La rabbia di Unabomber è anche la tua

Ted Kaczynski ha intrattenuto corrispondenze epistolari con centinaia di persone, negli ultimi vent’anni: le lettere che ha spedito e ricevuto riempiono almeno 90 scatoloni, che la University of Michigan si premura di conservare. Impressionante, considerato che Kaczynski — noto alle cronache come Unabomber — gli ultimi vent’anni li ha passati rinchiuso in un penitenziario di massima sicurezza. Ma il suo rapporto col sistema postale, in precedenza, era ancora meno ortodosso: tra il 1978 e il 1995, Kaczynski ha inviato pacchi bomba in giro per gli Stati Uniti, uccidendo tre persone, mutilando e ferendo altre 23.

Manhunt: Unabomber è la miniserie in otto puntate che Discovery ha dedicato a lui e al suo caso poliziesco-giudiziario-filosofico. Una narrazione true crime avvincente e una ricostruzione affascinante del personaggio Kaczynski, interpretato da Paul Bettany. Se perdonate il gioco di parole, Manhunt è una bomba. In tutti i sensi: conquista, emoziona, rischia di scoppiarti in mano. E come i pacchi postali di Kaczynski, ha un contenuto ideologico oltre a quello immediatamente esplosivo.

C’è da scommettere che nel prossimo futuro il settantatreenne ex-terrorista riceverà nuove vagonate di lettere — forse anche dall’Italia, dove Manhunt potrebbe toccare corde particolari. Gran parte di chi ha scritto a Kaczynski finora, lo ha fatto dopo aver letto il suo “manifesto”, il pamphlet anti-tecnologico La società industriale e il suo futuro. Chi gli scriverà dopo aver visto la serie tv, probabilmente lo farà perché rapita dal genio anti-sistema timido, sensibile e spietato.

All’inizio, Kaczynski appare come un arrogante convinto che siamo tutti pecore al servizio del Sistema; un villain subdolo e manipolatore come il Joker di Heath Ledger, ma meno istrionico. Col passare delle puntate e l’accumularsi dei dettagli, questa immagine s’incrina lasciando emergere insicurezze e punti deboli. Che però non sembrano umanizzarlo, anzi, lo rendono ancora più odioso. È quello che succede coi terroristi nel mondo reale: dopo averli presi o dopo che sono morti, inquirenti e media cercano elementi per evitare che passino per martiri e attribuire i loro gesti alla frustrazione o alla pazzia. Ma Manhunt fa un passo in più.

Da sinistra, l’agente James Fitzgerald (Sam Worthington) e Ted Kaczynski (Paul Bettany)

L’identificazione diretta con Kaczynski, all’inizio, è impossibile. Troppo spocchioso, e fino alla seconda puntata non compare neppure in volto. Anche più avanti, apprendiamo relativamente poco del suo passato — per giunta, i flashback sono le sequenze più scarse dell’intera serie — e le condizioni in cui vive fino al momento della cattura non offrono la possibilità di mettere in scena alcun conflitto. Infatti, la storia è raccontata in massima parte dal punto di vista di James “Fitz” Fitzgerald, profilatore dell’FBI chiamato a studiare le lettere del terrorista più inafferrabile nella storia degli Stati Uniti.

Fitz è l’outsider necessario agli investigatori per identificare Unabomber esattamente quanto è necessario agli spettatori per identificarsi con Unabomber. Progressivamente, Fitz riconosce nel mondo in cui si muove i caratteri di “distopia reale” descritti dalle teorie di Unabomber, e attraverso il filtro del Personaggio Buono iniziamo anche noi a sospettare che Kaczynski non sia poi così cattivo. Anzi, è Fitz che prende a comportarsi da stronzo, mentre Ted diventa sempre più sfumato e suscita insieme rispetto e compassione.

Paul Bettany affascina perché non dà certezze: dietro ai suoi occhi, potrebbe agitarsi di tutto in ogni momento. Il suo corpo e la vicenda di Kaczynski diventano un unico totem da caricare di un significato a scelta, tra quelli proposti in Manhunt. Le prospettive di significazione più interessanti, le offre la rabbia nei confronti della società.

Il risentimento aperto non si addice alle persone di buon gusto: né quello sordo dei frustrati, né quello rabbioso degli impulsivi. È un luogo comune che la nostra storia recente sembra confermare: negli ultimi anni, il risentimento in Italia è stato monopolizzato dalle forze politiche esteticamente più rozze, dai grillini ai turborenziani; quelle coi congiuntivi sbagliati, i meme brutti, le citazioni banali, magari pure apocrife. I modi di queste forze politiche si sono guadagnati l’appellativo di “gentismo”, e non è un caso se La Gente di Leonardo Bianchi ha per sottotitolo Viaggio nell’Italia del risentimento. Ma bisogna essere precisi: esprimere rabbia contro la società, contro le presunte élite che la portano alla rovina, è diventato sintomo di cattivo gusto. Non per questo, le persone colte o benestanti o beneducate sono esenti dal provare quella rabbia. Una rabbia tremenda. Spesso dissimulata dietro boutade estreme, sublimate in una furia analitica che spacca il concetto in quattro, o sfogate nello studio compulsivo — comunque, una rabbia che metteresti le bombe.

Sarebbe piacevole trovare un simbolo per questa rabbia, un crocifisso al quale rivolgere lo sguardo nei momenti in cui il risentimento ti toglie il fiato. Peccato che il protagonista di V per Vendetta, o almeno il ghigno stilizzato di Guy Fawkes, siano stati cooptati proprio dalla Gentaccia di cui sopra. Ma ecco, Manhunt ci serve su un piatto d’argento il metodico, articolato, vivente Ted Kaczynski.

“In lui c’è qualcosa di tragico, non pensi?” chiede a Fitz la linguista Natalie Rogers, interpretata da Lynn Collins. “Una persona capace di scrivere in quel modo, di ragionare in quel modo? Con così tanta perspicacia e passione? Eppure, chissà come, la vita lo ha convinto che l’unico modo di farsi ascoltare sia far saltare in aria le persone”. È davvero commovente pensare al tempo e alle energie che molti di noi consumano nel tentativo di farsi ascoltare, notare, riconoscere come membri di un qualche valore nelle comunità in cui vogliamo acquisire o conservare un posto. Comunità nelle quali è importante saper scrivere, saper ragionare; e siccome, nelle comunità da cui proveniamo, qualcuno ci riteneva persone che sapevano scrivere o ragionare, fatichiamo ad accettare la nostra improvvisa inettitudine. Nessuno è più interessato alla nostra opinione su tutto, non tutte le conversazioni ci coinvolgono… E allora, chi più, chi meno, detoniamo bombe per attirare l’attenzione; nella maggior parte dei casi, siamo gli unici a restarci secchi. Da fuori, si vede solo un omino che si agita, sbraita una scemenza fuori luogo pur di farsi sentire, rivendica un privilegio perduto, e scompare in una nuvoletta di fumo.

Ted Kaczynski emerge da Manhunt come un uomo sopravvissuto alle sue stesse bombe, privato della libertà ma integro nell’etica. Il genere di etica, si capisce, che negli omicidi non trova contraddizione ma conferma. Quindi è in questo senso, che la serie contiene dei pericoli? Gli spettatori potrebbero imbracciare le armi? No, il rischio è quello di lasciarsi accecare dall’efficacia di Manhunt, abboccare alle esche psicologiche che lancia, e restare convinti dell’illusione per cui Ted Kaczynski è Paul Bettany. Il rischio è iniziare a blaterare di neo-luddismo perché ne abbiamo sentito parlare in una docu-fiction su internet. Il rischio è fare di Kaczynski un simbolo cretino com’è diventato Guy Fawkes. Il rischio non è di emulare Kaczynski ma di tradirlo, e tradire proprio quell’intelligenza che credevamo fosse il nostro tratto distintivo.