Quando ci si lascia.

Melanconici appunti sull’amore che finisce.

Lui se ne stava muto in un angolo a bere la sua pinta. Lei invece ad ascoltare annoiata gli aneddoti di un’amica. Stazionavano al bancone, uomini di passaggio calpestavano i piedi di entrambi, sintomo di una storia che iniziava già ricca di dolore.

Alberto e Luisa erano capitati nell’unico locale in città frequentato esclusivamente da redskin, teste rasate che galleggiavano come pianeti nello spazio indefinito di quel pub marcio. E loro che erano due satelliti — con quel mondo non c’entravano niente, gli giravano accidentalmente attorno — lì si sono incontrati. Per alcuni anni hanno poi viaggiato su rotte parallele. Ma poi la forza che li calamitava l’uno verso l’altra ha cambiato segno respingendoli fino a portarli su orbite distanti ai limiti dell’universo.

Sembra semplice ma quando ci si lascia non è mai un buon giorno. Anche se è il momento più alto e vero di ogni storia d’amore.

Tutto quello che viene prima è monotonia, fugaci colazioni insieme e lenti pranzi della domenica, partite sul divano e ciabatte usurate. Mia suocera e sua madre. Le cene al ristorante, un ambulante indiano e le rose. Un ambulante indiano e le rane di legno. Un ambulante indiano e i ragni antistress reduci di escursioni tra le fitte chiome di altre mille coppie. Un cane taglia media, prendiamo due cose diverse e poi dividiamo? Le bollette da pagare che indugiano sul tavolo per settimane. E poi i rituali d’accoppiamento ogni volta sempre uguali, i dentifrici spremuti al centro, chi porta giù il cane? Eroici cibi che resistono nella credenza oltre la data di scadenza, un accappatoio umido dimenticato sul letto innumerevoli volte, io cucino tu lavi i piatti? Porte sbattute brutalmente e rumori sordi di cose che cadono. Di nuovo partite sul divano, qualche aperitivo, le malignità sugli amici e il dormire abbracciati. Sei la mia vita, il mio respiro, la mia anima, il mio cuore. Senza te non vivo più. Poi ci si lascia e sfortunatamente non si muore. Peccato.

Peccato perché quello che Alberto sente ora, seduto sul divano, nella penombra del suo soggiorno, con le riviste in disordine sul tavolino basso, è una massa nera che pesa sullo stomaco. Preferirebbe decisamente trovarsi sotto il divano, sotto il pavimento, in una fossa sotto un metro e qualche quintale di terra.

Squilla il telefono. Alberto lo cerca forsennatamente e lo trova inerme sotto una macerie di numeri di Rolling Stone. La speranza che sia lei. Una voce femminile.


- Buongiorno, sono Giulia di Telecom Italia. Parlo con il Signor Alberto?
- Sì.
- Salve Signor Alberto, volevamo proporle un’offerta a lei riservata. È un buon momento per parlare?
- Guardi Giulia, mi sono lasciato con la mia ragazza dopo 3 anni di convivenza, ho fatto colazione con 1 mg di Xanax, e sto meditando sulla possibilità di una morte lenta e dolorosa guardando Amici. Secondo lei è un buon momento?
- Non saprei Signor Alberto. Amici non è poi così male.
- …
- Ok, vuole che la richiami domani?
- La speranza è l’ultima a morire.


Forse tutta quella monotonia era l’amore a cui ci si affeziona. Un sentimento instillato nei gesti, nelle parole, negli oggetti. In ogni caso ora non c’è più. C’è solo la bestia dell’assenza che ruzzola tra l’esofago e il diaframma.

E Alberto si chiede se non fosse stato meglio odiarsi sin dall’inizio. Dal primo istante. Di un odio profondo, drammatico, teatrale. Discutere infantilmente su questioni di minima importanza, dibattere sul grado di cottura della pasta, polemizzare sulla scelta del lato del letto sul quale dormire, contendersi la paternità di una frase arguta pronunciata in una serata tra amici. E ancora battibecchi, questioni, disaccordi su questioni morali e politiche. Litigare sempre e da sempre. Litigare dal primo appuntamento, ancora prima che iniziasse la storia, ancora prima che iniziasse la serata. Dal primo sguardo in quel pub marcio pieno di redskin.

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