Il «traditore» Benigni

Tra le cose più insopportabili della campagna referendaria (e anche tra le meno nuove, purtroppo) c’è la corsa di testimonial, anche improbabili, a schierarsi. Come se il sostegno di calciatori o attori servisse a qualcosa, se non a compilare i soliti appelli firmati dalla gente che piace. Va peggio quando si attribuiscono ai defunti intenzioni che non potrebbero avere, strumentalizzando storie collettive e tirandole per la giacchetta. I testimonial poi diventano santini elettorali, vedi Roberto Benigni, che questa settimana si è schierato per il sì usando la leva del terrorismo psicologico: nel caso dovesse passare il no al referendum costituzionale «sarebbe peggio della Brexit», per questo «è indispensabile che vinca il sì». «Se vince il no il giorno dopo ti immagini? Il morale va a terra», ha detto Benigni nella trasmissione “Le Iene”.
Improvvisamente, così, per la sinistra l’attore toscano è diventato un puzzone, ma solo perché non attacca più Berlusconi e difende la riforma di Renzi. Da icona a servo, a venduto, il passo sembra essere breve. Eppure era già indigesto il Benigni antiberlusconiano, quello che faceva battute scontate sul «grasso che cola» di Giuliano Ferrara. Ma finché si attacca il Cav. e ciò che gli gira attorno va tutto bene. In caso contrario c’è pronta subito l’accusa di «tradimento», come notava Massimo Recalcati su Repubblica, sottolineando i tic stalinisti della sinistra. «L’accusa patologica di tradimento implica innanzitutto l’idea di una degradazione antropologica del traditore, di una sua irreversibile corruzione morale. Non un cambio di visione, non la formulazione, magari tormentata, di un giudizio diverso, non l’esistenza di contraddizioni difficili da sciogliere, non il travaglio del pensiero critico». Troppa grazia, forse, per la paraculaggine di Benigni, che però non nasce ora. E troppo comodo, appunto, crocifiggerlo adesso solo perché sostiene le riforme renziane. Casomai andrebbe disinnescato l’allarmismo delle parole di Benigni, simile a quello di Confindustria e di chi pensa che il giorno dopo il 4 dicembre l’Italia fallirà se non passerà la riforma. Bisognerebbe ripeterlo a tutti quei cantanti, attori, calciatori, che stanno rivolgendo appelli pubblici e dispensano pensierini politici sull’universo mondo. Da Benigni versione dantista e poi costituzionalista a favore del sì, il cui pensiero in merito di riforme costituzionali vale quello di Dario Fo, che invece è per il no, cioè zero, a Claudio Santamaria che alle amministrative di Roma si è schierato per il M5S a Roma, non prima di aver precisato che lui non è «politicamente mai stato attivo o attento. E anche oggi so di avere una visione infantile della politica». L’idea che tutti possano alzarsi una mattina e diventare politici o custodi delle nostre anime è una visione populista, anzi, gentista, del mondo. 
Ma speculare alla sinistra che dà del venduto a Benigni è il riflesso pavloviano del Pd attacca chi fa attivamente campagna elettorale per il No, scegliendo come «argomento» il discredito personale. È il caso di Luca Lotti, che qualche giorno fa se l’è presa con Massimo D’Alema, agguerrito sostenitore del no. «Pensi a governare invece di andare in giro a fare comizi», ha detto il Conte Max. «Se solo l’ex premier Massimo D’Alema — ha replicato Lotti — non fosse così accecato dalla rabbia e dall’odio personale per non aver ottenuto la sua poltroncina di consolazione, potrebbe agevolmente scoprire la realtà». A D’Alema si può anche augurare una serena pensione politica, ci mancherebbe. Resta però discutibile l’argomento utilizzato. I renziani lo fanno spesso: accusano chi non la pensa come loro di avere qualche conto in sospeso, di avere risentimenti più che sentimenti, e di agire così per invidia, gelosia. Se muovi qualche critica al governo sei un gufo o non hai avuto il «posto» che speravi di ottenere. Ma non ci vuole uno psicologo che capire che stanno proiettando sugli altri quello che farebbero loro a parti invertite.

[Dalla rubrica «Vacanze Romane», pubblicata domenica 9 ottobre sull’edizione toscana del Corriere della Sera, Corriere Fiorentino]

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