Sarah è mia — V

Ho una voce che scava nel cuore e non dà pace.

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V

Ho una voce che scava nel cuore e non dà pace. Non ci sono mai stato molto attento. Di solito bastava stringersi un po’ nel letto, osservare le lancette dell’orologio che scorrevano inesorabili sul muro scalcinato del mio appartamento, nel downtown. Respirare forte e non pensarci. Contare le pecore.

Ma una sera andai a dormire e il mio cuore era stanco. Avevo appena pulito il bagno dalle piattole, ed erano le due di notte. Avevo tirato su il lenzuolo e la coperta, e mi chinai sul letto a recitare le preghiere della sera e i salmi. Non avevo mai provato nulla di simile. Svogliatezza nella domanda a Dio, noia. Delusione. La mia vita era marcia come le cimici sulla tenda del salotto. Avanzava, la mia vita, con le stesse minuscole gambettine, si riversava sul guscio e si seccava.

Che ragione si ha di pregare quando si cambia sempre in peggio? Il mondo, la natura, me stesso: ecco, l’unico punto di contatto tra me e la realtà. L’incapacità di entrambi di rispondere ad una necessità di completezza che urlavo, in piedi, aperta la finestra sul palazzo in mattonato di pochi piani, davanti a me. Quell’urlo furibondo e un po’ malato di chi non sa parlare ma sa farsi sentire. Urlai talmente tanto da scorticarmi la gola. Piansi. Piansi dal dolore. Dov’erano i segni di Dio in quel momento? Il roveto ardente che parla, il cibo moltiplicato a dismisura, il tuono. Dove sei? Sono in ginocchio: attendo il tuo Volto, Signore. Salvami da questa angoscia che non voglio. Sono il moderno Geremia. Vieni da me. Mandami un tuo segno. O seducimi, perché io venga. Qualunque cosa mi salvi da questa vita che va in pezzi, dalla merda in cui rantolo come un maiale fetido. Fai in fretta. Non riesco ad aspettare. Io muoio.

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Quando Matthew Darren decise di dedicarsi alla letteratura, aveva otto anni. Bisognava fare una recita per maggio, a conclusione di una ricorrenza scolastica, e Darren s’incaponì. O faceva la parte del poeta, o niente. Ma il ruolo non era coperto, e le maestre furono contente che Darren, che di solito non mostrava alcuna forza d’animo, volesse imporsi.

La recita non fu proprio un successo. I bambini incespicavano su parole troppo antiquate, o troppo rare, perché la trama si srotolasse con grazia sino alla naturale conclusione. Al momento finale, all’incontro tra il poeta e la gabbianella. Al momento dell’addio, quando l’uccello spicca il volo. E l’artista si trova senza più nulla tra le mani.

Ma Darren! Soltanto per lui si riversarono, da tutta la platea, cascate di applausi, di fischi, di “bravo”. Che grazia nell’accompagnare la gabbianella al suo compito. Che sentimento nel sacrificio! La maestra di matematica si commosse a tal punto che lo ringraziò con un abbraccio fin troppo forte per un bambino così debole.

Quindi il college. Qualche pubblicazione nelle riviste universitarie, qualche articolo di critica letteraria, qualche recensione. Nel tempo libero, il tennis, ma è un’altra storia. Darren era sempre in disparte, cercando di non condividere la sua arte. Suo padre (imprenditore nel settore calzature, tacchi, ballerine, scarpe sportive, scarpe da basket e altro; titolare della Nicholas Darren Shoes) non era convinto della scelta. Sua madre, per troppo amore, gli permetteva qualunque cosa volesse (e Darren si accorse tardi che forse, tra i due, l’atteggiamento paterno era quello meno nocivo). Sì, era un giovane brillante, forse un po’ solitario e lunatico, ma con la testa sulle spalle. La madre riponeva in Matthew una certa fiducia “narrativa”: lo svolgimento della sua vita era coerente, un romanzo perfetto. Il padre, no. Voleva il meglio per lui, voleva che si mettesse in testa che bisognava metter su casa, famiglia e tanti soldi. Era un pensiero fisso che si portò fino alla tomba. Le ultime malate parole che disse al figlio, quando in un letto d’ospedale, tra una cartella chiusa e l’inossidabile cancro al pancreas, sentiva scendere dal volto il soffio freddo della fine, furono qualcosa come:

- Ti voglio bene, anche se hai fatto le tue scelte.

E morì. Grazie.

Darren. Figlio unico di una famiglia dell’alta borghesia di Providence. Giovane intelligente dalle grandi speranze e abbandonato dal padre. Continuò a fare le sue scelte con un ricatto intrinseco, che lo costringevano a svegliarsi ogni mattina alle sei, a prendere il caffè, a leggere giornali, libri, riviste. Il padre, che non c’era più, era presente più che mai nelle sue decisioni, nei suoi ritmi giornalieri, nel ricordo domenicale dei suoi compagni morti in Vietnam.

Darren viveva sperduto in un mondo di carta e copertine. S’inchiostrava le mani con glosse, giudizi, versi. Lavorava tanto, e bene, sull’edizione dei capolavori degli anni Trenta e Quaranta. Uno di essi, una ricerca sul Furore di Steinbeck, gli fece vincere uno stage alla Random House di New York. Prese due valige: una la riempì di vestiti, l’altra di libri. Salutò la madre e si traferì da Warwick in un monolocale appena oltre il ponte di Verrazzano.

Passò in fretta da correttore di bozze a consulente editoriale. Si era fatto amico il caporedattore con il suo humor suadente e lontano che sembrava condividere, con l’ascoltatore, più d’una semplice opinione. Uno sguardo sottile, dietro la frangia, un sorriso, un cenno del capo e fra Darren e l’interlocutore si stringeva un’alleanza, come se condividessero i medesimi intenti. Darren aveva maturato questo approccio al college, dopo troppo tempo speso tra stralci filosofici e pesanti inchieste stilistiche con pochi adepti. E riuscì a farsi voler bene da molti, ritagliandosi un profilo misterioso, acutamente simpatico, a tratti cinico.

Iniziò a lavorare nel settore vendite, nelle analisi di mercato. Valutava i manoscritti, decideva copertina e quarto, seguiva le strategie pubblicitarie dal suo studio al quattordicesimo piano, condiviso con un altro esperto che lavorava nel settore dei gialli dopo un passato nei libri per l’infanzia. Si chiamava Roger Skull. Aveva due mani piccole come fette di pane tostato. Una piccola voglia sul viso, una specie di triangolo, sotto la guancia sinistra. A seconda della posizione del collo, sembrava avesse due volti. Era un buon professionista, con qualche pubblicazione alle spalle e molti contatti. Specie in ambito accademico: si era preso un Ph. D. in Linguistica Computazionale al Mit, per poi scoprire che non era quello che faceva per lui. Un’affezione spasmodica verso la nonna materna lo aveva chiarito: doveva trascrivere le storie che gli raccontava prima di andare a letto, quando ancora abitava nella periferia di Omaha, Nebraska, in una fattoria sperduta tra piantagioni di granoturco. E così scrisse: Le fiabe della nonna di Omaha, pubblicato proprio dalla Random, che poi l’ha tenuto con sé.

Spesso, in pausa pranzo, Skull camminava un quarto d’ora per l’Ottava Avenue e si prendeva un caffè con quelli del Times in un baracchino all’angolo Cinquantaduesima e la Broadway. Quei tipi spesso e volentieri gli regalavano in anticipo i dettagli di uno scoop o i retroscena di alcuni fatti di cronaca. Skull era uno squalo bonario, pigro come un leone ma leale e generoso. Tant’è che un giorno invitò Darren a pranzare vicino al Times. E lì, si incontrarono con un reporter giovane e grassottello e andarono a prendere un hot dog al Bryant Park. I fiori spuntavano dagli alberi e dalle siepi che contornavano la panchina. Fiori rosa di kalmia. I due discutevano di alcune fotografie che scorrevano sulla Canon digitale del reporter. A quanto pare era entrato in un circolo in disuso del Bronx, in una di quelle bische clandestine dove si giocano macchine di lusso, anelli e qualche donna. Era riuscito a scattare chissà come qualche foto a un noto malavitoso di città, e chiedeva a Skull consigli sulla vendita.

Darren, con i gomiti appoggiati sullo schienale, si guardava intorno.

Come gli imprevisti più belli, accadono sempre quando bisogna ridare calore al sangue dopo che il torpore di una vita grigia lo ha fermato. Dall’angolo a occidente girò una donna. Bionda. Spuntava dai fiori anch’essa. Pareva muoversi seguendo il tiepido vento primaverile che scorreva ancora da est. Due occhi grandi, azzurri, una calamita dello spirito. Una falcata lunga ed educata, dei jeans attillati e una camicia lunga, verde chiaro. Era una donna ed era un’icona, per Darren. Era una corrente di pensiero neoclassica, era l’assenzio dei decadenti, la ieraticità bizantina, lo Sturm-und-Drang. Era uno Stilnovo vivente di versi, di distacchi, di simboli e di domande. Non era una filosofia. Era carne: era dottrina.

Spinta da una strana forza (che, date le circostanze, poteva essere qualunque cosa: l’attrazione del sole, la bassa pressione, una corrente atlantica, una differenza di potenziale) la donna si avvicinò al grasso ed untuoso reporter e gli fece un saluto, leggero come le sue movenze da cacciatrice amica. Fece uno scatto per alzarsi, il reporter. I due si salutarono, e lei continuò lungo il tragitto verso la sede del Times. E lasciò dietro a sé un vuoto, testimonianza ancora più grave della sua presenza.

- Chi è? — chiese a Skull.

- Sarah Meadow. — sentì rispondere Darren.