L’itanglese e le parole della donnola

Recentemente, sono venuto di recente a conoscenza del lavoro del linguista Antonio Zoppetti, autore del saggio Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli, Milano 2017), ripreso da un interessantissimo e intelligente articolo di Annamaria Testa (disponibile qui).

Zoppetti presenta dati eloquenti su come la maggior parte dei neologismi apparsi nella lingua italiana negli ultimi anni siano di fatto anglicismi o parole inglesi direttamente importate.

Riassumendo brevemente l’analisi di Zoppetti (che potete leggere qui), l’uso eccessivo di parole inglesi (o di varie storpiature che ne derivano) nella lingua italiana, sta snaturando la nostra lingua portando all’”interiorizzazione di regole estranee” all’italiano.

Questo fenomeno, acuto specialmente nella politica e nell’impresa, ma anche nel giornalismo, sta trasformando l’italiano in itanglese, primo passo verso la “creolizzazione” della nostra lingua e, quindi, la perdita del nostro patrimonio linguistico e culturale.

Vivendo in Australia ormai da molti anni, sento forte l’esigenza di mantenere e custodire la mia lingua di origine. L’uso quotidiano dell’inglese, che oramai mi porta spesso — ahimè — a fare qualche fatica con l’italiano parlato, mi ha però fornito di una prospettiva nuova sull’italiano e sulla relazione tra inglese e italiano.

Per questi motivi, sposo appieno la tesi di Zoppetti sull’esigenza di salvaguardare la nostra lingua. Oltretutto, mi sembra preoccupante che l’anglicizzazione della nostra lingua procede serrata laddove, al contempo, la conoscenza della lingua inglese da parte degli italiani è la peggiore d’Europa.

A mio parere il fenomeno si potrebbe spiegare con tre motivi: la pigrizia, la voglia di sembrare più acculturati (o più aggiornati) e, infine, la malizia.

La pigrizia

La pigrizia è semplicemente l’incapacità culturale di utilizzare o adattare parole italiane (laddove possibile) invece di riusare supinamente il termine inglese. Ricordo ancora quando Umberto Eco faceva notare come la parola italiana privatezza non è mai usata, e si preferisce la parola inglese privacy. Oppure: riunione invece di meeting, e gli esempi possono continuare.

La voglia di sembrare piu’ acculturati o piu’ aggiornati

… per esempio quando ci troviamo a usare tutte le parole inglesi delle nuove tecnologie (social, blog, ecc., anche se a ben guardare oramai non sono più così nuove) o delle nuove mode (selfie, per esempio).

La malizia

Al riguardo della quale c’è da scrivere parecchio. Secondo me l’uso dell’itanglese nel politichese (il job act, la spending review, ecc.) è una scelta precisa per ammodernare l’arte sottile del dire e non dire, ovvero parlare tanto con il preciso intento di non far capire nulla.

E qui mi ricollego al riferimento, nel titolo, alle parole della donnola. La frase originale, “weasel words” è stata coniata dallo scrittore australiano Don Watson. In Australia, Watson è il portavoce di una campagna culturale analoga a quella di Zoppetti in Italia. Watson ha fatto notare come la lingua inglese sia in decadenza per via dell’uso massiccio e incontrollato di un certo tipo di linguaggio aziendale, tecnico, asciutto, noioso.

Questo linguaggio ha trasformato molte parole in “parole della donnola”, espressione che allude al fatto che la donnola va in cerca di uova nei nidi degli uccelli. Trovatili, pratica un buchino sui gusci e succhia via le uova lasciando dietro gusci intatti, ma vuoti.

Allo stesso modo, il tipico linguaggio della dirigenza aziendale, infestando tutti i meandri del discorso pubblico, ha trasformato molte parole in gusci vuoti, privi di significato (tra l’altro, andatevi a leggere La Manomissione delle Parole, bellissimo saggio di Gianrico Carofiglio, stessi temi).

Le parole della donnola servono a nascondere il significato invece che rivelarlo. Servono a rendere incomprensibili le parole dei politici, o le postille in calce ai contratti telefonici, oppure il significato di strumenti finanziari, così come i modulo da compilare in qualche ufficio pubblico.

Servono a mantenere tanta parte della popolazione in condizione di sudditanza culturale, oltre che sociale.

L’itanglese rappresenta le parole della donnola “all’amatriciana”, il latinorum del ventunesimo secolo, l’involuzione del linguaggio nella sua esatta antitesi: da meccanismo per comunicare a strumento per nascondere il significato.

Physicist and entrepreneur. Blogging at https://nirpyresearch.com

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