Avanti sì, ma verso dove?
Ho cercato di leggere “Avanti, perché l’Italia non si ferma” sforzandomi di mettere da parte i retaggi politico-culturali che inevitabilmente mi accompagnano: dalla mia ideologia socialista fino alla netta opposizione alla riforma costituzionale voluta dall’autore, che ha caratterizzato per me il punto di non ritorno nella valutazione del Renzi-politico.
Renzi ha tentato — e non vi è riuscito — di rendersi più umano, di cancellare il solco che divide il campo del pubblico da quello del privato, da quell’immagine che un po’ tutti ormai vedono in lui, ovvero di un Frank Underwood senza arte né parte — e senza lo stile di Kevin Spacey — capace di pugnalare alle spalle un proprio illustre compagno di partito pur di vedersi al potere. Il libro inizia proprio affermando che per Renzi e i suoi potere non è un sostantivo, ma un verbo.
“Potere di cambiare le cose, di rimettere in gioco l’Italia […] Questo è il potere”.
La retorica del potere è poi convogliata dapprima contro i “profeti dell’immobilismo” e poi addolcita in favore del “linguaggio della vita di tutti i giorni: lavoro, casa, mamme”. E se il segretario del PD narra situazioni già smentite dal futuro quando afferma di “sostenere con forza lo ius soli” (è vicenda di questi giorni il triste epilogo a cui questo provvedimento è stato condannato dall’esecutivo), una buona parte del testo si riassume con un peana al proprio salvifico operato. Le macchie sono soprattutto comunicative: il caso banche, la scuola, le vicende giudiziarie. I meriti enormi, narrati come indiscutibili successi: il carico fiscale, il lavoro, i cantieri.

Egli è, nella sua lettura, colui che è riuscito a rimettere in moto un Paese intero scontrandosi contro tutti: dai professoroni all’opposizione interna ed esterna al partito, dai salotti romani che detesta alla farraginosa burocrazia passando per le toghe e i giornalisti, leitmotiv costante di passate presidenze del Consiglio, poco importa se televisioni e giornali fossero quasi tutti sbilanciati a favore della sua proposta più ambiziosa, la Riforma costituzionale.
E se la lettura che dà della scissione del PD è corretta — un gioco di troni dovuto più alla legge elettorale per garantirsi qualche deputato che alla proposta politica — ciò che è sconvolgente è come Renzi non sia stato in grado di cogliere la deficienza sua e dei suoi nel comunicare le azioni — positive o negative — del governo dei mille giorni. Scontrarsi senza un motivo contro chi ti avvisa, ti consiglia, ti sprona a far meglio — i gufi — non può che isolarti all’interno dell’opinione pubblica fino a renderti un errore di sistema che solo un ripristino può correggere.
E il ripristino del “sistema-Renzi” non è avvenuto, se il tono autocelebrativo, a tratti messianico del Renzi-politico è la costante di queste 240 pagine: dal 4 dicembre sembra che l’unico riposizionamento avuto è quello da Palazzo Chigi a Pontassieve.
Dissemina il libro di frasi costruite intorno alla retorica del noi-loro, di episodi oltre i limiti dell’assurdo — dalla ridicola conversazione con Raul Castro, alla palestra con Obama fino al viaggio sopra i cieli delle Coree con la figlioletta –, cercando di rendere ancora più appetibile l’informalismo che lo ha sempre contraddistinto, dall’epica della rottamazione all’epoca dell’Enrico Stai Sereno (colpa d’altri, ovviamente!)

Se questo voleva essere un tentativo per fare tabula rasa, di resettare completamente una storia che lo aveva costretto a uno stop definitivo e che lo ha forzatamente richiamato a vita nuova sfruttando il voto sempre in declino nei gazebo di un partito ormai privo d’opposizione, ebbene, il tentativo è miseramente fallito.

