Perché non cambia nulla?
Quando il 22 febbraio del 2014 Matteo Renzi divenne Presidente del Consiglio (il capo di governo più giovane nella storia della Repubblica Italiana) il nostro Paese era già diviso tra chi non accettava il fatto che Enrico Letta fosse stato “buttato fuori” da Palazzo Chigi tramite un’astuta manovra politica e chi invece sperava — e spera tuttora — in un cambiamento radicale ai piani più alti.

Ma cosa si intende per “cambiamento radicale”? Cosa spinge molti italiani a ricercarlo? La risposta è semplice: molti italiani lo ricercano per evitare di rimanere nella “palude” — parola tanto utilizzata durante il governo Renzi — che in questo caso corrisponde all’astensionismo.
Astensionismo equivale ad incertezza e spesso quest’ultima porta alla definitiva rassegnazione nei confronti di una classe politica che non vuole aprire occhi e orecchie e che, a braccia conserte, osserva con una panoramica e triste distanza l’evolversi negativo dello scenario nazionale, quasi non sapesse come comportarsi, quasi non avesse raggiunto ancora la maturità necessaria per affrontare la situazione.

Da questo clima le tensioni sociali e il malcontento traggono il loro nutrimento e crescono esponenzialmente. E alla fine, con la disperata frase del “mi accontento del meno peggio”, ci si affida ad esponenti mascherati da salvatori della Patria, difensori di confini che in un mondo assolutamente globale non dovrebbero esistere.
Il risultato di tutto ciò risiede nella figura di Donald J. Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Conosciamo tutti la sua visione politica e non voglio dilungarmi con un’ulteriore quanto inutile analisi del soggetto in questione.
Ritornando all’Italia: cosa manca effettivamente nella gestione della cosa pubblica? Cosa c’è che non va? Perché non cambia nulla? E se qualcosa cambia, perché deve avvenire così lentamente?
Tanti giornalisti con inchieste infinite e servizi televisivi, che ciclicamente ripropongono quanto siamo messi male, hanno provato a dare delle risposte a queste domande.
Ma la risposta è tanto semplice quanto complessa: la colpa non è della classe politica, non è del sindaco in carica, del consigliere comunale o dell’assessore. La colpa è degli italiani.
Sembrerà scontato, ma è così! L’italiano desidera ardentemente che qualcuno risolva i suoi problemi semplicemente apponendo un segno sulla scheda elettorale. Perché in Italia non esiste la cultura del senso civico, non esiste partecipazione per il bene comune e le collaborazioni tra cittadini sono destinate a trasformarsi in fazioni che si scontrano tra loro a causa di una banale sostituzione dell’aggettivo possessivo “nostro” con un altro aggettivo: “mio”. E quando qualcuno prova a prendere le redini per placare queste lotte, le fazioni si coalizzano per accusarlo di “prepotenza”, “egoismo”, “spietato leaderismo”.
Ma la politica non è forse fatta di leader e di seguaci? La politica non è anche l’arte del compromesso? E non dovrebbe essere, secondo la visione ciceroniana, utilitatis communio cioè “comunanza di interessi”?
Il vero politico, con la sua visione, è colui che riesce ad incarnare trasversalmente questi valori ponendosi non come esempio, ma come guida; non come simbolo da marchiare, ma come percorso da intraprendere per il bene della collettività.
