Sarah è mia -XII

Chi colmerà il nostro deserto, Matthew? Ci siamo amati fino al punto di distruggerci

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XII

Chi colmerà il nostro deserto, Matthew? Ci siamo amati fino al punto di distruggerci. Tu eri me ed io ero te. Ma, alla fine, chi eravamo?

Tu non ci sei più. Io sto salendo una scala lunga e desolata. La scala non ha struttura, solo gradini sull’aria. Sempre che sia aria, perché navigo in un bianco immenso senza dimensione. La pietra degli scalini si sbriciola piano sotto i miei piedi nudi, e ad ogni passo compare un gradino avanti a me, prima che quello alle mie spalle si sgretoli e scompaia.

Sono felice. Ci sei tu in cima. E nonostante la bufera infuriasse e fossi stanca che mi tremavano le gambe, tu eri in cima ed ero felice di dover camminare.

Ma la scala era interminabile, la tua sagoma non accennava a districarsi tra la nebbia ed il tornado. Il vento mi schiaffeggiava il viso. E tu eri lì, in fondo. Però, a un certo punto, tu svanivi e ricomparivi. Come se la tua esistenza fosse messa in discussione. La tua sagoma buia diventava sempre più rarefatta. Eri immerso in un vano di luce, in una balconata che s’apriva sul vuoto. Ma c’eri e non c’eri, o forse non eri più tu.

Poi le scale si fermarono e tu eri a due metri da me. Saltai per raggiungerti, e l’intervallo di vuoto pareva interminabile nel mio volo. E qui, io ti pensai come mi sei sempre apparso: puro, intelligente. Misterioso ma buono. Umile, ma forte delle proprie idee e testardo nel viverle. Eri tutto quello che desideravo.

Ti abbracciai e trattenni il respiro per qualche secondo. Ma la felicità del percorso si era trasformata in tristezza. Ti abbracciai e sentii un vuoto nel grembo, come se fosse fame. Sapevo che era sterilità: il nulla che cresce nel mio utero, negli anfratti del mio corpo, nelle tube di Faloppio.

Perché? Non aveva senso essere infelici. Ero tornata da te.

Poi ti guardai il viso e tu non eri Matthew, perché nell’evolversi delle mie immagini e delle mie pretese tu, Matthew, eri diventato un altro.

Eri diventato Sarah.

___

Una voce rarefatta, a frammenti, attraversò i buchi del confessionale di Saint Martin. Sembrava un’infrastruttura, ma era l’unica chiesa cattolica nelle vicinanze: un monumento tozzo, di legno, con assi bianche e rosa che si alternavano dietro a orrende statuette di ceramica. I santi, Gesù, la Madonna. Erano tutti sopraffatti da un colore sgargiante, da manifestazioni patetiche di sentimento o da un’assurda e ieratica astrazione. Non c’era realtà, né un giusto mezzo.

Il portone d’ingresso si apriva su una sala lunga e vuota. All’interno, piccole finestre con imposte di legno cavalcavano la navata centrale sino a raggiungere l’altare, rialzato su di una pedana mobile di velluto rosso. Anche le panche, un ibrido di plastica e metallo, servivano a rendere l’atmosfera ancora più estranea alla religiosità del luogo. Sembrava un cinema, ed era una chiesa. Almeno per il crocefisso che regnava nell’abside: l’unico che, in quel luogo, rispondesse ai canoni dell’oggettività e del realismo. Il volto era contratto in una smorfia di dolore, e i nervi e i muscoli erano tesi fino allo spasimo. Tuttavia, i rivoli di sangue dai chiodi e dal costato erano dipinti con una certa esasperazione. Da quando una mano poteva contenere così tanto sangue? Si piegava la realtà al significato che si voleva imporle e questo non era sicuramente un principio del realismo.

Era primo pomeriggio di una giornata estiva ed afosa. La chiesa conteneva il caldo esterno e ne limitava la dispersione: si sarebbe morti per il caldo se non avessero installati, sui lati maggiori, tre quattro grandi condizionatori. Fuori, le nuvole minacciavano un breve, ma forte, temporale: il quale, pur diminuendo la temperatura, avrebbe aumentato l’umidità di quell’angolo di mondo. Darren dovette viaggiare con un ombrello sul sedile posteriore della vecchia Volvo grigia, che dopo due ore di tragitto aveva iniziato a zoppicare e, ad ogni buca, faceva saltare il CD e bloccare la musica. Maledizione. Per rilassarsi, Darren si era comprato un album dei Sigur Ros e ne aveva ascoltato i violini e i falsetti. Ma con quelle pause perentorie e quelle riprese tardive, la musica non sortiva l’effetto sperato.

Darren aveva viaggiato molto per cercare una chiesa cattolica. Non che a New York non ci fossero. Ma Darren non aveva la minima intenzione di farsi vedere mentre entrava in chiesa. Che effetto avrebbe fatto la voce della sua conversione alla Random House. Skull è un brav’uomo, ma le cose importanti non riesce proprio a tenerle per sé. E poi, quale conversione? Perché? Darren non aveva mai creduto nel Dio dei cattolici, eppure per accontentare Sarah avrebbe fatto qualunque cosa, anche indossare una talare e impartire i sacramenti in Uganda o in Burundi.

No. Darren non aveva nulla da chiedere a un Dio che non sapeva neanche se esistesse. Non aveva preghiere da porre, né domande che pretendessero una risposta immediata e ultraterrena. Darren portava solo una grande ferita nel cuore. Di cui non conosceva per intero la qualità. Certo, Sarah mancava da parecchi mesi e la sua assenza pesava in casa come se fosse stata lì, presente ed invisibile, per cui si limitavano i discorsi su di lei e si manteneva un certo fittizio galateo. La madre di Darren, nell’evitare i problemi, era sempre stata maestra.

Ma il dramma non si limitava alla sparizione di Sarah. Persino la decisione della polizia di diminuire gli sforzi nella sua ricerca non servì ad amplificare il dolore di Darren. Monica continuava a scusarsi, a dire che lei però ci avrebbe lavorato giorno e notte. Darren gli diceva “fa niente” ed era vero. A questo punto si era fatto il possibile. Poi, il dolore di Darren aveva, nel tempo, assunto un’altra, più totale, dimensione. Sarah era solo l’inizio. Come un perno appoggiato a un muro che, colpito da un martello, sfonda metri quadri d’intonaco, così fu il rapimento di Sarah: l’epicentro del terremoto che ha distrutto le illusioni di una vita. Il dolore, però, aveva preso una strada diversa dal risentimento. Non era dimenticanza, no. Come poteva? Aveva ancora la fede al dito. La notte si svegliava in preda ad attacchi di panico fulminei per ricordarsi, solo dopo, di aver sognato proprio Sarah. Ma, adesso, le crepe facevano più male del colpo del chiodo. Ora che non c’era più Sarah, anche il lavoro alla Random House aveva perso il suo piacere. Non serviva sicuramente a distogliere Darren dal sangue che sgorgava dalla sua ferita. Si era iscritto in palestra per sfogare la sua frustrazione, e aveva iniziato un corso di autodifesa. Si era dato all’hashish, qualche volta.

Niente serviva a niente.

Quella mattina aveva deciso di alzarsi tardi. Erano le dieci di una domenica spenta. La madre era tornata a casa. Voleva visitare la tomba di suo marito. Non aveva invitato Matthew perché sapeva che non gli avrebbe fatto piacere. Non erano rimasti in buoni rapporti, e Darren ci andava di rado. Quella mattina l’ansia era maggiore. Aveva mascherato la sua angoscia dietro un velo di tranquillità, e tutta la settimana era passata senza che nulla di significativo accadesse. Notizie di Sarah non ce n’erano, il lavoro di Darren andava avanti e andava bene. Ma quella mattina aveva capito che era tutta una menzogna, che non era cambiato nulla. Non era più tranquillo, aveva solo deciso di dimenticare il suo passato prossimo per rifarsi una vita.

- Non basta dimenticare. Per ripartire, ci vuole il perdono.

Questa frase disse ad alta voce, davanti allo specchio. Da qualche giorno teneva con sé un piccolo taccuino dove appuntava frasi così, profetiche. Non immediatamente comprensibile a sé stesso, quella frase aveva un sentore di verità che andava analizzato più consapevolmente.

Perdono? Ma dove?

Così, senza crederci troppo in Dio o in altro, prese la macchina e si mise in viaggio. Ascoltava Hoppipolla e proseguiva per la strada dritta che dal centro divergeva verso luoghi sempre più inabitati. Proseguì così per tre ore finché, sulla statale, non si fermò a mangiare qualcosa in un piccolo bar. Un caffè. Chiese se in zona ci fosse una chiesa. La cameriera era una ragazza di vent’anni con un largo sorriso ed un grembiule bianchissimo. I capelli biondi ricordavano vagamente Sarah, e anche le gardenie sul bancone avevano lo strano potere di ricondurre a lei, forse per il medesimo biancore del viso.

- Guardi, qui di chiese non ce ne sono. Giusto una battista se prosegue verso Shamokin. Se no ce n’è una cattolica, a un’ora da qui, ma è un po’ fuori mano e c’è una bella strada da fare.

Darren, che non aveva ben chiari i motivi di quel progetto, decise di prendere la strada verso la chiesa cattolica pensando che lì, forse, si sarebbe chiarificato il suo desiderio. E arrivò alla chiesa di Saint Martin.

- Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

- Padre, io non sono religioso.

Ci fu un istante di silenzio. Da dietro la grata, non si vedevano le espressioni del viso, e i dialoganti dovevano far leva sulla conoscenza vicendevole delle manifestazioni della voce. Da lì, comprendere i reconditi significati che sostano nel non-detto dei messaggi.

- Lei non crede?

- No.

- Non vuole confessarsi?

- No.

- Perché è qui, allora?

- Non lo so.

- Qualcuno le ha detto di venire?

Pausa.

- Più o meno?

- Chi?

- Non lo so.

Il prete tacque un secondo, e respirò. Dalla grata si vedeva solo un’ombra che si muoveva a destra e a sinistra. Lo spazio era illuminato dalla luce di quattro candele. Le lampadine erano fulminate e, per far cassa, non erano ancora state sostituite. Le candele davano al piccolo inginocchiatoio di legno una luce soffusa, tenue. Un angolo spento di mondo, e poca cera a salvare un minimo di speranza.

- Come non lo sa?

- No, lo so. Mia moglie.

- Quindi sua moglie le ha detto di venire da me.

- Non mi ha detto di venire proprio da lei. Non mi ha detto nulla in realtà. Ormai è tanto che non la vedo. Però stamattina pensavo a lei, non riuscivo a farne a meno. Lei era cattolica. Quindi ho pensato di venire qui.

Il prete tacque. Nel silenzio ogni secondo s’ispessiva. La voce del prete era roca, ma non anziana. Una voce pesante, un po’ rasposa, che conosceva tutte le inflessioni che la vita può raccogliere.

- Tua moglie non c’è più.

- Già.

- E tu come stai, figliolo?

Darren sorrise. Neanche suo padre l’aveva mai chiamato così. E quel prete non doveva avere più di quarant’anni.

- Secondo lei?

Ci fu ancora qualche istante di silenzio.

- Nessuno guarda bene dentro di sé, figliolo. Secondo me non lo sai. Certamente sei infelice. È chiaro. Ma non è solo questo…

Darren restò il silenzio.

- Sai, sono un prete, ma prima un uomo. Lo sconforto lo conosco bene. L’ingiustizia di fare domande senza che nulla accada, pure. Anch’io ho pregato Dio, e tante volte mi ha risposto in un modo così incomprensibile che ancora mi chiedo se lo abbia veramente fatto.

- Non so dove sia mia moglie. Come crede che mi abbia risposto Dio?

- Beh, ad esempio facendosi carne, e venendo ad abitare in mezzo a noi.

- Cosa significa?

- Che duemila ed undici anni fa, Maria partorì Gesù a Betlemme…

- No, la storia la so. Grazie. Ma cosa c’entra con mia moglie?

Il prete si schiarì la voce.

- Caro, non capisci? C’entra con tua moglie questa cosa. Se così non fosse, non avrebbe senso tutto il tuo dolore e adesso ti saresti rifatto una vita. O suicidato. Invece tu sei qui. Sei qui. E parli con me. Credi di dover disperare, eppure vivi. È incomprensibile: eppure, lo fanno in molti. Allora, la loro disperazione è una menzogna, ed essi vivono di un breve sogno di speranza.

Darren, in silenzio, cercava di seguire il discorso del prete ma, pensava, forse si sta procedendo troppo verso l’estremismo.

- Provo a farmi capire. Ti manca tua moglie?

- Molto.

- E tu potresti dire che è solo tua moglie, a mancarti? O c’è dell’altro?

- C’è dell’altro.

- E cosa ti manca allora?

- Non lo so.

- Chieditelo, allora. Ma sono convinto che non possa trovare una risposta soddisfacente in poco tempo. Lei ha un bel lavoro?

- Sì.

- Soldi?

- Quanto basta.

- Amici?

- Pochi, ma ci sono.

- E ora che manca tua moglie, è come se niente bastasse.

- Sì. Ma forse non bastava neanche prima. Mi ero illuso che fosse lei a rendermi stabile. Ed era così. E adesso non so che fare.

- Bene, è questo il punto. L’uomo è libero. Eppure la libertà fa’ paura, così tanta che uno se la toglie e la offre ad altri. Ma il fatto che, adesso, tu sia qui, dimostra una sola cosa. Che la tua vita dipende da altro che non sia lei. E ora te ne accorgi.

Pausa. Silenzio tra i due.

- Siine lieto. Significa che ti stai lentamente accorgendo di Chi stringe la vita tra le mani.

Tra i due ci furono istanti pesanti di silenzio. Ci pensò Darren a concluderli:

- È così.

- Lo so. E non può nascerne che del bene. Continui a cercare sua moglie.

- Va bene.

Nell’andarsene, Darren notò un uomo incappucciato nell’ultima panchina, vicino all’uscita.

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