“Suburra” — L’Italia in nero

Un’Italia abbruttita, sfuggente e violenta nel film di Sollima.

Questo è un film che non anticipa nulla: la verità, se esiste, è fuori, nelle notizie di tutti i giorni. “Suburra” è un dato di fatto. E’ un’apologia dell’Italia attuale, ma quella in nero, quella della malavita che può permettersi affari con tutti e che tutti cercano per il proprio tornaconto. Stefano Sollima è quasi un regista specializzato nel narrare le vicende più oscure e pericolose del nostro paese: “Romanzo criminale“, quello per “Sky“, resta una delle migliori serie TV Italiane degli ultimi vent’anni, anni luce dalle edulcorate fiction della Rai. E poi “Gomorra” e “ACAB“. Tra piccolo e grande schermo narrazioni forti, impietose.

La forza di Sollima è saper distinguere, pur mantenendo uno stile ormai riconoscibile, tra cinema e televisione. Il racconto, nel primo caso, è necessariamente più breve: condensa e non dilata. Il che è, ovviamente, una sfida. Sfida nel narrare, con questa pellicola, molte cose, molti affari, molte brutte vite, molta Italia. Il che non sempre riesce, nell’arco di 130′. La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e De Cataldo (mica gli ultimi) è piuttosto debole: anzi, prevedibile. Il che non aiuta. Su questa trama esile e, via, scontata in alcune parti, il regista cerca di mettere una pezza visiva ed emozionale.

Per le immagini, francamente, niente da dire. C’è pochissima luce, come necessita per dare il senso di cose sporche, di intrecci oscuri, dell’abbruttimento della nostra società. Pochissima luce e quando c’è è solo per fare prendere respiro alla concatenazione di avvenimenti che è serrata. Mano decisa del regista: immagini solide, nette. Le emozioni le danno gli attori. E si è voluti andare sul sicuro. Il politico di Pierfrancesco Favino è quello che ci sta sull’anima ogni giorno quando parliamo di politica: puttaniere, drogato, senza scrupoli e, cosa più fastidiosa, ipocrita. Elio Germano è il romano arrampicatore, festaiolo, ingrato e alla fine per necessità violento. Claudio Amendola è la vera eminenza grigia della storia: un capo spietato, ma mai eccessivo nel suo evidenziarsi. Piuttosto uno che sa distruggere con le (poche) parole che può dire.

Tutti e tre assolvono il compito con diligenza e seguendo l’idea del film stesso: non si ride. Sugli altri, però, Amendola, che tratteggia il suo personaggio con sapienza (è l’ultimo superstite della banda della Magliana, e si chiude il cerchio), finalmente assurgendo a film che lo valorizzano. Bravo. Si dice che per la sua figura ci si sia ispirati a Massimo Carminati, il cui legale non ha gradito. Il che vuol dire che si è centrato il bersaglio.

Intorno donne perdute: non tappezzeria (vedi il personaggio di Greta Scarano, che diviene lo snodo principale, alla fine), ma neanche così importanti per questi uomini perduti. “Suburra” è un film dal gran ritmo, serio e anche coinvolgente, per quanto piuttosto lineare. Il che non vuol dire che non faccia riflettere e, soprattutto, arrabbiare. E sì, perchè va detto (e lo stanno facendo tutti) che la verità è peggiore. Consapevolezza che non allevia. Anzi.


Originally published at www.wikicinema.info on October 17, 2015.

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