La bellezza è morta

La campana ha suonato gli ultimi rintocchi di quello che è forse il funerale più funesto e inaccettabile: è morta la bellezza.

L’ironia vuole che solo in pochi siano stati capaci di sentire quella campana, poiché altrove il rumore ha già divorato tutto. Oggi si fa troppo rumore, e non riusciamo a sentirci l’uno con l’altro.

Ma cosa è successo davvero, e perché la bellezza è morta?

Ci sono stati vari tocchi di campana, Nietzsche aveva annunciato la morte di Dio, e per questo Sartre diceva che oggi il cielo sopra le nostre teste è vuoto. Poi fu la volta della morte dell’arte; in questo caso, Walter Benjamin, Arthur Danto e Yves Michaud sono stati i messaggeri di quei fatali rintocchi. Ma la bellezza, quell’ideale così eterno! Dostoevskij immaginava solo catastrofi all’idea di una possibile morte della bellezza.

Ebbene la bellezza non è morta perché è venuta a mancare; semmai è proprio l’opposto! I nostri cervelli sono inondati costantemente da fiumi di bellezza! Prendiamo ad esempio Instagram, esso non è noioso perché non ci sono contenuti belli, ma proprio perché ce ne sono troppi!! Quante persone che si definiscono “photographer” e quante foto belle inondano i social network! Ma giorno dopo giorno, ci assale la nausea e il disgusto, troppe immagini, troppo rumore, troppo fare, fare, fare. Forse vorremmo addirittura scomparire, e smetterla di giocare a questo gioco, obbligati a sprizzare originalità, ottimismo e superiorità. In realtà siamo annoiati, in realtà ci sentiamo sempre più impotenti, in realtà vorremmo solo fuggire da tutto.

Ma fermiamoci a chiedere, che senso ha tutto questo? Che senso ha una fotografia che ha la durata di un terzo di secondo e finisce nel tempo di uno swipe? Che senso hanno i like, la popolarità virtuale o l’infinita massa di contenuti di cui non frega niente a nessuno? Nessuno! È questo il punto: la bellezza non ha più senso poiché è diventata solo espressione di un narcisismo ostentato. La ricerca, l’assenza, la sensualità, l’immaginazione sono tutte cose sparite. Al loro posto solo l’appiattimento massivo dei nostri desideri.

La bellezza ha perso i contatti con la dimensione umana, che è tutto. Rendere quantificabile a suon di like e condivisioni qualcosa che quantificabile non è, ha svuotato il senso delle cose. Torniamo a pensare alla fotografia: essa era l’insieme di connotazioni umane, di ricordi, di testimonianze, di intimità. Si, la fotografia indagava l’intimità. Ma attraverso l’iperconnessione è avvenuta una metamorfosi: la fotografia si è trasformata in immagine. E l’immagine, punta solo sull’estetica che ci cattura in pochi secondi oscurando tutto il resto, prima di venire sostituita da un’altra immagine che oscuri tutto il resto.

Cosa dire di tutto il resto?

La nostra stessa vita è diventata un palcoscenico virtuale. Collezioniamo istanti con il pretesto di poter dire di averlo fatto; collezioniamo luoghi con il pretesto di poter dire di esserci stati. Non è tanto l’essere o lo starci che contano, quanto l’ideale narcisistico che abbiamo della nostra immagine. Non sappiamo più fare l’amore e siamo sempre più indipendenti. Viviamo la nostra vita osservandoci come se fossimo gli spettatori e gli attori di uno spettacolo mediocre. Nel frattempo sorvoliamo su tutto, sulla profondità dei luoghi che visitiamo, sulla profondità delle persone con cui parliamo. Forse non è la realtà, ma è il nostro modo di vedere la realtà ad essere cambiato.

Crediamo di sapere tutto, abbiamo già visto tutto attraverso gli schermi che guardiamo ogni giorno. Sappiamo tutto e vogliamo avere ragione, per poter essere fedeli alla nostra immagine.

In realtà però, non sappiamo un bel niente. È questa la bellezza: Quando la guardi, ti rendi conto di non sapere niente! Che sia il cielo stellato o l‘essenza di uno sguardo, di fronte alla vera bellezza siamo capaci di scomparire davvero; siamo capaci di scoprirci fragili e di scioglierci in una lacrima o in un respiro. Confido che proprio in questi abissi un giorno ritroveremo le nostre radici.