Il Folletto Bartolomeo

Il Folletto Bartolomeo

Capita a volte che i folletti si prendano cura di un certo luogo, soprattutto di qualche piccola frazione al limitare di un bosco… ne conobbi uno, qualche anno fa… il suo nome era Bartolomeo. Era un folletto allegro ma misterioso e se ti capitava di uscire di casa la mattina presto, all’ora in cui il buio della notte lascia spazio all’inizio del nuovo giorno, poteva capitarti di udire il suo canto melodioso.

La volta in cui lo incontrai, c’era ancora la neve, erano i primi giorni del duemiladue; avevo lasciato Milano per trascorrere qualche giorno in montagna insieme a mia moglie Paola, che era incinta di Samuele, il nostro primo figlio. Paola dormiva ancora, (la notte non riusciva mai a riposare bene) ed io decisi di fare un salto in paese per acquistare il giornale ed assaporare un buon caffè. L’unico bar del luogo era gestito da un signore grande e grosso con una folta barba da montanaro e l’immancabile camicia a quadri con le maniche arrotolate.

Lo ammetto, l’aspetto del barista era un tantino inquietante, ma il suo caffè, preparato rigorosamente con la caffettiera, era speciale. Imparai col tempo, che sotto il suo aspetto burbero batteva un cuore generoso, … ma questa è un’ altra storia e ve la racconterò un’altra volta…

Torniamo a quella famosa mattina; uscii di casa chiudendomi dietro la porta senza fare rumore, mi sedetti sulla panchina nella piccola veranda e mi infilai gli scarponi. La baita che avevamo affittato distava non più di un chilometro dal centro del paese, ma questo bastava a posizionarla al limite esterno dell’abitato, praticamente un passo dentro al bosco. Mi avviai abbottonandomi per bene la giacca e feci qualche passo sul sentiero per raggiungere la strada asfaltata. Fu in quel momento che udii un suono che mi sembrò allo stesso tempo leggero e possente.

Mi fermai per ascoltare meglio ma in quel momento si udirono in lontananza i campanacci delle mucche che stavano salendo dalle stalle del paese fino su, verso i pascoli. Ripresi il cammino, feci qualche altro passo nella direzione che mi ero prefissato ed ecco nuovamente quella specie di melodia… “No, questa volta non mi sbaglio” pensai, e, cercando di muovermi in silenzio per non perdere la lieve traccia lasciata da quel suono, cominciai a dirigermi verso il punto da cui mi sembrava avesse origine.

Mossi ancora qualche passo e mi trovai al margine del sentiero, proprio di fronte al bosco coperto di neve. Esitai un istante. Faceva decisamente freddo e non avevo una grande voglia di avventurarmi nella neve gelata ma la curiosità vinse le tutte le mie resistenze.

Muoversi nella neve caduta il giorno prima e già gelata in superficie, soprattutto per uno della mia stazza, non è certo l’incedere più silenzioso che ci sia, ad ogni passo sentivo il cric crac del manto bianco che si frantumava sotto i miei scarponi e temevo che il rumore dei miei passi coprisse, o peggio, interrompesse, quella sorta di musica che avevo percepito e che aveva destato la mia curiosità..

Fortunatamente il canto, invece di affievolirsi, diventava sempre più forte; ora potevo udirne chiaramente la melodia ed anche distinguerne le parole quel tanto da capire che era in una lingua a me sconosciuta. Feci un ulteriore passo … ma un ramo secco sotto i miei piedi si spezzò producendo un rumore notevole… Improvvisamente fui avvolto dal silenzio.

Rimasi immobile sperando che il canto ricominciasse ma non fu così. Chiunque fosse l’esecutore della canzone si era sicuramente spaventato e defilato, conclusi, perché girandomi a guardare da ogni lato non riuscii a scorgere null’altro che abeti coperti di neve.

Rassegnato, mi apprestai a tornare sui miei passi, meditando di chiedere al gestore del bar se sapeva di qualcuno che cantava nel bosco… (ma a dire la verità dubitai di potergli porre quella domanda, immaginando che si sarebbe fatto una bella risata). Provai a mettere i piedi nelle mie impronte per tornare esattamente nel punto da cui ero partito, senza rischiare di giare inutilmente nella neve. Udii una voce alle spalle che mi fece trasalire…

“Bèh, tutta questa strada nella neve e adesso te ne vai?”

Mi voltai di scatto, avevo la pelle d’oca e non era certo per il freddo! Mi guardai di nuovo intorno, ma non vidi nessuno. Feci per tornare sui miei passi ma ancora una volta, la voce mi colse di sorpresa, questa volta veniva dalla mia sinistra ed era piuttosto vicina.

“Allora, che faccio? Continuo a cantare?”

“Si”, risposi, questa volta senza voltarmi sono venuto apposta aggiunsi.

“E va bene” fu la risposta…

“Ma chi sei” provai a domandare sempre senza muovermi.

“Davvero non sai chi sono?” disse “In effetti non sei di queste parti, sembri uno di quei baggiani di città”

“Baggiani?”…mah…”Sì”, dissi, “sono qui in vacanza”.

“Però sei diverso…” aggiunse “di solito loro di me non si accorgono mai, anche se vado a cantare sotto alla loro finestra”.

“Posso girarmi?” chiesi e temevo che, voltandomi, non avrei visto nessuno proprio come poco prima.

“Ma certo che si” rispose “che domande!”

Non senza qualche tensione mi girai con cautela, temendo di trovarmi di fronte ad uno spettro, ma quello che vidi mi lasciò a bocca aperta. Era un folletto, alto non più di trenta centimetri, con un bel cappello ed una divisa di panno color verde scuro. Mi sembrò perfino strano che potesse corrispondere cosi bene all’idea che noi tutti abbiamo di queste creature… e questo mi sconvolse forse anche di più del fatto che stavo parlando con lui. Se ne stava in piedi appoggiato al tronco di un albero e mi squadrava da capo a piedi. Sentivo il suo sguardo su di me.. fu una sensazione strana, come se stesse leggendo nei miei pensieri e nei miei ricordi.

“strano!” disse “molto strano!!” aggiunse

“Cosa c’è di strano?” chiesi

“tu” rispose

“io? Perché!” provai a chiedere

“Perché riesci a vedermi, riesci a parlare con me senza fuggire via spaventato”

“Non sono spaventato, sono stupito e meravigliato” confessai

“Sei in una strana sintonia con la natura… e questo accade in pochissimi momenti nella vita di un uomo” disse “di solito succede solo quando accadono degli eventi straordinari!”

“Sto per avere un figlio!” dissi

“Ora tutto si spiega”, fu la sua risposta

“Adesso posso continuare a cantare?” mi chiese

“Come ti chiami”

“Il mio nome è Bartolomeo”

“Cosa canti? è una lingua che non conosco”

“E’ il linguaggio della terra… per impararlo dovresti vivere qui per molti anni” disse “ma puoi ascoltare la melodia e coglierne per brevi istanti il significato”

Il canto ricominciò, e questa volta i brividi furono dovuti alla bellezza della sua voce, non so quanto tempo rimasi li ad ascoltarlo, so solo che quando tornai a alla baita era passato mezzogiorno da un bel pezzo e Paola preoccupata era scesa fino in paese per cercarmi.

Dopo quel giorno provai ad uscire altre volte la mattina presto, ma non udii più il suo canto. Non ebbi più modo di tornare in quel piccolo paese di montagna ma in verità altre volte, ebbi la netta sensazione, nel corso degli anni, di udire di nuovo quella canzone, proprio qualche giorno prima che Paola desse alla luce Arianna… ed anche la sera che precedette la nascita di mia figlia Sara.

Grazie, Bartolomeo!

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