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Caro Matteo,

in bocca al lupo! Una breve riflessione. Quando le cose non vanno per il verso giusto, occorre sempre fare un tuffo nella realtà. Di quale realtà sto parlando? Del corpo elettorale e delle sue percezioni. La comunicazione di chi ha responsabilità di governo deve forzatamente tener conto degli umori e delle capacità cognitive dei destinatari dei messaggi politici. Spesso, noi tutti, rapportandoci con i nostri interlocutori, pensiamo di dire le cose “giuste” e di saperle argomentare adeguatamente. Ma se non abbiamo un conoscenza realistica dei destinatari dei nostri messaggi, rischiamo di fare naufragio. A tale proposito ti invio un articolo del giornale La Stampa a cura di Mimmo Càndito che chiarisce una volta per tutte, nel merito, la questione da me sollevata. Ecco il testo:

“(Questo testo é un omaggio a Tullio De Mauro, morto nei giorni scorsi,

che ha portato la linguistica fuori dalle aule dell’accademia, e l’ha

resa uno degli strumenti fondamentali di analisi di una società)

Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta,

ma non capisce)

Non è affatto un titolo sparato, per impressionare; anzi, è un titolo

riduttivo rispetto alla realtà, che avvicina la cifra autentica all’80

per cento. E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a

noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio

sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali”

anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di

politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti

difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di

loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”.

Qual é questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che

hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono

incapaci! La (relativa) complessità della realtà gli sfugge, colgono

soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di

significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale,

riflessiva. Non sono certamente analfabeti “strumentali”, bene o male

sanno leggere anch’essi e — più o meno — sanno tuttora far di conto

(comunque c’è un 5 per cento della popolazione italiana che ancora

oggi è analfabeta strutturale, “incapace di decifrare qualsivoglia

lettera o cifra”); ma essi sono analfabeti “funzionali”, si trovano

cioè in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione

nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno

perduto la funzione del comprendere, e spesso — quasi sempre — non se

ne rendono nemmeno conto.

Quando si dice che quella di oggi non è più la civiltà della ragione

ma la civiltà della emozione, si dice anche di questo. E quando Bauman

(morto ieri, grazie a lui per ciò che ci ha dato) diceva che,

indipendentemente da qualsiasi nostro comportamento, ogni cosa é

intessuta in un discorso, anche l’”analfabetismo” sta nel “discorso”.

Cioè disegna un profilo di società nella quale la competenza minima

per individuare una capacità di articolazione del proprio ruolo di

“cittadino” — di soggetto consapevole del proprio ruolo sociale,

disponibile a usare questo ruolo nel pieno controllo della

interrelazione con ogni atto pubblico e privato — questa competenza

appartiene soltanto al 20 per cento dei nostri connazionali.

E’ sconcertante, e facciamo fatica ad accettarlo. Ma gli strumentiscientifici di cui la linguistica si serve per analizzare il rapporto

tra “messaggio” e “comprensione” hanno una evidenza drammatica.

Non é un problema soltanto italiano. L’evoluzione delle tecnologie

elettroniche e la sostituzione del messaggio letterale con quello

iconico stanno modificando un po’ dovunque il livello di comprensione;

ma se le percentuali attribuibili ad altre societá (anche Francia,

Germania, Inghilterra, o anche gli Usa, che non sono affatto il

modello metropolitano del nostro immaginario ma piuttosto un’ampiaAmerica profonda, incolta, ignorante, estremamente provinciale) se

anche quelle societá denunciano incoerenze e ritardi, mai si

avvicinano a queste angosciose latitudini, che appartengono soltanto

all’Italia, e alla Spagna.

Il “discorso” è complesso, e ha radici profonde, sociali e politiche.

Se prendiamo in mano i numeri, con il loro peso che non ammette

ambiguità e approssimazioni, dobbiamo ricordare che nel nostro paese

circa il 25% della popolazione non ha alcun titolo di studio o ha, al

massimo, la licenza della scuola elementare. Non é che la scuola renda

intelligenti, e però fornisce strumenti sempre più raffinati — quanto

più avanti si vada nello studio — per realizzare pienamente le proprie

qualità individuali. Vi sono anche laureati e diplomati che sono

autentiche bestie, e però è molto più probabile trovare “bestie” tra

coloro che laurea e diploma non sanno nemmeno che cosa siano. (La

percentuale dei laureati in Italia, poi, é poco più della metà dei

paesi più sviluppati.)

Diceva Tullio De Mauro, il più noto linguista italiano, ministro anche

della Pubblica Istruzione (incarico che siamo capaci di assegnare

perfino a chi non ha né laurea né diploma — e questo dato rientra

sempre nel “discorso”), che più del 50 per cento degli italiani si

informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora),

seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di

analisi, quindi, che non solo sfugge le complessità, ma che anche

davanti a un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la

politica nazionale o internazionale) é capace di una comprensione

appena basilare.

Un dato impressionante ce l’ha fatto conoscere ieri l’Istat: il 18,6

per cento degli italiani — cioè quasi uno su 5 — lo scorso anno non ha

mai aperto un libro o un giornale, non é mai andato al cinema o al

teatro o a un concerto, e neppure allo stadio, o a ballare. Ha vissuto

prevalentemente per la televisione come strumento informativo

fondamentale, e non é azzardato credere — visti i dati di riferimento

della scolarizzazione — che la sua comprensione della realtà lo piazzi

a pieno titolo in quel 80 per cento di analfabeti funzionali (che

riguarda comunque un universo sociale drammaticamente molto più ampiodi questa pur amara marginalità). E da qui, poi, il livello e il grado

della partecipazione alla vita della società, le scelte e gli stili di

vita, il voto elettorale, la reazione solo di pancia — mai riflessiva– ai messaggi dove la realtà si copre spesso con la passione,

l’informazione e la sua contaminazione con la pubblicità e tant’altro

che ben si comprende. E’ il “discorso”.

Il “discorso” ha al centro la scuola, il sistema educativo del paese,

le scelte e gli investimenti per la costruzione di un modello

funzionale che superi il ritardo con cui dobbiamo misurarci in un

mondo sempre più aperto e sempre più competitivo. Se noi destiniamo

alla ricerca la metà di un paese come la Bulgaria, evidentemente c’è

un “discorso” da riconsiderare.”

Questo articolo ci costringe a riflettere con spietatezza. Ognuno di noi si senta impegnato per la rinascita di questo paese, meraviglioso e sventurato.

Un caro saluto.

Fausto Danielli

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