorrazzano corvi. Una discarica dove ha preso rifugio una dozzina di cani randagi: minuscoli e prodigiosamente delicati. I resti dipinti in giallo di un lungo scheletro metallico che forse una volta — il passato remoto di Pechino: una dozzina d’anni — è stato un carroponte.

Tornando a casa la sera, in pochi minuti raggiungiamo un largo incrocio circondato da muri bassi, dietro i quali non si scorgono né luci di finestre o fari di cantieri, ma ancora soltanto cumuli di terra, sterpaglie, macchine arrugginite, tralicci, qualche vecchia ciminiera rimasta in piedi da sola. Qui la città, messa in pausa durante il giorno, si ripresenta travolgente ad ogni ora del tramonto. Quando senza timore per il vento glaciale che scende dal deserto dei Gobi iniziano a disporre le loro tende e tavoli e sgabelli, o i loro carretti con rimorchio, decine e decine di venditori ambulanti di ogni sorta. Ora: a vigilare su questo incrocio, da poche settimane, è stato installato un semaforo. Ma mentre attraversiamo quella festa notturna di fumi e commercio, consegnando il nostro olfatto a scie culinarie paradisiache o rivoltanti, sappiamo con certezza che a quest’ora e in questo regime quello stesso semaforo non ha significato: la sua presenza e i suoi colori sono soltanto decorativi.

Ciò che regola la nostra condotta a questo incrocio, e quella di ogni attore che ne voglia guadagnare il lato opposto, sono due segni alternativi al rosso e al verde: i principi della maggior massa e del guizzo. Significa che un singolo pedone soccombe sempre e che prima di muoversi dovrà attendere che il panorama sia sgombero e sicuro, ma che venti o trenta pedoni disposti in movimento unico, quasi come in uno stormo, saranno in grado di arrestare anche una betoniera. Significa inoltre che un risciò elettrico potrà sgusciare tra le automobili in coda, facilmente violando il senso di marcia, lanciando tuttalpiù a qualche ciclista che a sua volta ne intralcia la corsa qualche breve richiamo di clacson, insistente ma senza minaccia.

La maggior massa è un principio fisico, non una regola che si possa discutere. Mentre il guizzo, unica deroga concessa, accetta l’ardimento individuale come un fatto inevitabile, del cui risultato — successo o disgrazia — nessuno è responsabile se non chi lo tenta (o lo sfida). Per evitare il peggio e agevolare uno scorrimento complessivo più fluido, si è così sviluppato un carattere collettivo funzionale e portato all’indifferenza. Quando è necessario, ciascuno è disposto a schivare o rallentare. Nella minima misura richiesta. E senza ombra di acredine.

Eppure basta invertire la marcia e tornare di poco più a nord, per arrivare a un altro incrocio dove si impone tutta un’altra disciplina. Dove Pechino sud si svela infinitamente più permeabile al cambiamento. Qui un altro semaforo, installato in contemporanea al primo, guadagna ogni giorno in riconoscimento e autorevolezza, come un fatto inevitabile. Nelle prime settimane vissute su questo viale non c’era pedone che pensasse di fermarsi prima di scendere dal marciapiede e procedere il cammino. Oggi le automobili rivendicano la loro precedenza, ogni giorno più rabbiose. Le loro frenate si fanno sempre più tardive. I loro rombi di clacson, sempre più nervosi e inflessibili. Chi accetta le nuove regole, come risposta alle violazioni sta imparando la rabbia.

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