Stelle brillanti e stelle cadenti

Un tempo Livorno era la più brillante fra le stelle del firmamento grillino. Filippo Nogarin, che nei primi mesi di mandato spadroneggiava in tv, veniva indicato come modello dai vertici nazionali. Poi sono arrivate Chiara Appendino e Virginia Raggi, e il Movimento ha trovato nuove campionesse da promuovere. Nel frattempo, l’attenzione è calata sull’amministrazione livornese, ma alcune cose sono successe. Per esempio sono arrivati i primi di avvisi garanzia, esibiti da sindaco e soci come una medaglia da appuntare sul petto. Adesso è nato il caso Lemmetti. Il “prestito” di Gianni Lemmetti alla Capitale, dov’è appena arrivato per occuparsi di bilancio per conto di Virginia Raggi, ha creato non pochi malumori tra i grillini livornesi, solitamente non molto compatti, come dimostrano altri addii precedenti. Alcuni di loro vorrebbero uscire dal movimento per dar vita a un gruppo consiliare che sosterrebbe sì la giunta ma si sentirebbe libero dalle manovre del M5s nazionale, verso cui il sentimento di sfiducia è palmare. Nella democrazia diretta del M5s non c’è spazio per la condivisione delle decisioni con i vertici. Le cose si vengono a sapere a cose fatte. Solo che i numeri non sono favorevoli al governo grillino, visto che si regge in consiglio per un voto soltanto. Ma a Grillo tutto questo sembra non interessare. I Cinque Stelle preferiscono vedere non fallire Roma, quindi sono disponibili a sacrificare l’equilibrio di un’altra città. C’è una cosa che rende simili, in questo caso, il partito di Grillo e la sinistra: il tafazzismo.

Lo scambio di figurine fra amministrazioni, modello Fantacalcio, la dice lunga sulla classe dirigente grillina. Il Pd ha avuto e ha i suoi problemi con l’autarchia del “giglio magico”, i cui limiti sono stati evidenziati più volte, ma nel M5s l’assenza di una diffusa e strutturata organizzazione produce non soltanto risultati non eccellenti alle amministrative, come quelle recenti; si verifica anche una difficolta nel produrre e reperire personale politico affidabile. I quattro assessori al bilancio nominati in un anno a Roma lo testimoniano. Così come lo testimonia il fatto, appunto, che per scegliere il nuovo titolare dei conti di Roma — la Capitale d’Italia, fino a prova contraria — il M5s ha dovuto ricorrere al prestito interno con una decisione calata dall’alto. Tutto questo sta creando perplessità persino negli ortodossi. Il Movimento così sta dando ragione ai critici, convinti che la democrazia diretta si chiami così perché c’è qualcuno che la dirige.

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