Au-pairing in Cambridge: primi giorni, primi tormenti

Prima di iniziare il mio resoconto super interessante che sicuramente non vedete l’ora di leggere, ci tenevo a precisare in cosa consiste l’esperienza di au-pairing così da chiarirvi cosa sono venuta a fare qui nel Regno Unito.
Prima di tutto, fare la ragazza alla pari non è esattamente un lavoro. Si tratta più che altro di uno scambio culturale: in cambio di collaborazione in casa, hai la possibilità di essere ospitato in un paese straniero praticamente a costo zero e con l’aggiunta di una “paghetta” settimanale. Poche ore di lavoro al giorno, moltissimo tempo libero da dedicare alla scoperta di una cultura diversa, di usanze e abitudini completamente lontani dalle mie.
In altre parole, NO, non sono andata a cercare fortuna altrove, NO, non sono emigrata per diventare ricca all’estero facendo la lavapiatti perché “in Inghilterra c’è la meritocrazia, sei hai la terza media ma sei sperto ti puoi fare i soldi!” (sorry to break it out for you but that’s not really how it works, sweeties).
I primi giorni qui a Cambridge sono stati veramente complicati. Ciò include crisi di pianto senza preavviso, ansia e senso di smarrimento costante e una fame incredibile mista a nausea tutte le volte che vedevo del cibo che non fosse italiano. Certo è che non sono l’unica. Da quello che ho potuto sentire sulle esperienze delle altre ragazze alla pari, l’impatto è stato terribile un po’ per tutti. E se a questo aggiungiamo che io arrivo dal Paesello™ e che dal Paesello™ non sono praticamente mai uscita, potete immaginare con quale stato mentale ho affrontato le mie prime ore nella mia nuova casa.
Pulizia
Sono arrivata a Cambridge circa alle tre di notte, stanca e sopraffatta dopo un viaggio distruttivo che è durato ore e ore (thanks Ryanair!). Il padre della bambina a cui faccio compagnia mi ha aspettato in aeroporto per Dio solo sa quanto con un cartello in mano con su scritto il mio nome e la pazienza di un martire. Quaranta minuti più tardi arriviamo nel carinissimo quartiere di Girton, a nord-ovest di Cambridge. Lui parcheggia l’automobile, tira fuori i bagagli, mi apre la porta d’ingresso, si gira verso di me e dice: “sorry, we take off our shoes at the front door” (“scusa, ma ci togliamo le scarpe all’ingresso”). Penso di aver sentito gli angeli cantare in quel momento. Io, che avevo googlato fino a poche ore prima “popoli più puliti d’Europa”, finalmente avevo la conferma di non essere finita in tugurio. Ero felice, potevo farcela. “Of course I’ll take off my shoes, I’m very happy to do so” (“Certo che tolgo le scarpe, ben felice di farlo”) e vado a letto col sorriso sulle labbra.

Il giorno dopo però, alla luce del sole, le cose mi appaiono abbastanza diverse. Vi risparmio l’elenco delle schifezze che ho trovato disseminate in ogni angolo della casa. Posso dirvi però che la famiglia in cui vivo ha moltissimo a cuore la pulizia del pianeta (non usano cose di plastica, non hanno tovaglioli di carta, hanno spazzolini da denti ricavati dal bamboo), ma se ne fregano parecchio della pulizia della loro casa. Il caos mi piace, sia chiaro, sono caotica anche io. Le stoviglie incrostate? Un po’ meno. Il dentifricio dentro il lavandino? Anche no. Le pulizie due volte al mese? Please good Lord, protect me from any disease.
Tutto sommato però, un modo per sopravvivere si trova. Ho sterilizzato la spugna per la cucina, ho lavato i piatti da me perché non mi fidavo, e insomma, penso che riuscirò a trovare un equilibrio prima o poi. E oggi sono arrivate le cleaner e nell’aria c’è un buon profumo. Durerà?
Lingua
Quando sono partita ero abbastanza tranquilla dal punto di vista della lingua perché l’inglese più o meno lo conosco. E infatti non ho avuto particolari problemi, nonostante la famiglia che mi ospiti non sia originaria di Cambridge e abbia quindi un accento diverso dal solito a cui sono abituata. Certo la bambina mi crea qualche difficoltà: parla, grida, canticchia, e spesso tutto insieme e a volte la guardo e sorrido mentre in realtà non ho capito proprio niente di quello che ha detto. Il primo giorno, sedute sul suo letto, mi ha raccontato di lei, di quello che le piace e dei suoi libri preferiti e della sua famiglia, ma con una frenesia tale che ho faticato veramente a seguire i suoi discorsi. Tanto che oggi, chiacchierando, me lo ha fatto notare: “Maybe you didn’t listen to me properly, but I’ve already told you about that!” (“Forse non mi hai ascoltato bene, ma ti ho già parlato di questa cosa”). E sì, aveva ragione. Ma come spiegarle che avevo compreso nemmeno un terzo di quello che mi aveva raccontato? Spesso mi limito ad annuire, soprattutto la sera a tavola. Ma per fortuna hanno tutti molta pazienza con me e anche la figlia si limita ad un “Pardon?” quando quello che dico non ha senso alcuno.

La cosa peggiore riguardo la lingua è che mi rende molto confusa. Il mio inglese non è perfetto, ma è l’unica lingua che ho usato negli ultimi giorni e ciò vuol dire che: mi ritrovo a pensare in inglese, mi sono accorta che ogni tanto parlo in inglese tra me e me (“This smells so good!” ho detto poco fa sotto la doccia mentre usavo il bagnoschiuma che ho preso da Boots. “Che profumo”), ho difficoltà a formulare pensieri completi in italiano, e anche adesso scrivere questo post si sta rivelando veramente faticoso. Fa parte del gioco però, ed è anche abbastanza divertente. Il mio british accent non è mai stato così preciso!
Guida
Più che fare compagnia alla bambina, il mio compito qui riguarda l’uso dell’automobile. La scuola infatti dista 40 minuti da qui, e ogni mattina devo prendere l’auto per accompagnare e lo stesso il pomeriggio per prenderla. Peccato che gli inglesi siano un popolo di PAZZI. Non solo guidano a sinistra tenendo lo sterzo sulla destra (follia pura), ma corrono pure un sacco! Il limite nelle strade extra urbane varia da 40 a 60 miles per hour, e ciò significa che si arriva fino ad 100 km/h nelle stradine di campagna strettissime e spesso piene di nebbia. In più parcheggiano veramente senza nessun criterio logico, fermano l’automobile in mezzo alla strada, magari pure dopo una curva, e bloccano un’intera corsia. E suonano il clacson se vai troppo piano, e possibilmente ti insultano pure.

La mia prima esperienza di guida è stata traumatica. Sembra tutto innaturale quando devi usare la sinistra. Non avevo abbastanza forza per tirare giù il freno a mano, inserire le marce era un po’ un casino e ho perso il conto delle volte in cui ho fatto spegnere la macchina. Ma adesso posso dire di averci preso la mano. Ho pure il mio bel TomTom sul cruscotto che mi dice dove andare, e i quaranta minuti di guida sono sicuramente quelli più rilassanti della giornata. Certo sbaglio ancora: oggi sono finita nella corsia di destra in un momento di distrazione e ho continuato su quel lato fino a quando la bambina non me l’ha fatto notare. Ma spero che non lo racconti a nessuno.
Cibo
Il primo giorno sono rimasta a digiuno per lo shock. In frigo, per dire, non c’era niente, e per niente intendo niente che io potessi cucinare. Solo salse e salsine e altre cose strane dentro barattoli di vetro. Ho provato a farmi un sandwhich con mayonese e lattuga, soltanto che la lattuga qui non è quella a cui sono abituata, e mi sembrato di masticare pane e foglie d’autunno, per cui ho buttato tutto nel cassonetto del compost.

Con il passare del tempo però le cose sono andate molto meglio. A pranzo sono da sola: mangio quello che voglio, cucinando con gli ingredienti random che trovo per casa oppure esco e mangio in giro (oggi Chopstix!). Della cena invece se ne occupa la madre che come cuoca se la cava abbastanza. Finora mi ha preparato spaghetti bolognese (“The Australian way”, all’australiana), toad in the hole e altri tortini con verdure varie che ho apprezzato molto. Anche se, lo confesso, inzuppare la salsiccia nell’apple sauce (salsa di mele) è stato troppo anche per me.
Conclusioni finali
Venire qui ha richiesto molto coraggio. Ho sempre sognato di fare un’esperienza simile, non ci sono mai riuscita. Troppe paure a trattenermi, troppe ansie a paralizzarmi. Ancora adesso non so dove io abbia trovato la forza di prendere l’aereo e fare questo salto nel buio. Le lacrime negli ultimi giorni pre-partenza si sono sprecate, e il senso di malinconia mi ha stretto il petto ogni sera e ancora stenta ad abbandonarmi. Ma è una botta di vita, è un’emozione grande, adrenalina che mancava, autostima di cui avevo bisogno. Sono qui da pochissimo ed è presto per dirlo, ma tornassi indietro lo rifarei altre cento volte.
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