Si scrive Colombia, si legge paradiso

Ci sono un italiano, una taiwanese, un francese e un tedesco. Non è l’inizio di una barzelletta ma del mio viaggio verso la Colombia. 
Il tutto inizia alle 7 di mattina e finirà non prima delle 11 del giorno successivo, 28 ore a spasso tra Ecuador e Colombia. Partiamo da Otavalo di buon mattino e raggiungiamo la vicina Ibarra dove prendiamo il bus diretto Tùlcan, città di frontiera. Arriviamo che è quasi mezzogiorno e c’è una folla immensa in coda per passare il confine. Notiamo con piacere che almeno è una giornata soleggiata e una volta sbrigate le faccende burocratiche potremo andare a visitare la bellissima chiesa di Las Lajas in attesa del nostro bus notturno. E invece no. Perchè durante le 2 ore di attesa si abbatte sul confine una vera e propria tempesta che non darà tregua fino al mattino successivo.

Non lo vedremo mai

Siamo così costretti ad attendere per 6 interminabili ore nel terminal. Salutiamo Patrick, il nostro amico tedesco, che prosegue verso Calì mentre noi, cambiando idea all’ultimo secondo aspettiamo il bus per Popayan. Arriviamo a destinazione alle 4:30 del mattino e qui decidiamo per l’ennesimo cambio di programma. Non ci fermiamo a Popayan e andiamo diretti a San Agustin. Il minibus parte alle 6 e ci vorranno 5 ore per percorrere i circa 100 km che separano le due località. Perchè così tanto? Semplice, non esiste nessuna strada se non un sentiero montagnoso pieno di buche che non si può percorrere a più di 15/20 km/h. 
Per farci sentire in pieno clima colombiano subiamo anche un controllo antidroga da parte dei funzionari dell’esercito che ci bloccano,perquisiscono tutti gli uomini a bordo e svuotano, in maniera poco carina, tutti i nostri zaini. Ho dentro il computer, la telecamera e la gopro ma la prima e più grande preoccupazione è per i biscotti Oreo, li ho pagati una fortuna e non voglio perderli.

Arriviamo nella piccola città di San Agustin, o meglio poco fuori. Infatti passiamo dal minivan ad un 4x4 che ci trasporta alla colombiana nel retro del fuoristrada. Il guidatore, che è il proprietario dell’azienda di trasporti, ovviamente possiede anche un ostello e ci dirotta in quella direzione. E’ simpatico e l’ostello è molto bello, riusciamo ad avere una camera privata per un prezzo stracciato e così non perdiamo nemmeno tempo alla ricerca di un posto dove stare.

Il giorno dopo ci alziamo di buon mattino con l’intenzione di visitare i famosi parchi archeologici del ‘Pueblo Escultor’. Una popolazione che visse circa 2000 anni fa e che ha lasciato come traccia monumentali tombe accompagnate da enormi ma simpatiche statue. 
All’ingresso mostro con spavalderia la mia ormai scaduta tessera da studente e ottengo un sostanzioso sconto. Pochi metri dopo la guida ci dice di portare rispetto per questi luoghi perchè altrimenti gli spiriti dei defunti si sarebbero vendicati. Io, che ancora me la ridevo sotto i baffi per il risparmio di quei 5/6 euro, non faccio in tempo ad ascoltare queste parole che prendo una storta epocale alla caviglia. Un dolore come non mi capitava dagli anni in cui giocavo a calcio e queste cose erano all’ordine del giorno. Ma tengo duro e riesco a finire la visita di 4 ore al parco che si rivela essere bellissimo anche se purtroppo non riuscirò a vedere gli altri due parchi della zona. Nel pomeriggio infatti preferisco fare un salto in farmacia e riposarmi in ostello.

Il giorno successivo partiamo di buon mattino per la nostra prossima meta: Neiva. Sono poco più di 100 km e ci vorranno quasi 6 ore per percorrerli. Non esistono strade asfaltate che colleghino le due cittadine e quindi camion e minibus si cimentano in un ostico percorso tra le montagne. Veniamo, come di consueto, bloccati per un controllo antidroga. Tutto fila liscio ma circa 10 minuti dopo essere ripartiti dal fondo del minibus si alza una voce che fa notare l’assenza della signora in ultima fila. E’ rimasta al posto di blocco, ce la siamo dimenticata. L’autista accoglie la notizia con una risata e non pensa nemmeno per un secondo a tornare indietro. L’etica professionale non è di casa ma almeno il morale è alto.

Arrivati a Neiva veniamo dirottati in un ostello vicino e ne approfittiamo per un sonno ristoratore, impossibile nel sali e scendi mattutino. Visitiamo brevemente la città senza trovare uno straccio di posto dove mangiare e ci organizziamo per il giorno successivo, la visita al deserto di Tatacoa.

Alle 9 del mattino seguente siamo già su un fuoristrada di dubbia provenienza diretti verso la nostra meta. Con noi viaggia uno spagnolo piuttosto anziano, non smetterà di parlare nemmeno per un secondo delle 2 ore di viaggio. Ce ne liberiamo a Villavieja, dove lui scende alla ricerca di un hotel, mentre noi finalmente liberi proseguiamo fino al vicino deserto. Arriviamo che sono le 11:30, orario perfetto per visitare un deserto poco a Nord dell’equatore. Noleggiamo delle bici per percorrere i quasi 30 km che, tra andata e ritorno, garantiscono viste mozzafiato su questo particolare deserto composto da rocce erose dall’azione dell’acqua. Fa un caldo terribile, umido, irrespirabile. Mi cade 3 volte la catena e per 3 volte sarà Donna, la ragazza taiwanese a sistemarmela, confermando la mia negazione per qualsivoglia attività pratica. La decisione di affrontare il tutto a petto nudo e senza protezione solare mi assicura un’ustione di terzo grado e abbassa notevolmente la quota di un futuro tumore della pelle.
A parte questo ci mettiamo più di 3 ore per fare tutto ma come sempre ne vale la pena.

In nottata partiamo alla volta di Salento, una delle città principali sulla famosa Ruta del Cafetero. Quasi 10 ore di bus in notturna più un’altra ora di colectivo per arrivare in questa splendida cittadina. 
Il benvenuto non è dei migliori, l’ostello che abbiamo prenotato è orribile, le lenzuola sono sporche e la camera è un buco. Decidiamo di fare un giro alla ricerca di una sistemazione alternativa e la troviamo anche a costo di dover pagare una piccola penale. Nel pomeriggio ne approfittiamo per un giro nel centro e per la scalata all’immancabile mirador cittadino.

Siamo nella famosa Ruta del Cafetero e non possiamo farci mancare una giornata in una finca alla scoperta di come viene coltivato e lavorato il caffè. 
Dopo quasi un’ora di camminata tra paesaggi fantastici arriviamo alla finca di Oliviero, che da 27 anni cura e dirige una piantagione di quasi 3000 piante di caffè. Il tour non può che iniziare con un buon espresso, rigorosamente senza zucchero, e prosegue attraverso la spiegazione delle fasi di cura e raccolta che sperimentiamo in prima persona.

Ci concediamo un ultimo caffè prima di partire per un lungo trekking sulle rive del Rio Quindio, dove veniamo immediatamente affiancati da un cane che non ci abbandonerà per le prossime 4 ore. Si ferma quando ci fermiamo, riparte quando ripartiamo. Lo chiamiamo ‘Pal’ e diventa un nostro fedele compagno di viaggio. Il momento del saluto è la scena più struggente che si possa immaginare. Noi saliamo sul bus, lui rimane seduto alla fermata, guardandoci sparire all’orizzonte. Ci mancherai Pal.

La camminata regala come sempre paesaggi meravigliosi ed una volta rientrati in città, ormai alle 4 di pomeriggio, ci concediamo la tipica ‘Trucha con Patacon’ nel mercato cittadino.

Dopo questa splendida giornata baciata dal sole paghiamo dazio con la fortuna il giorno seguente. Ci alziamo alle 7 per percorrere il leggendario trekking della Valle del Cocora e non appena apriamo gli occhi il rumore della pioggia battente ci svela che non sarà una giornata facile, ma non ci arrendiamo. Raggiungiamo la piazza per essere caricati sulle jeep che fanno servizio navetta dalla città alla valle ma essendo gli ultimi veniamo caricati nel retro, in piedi e con la testa fuori. Venti minuti di secchiate d’acqua in faccia ma nemmeno questo può fermarci. Il cammino durerà solo 4 delle 6 ore previste perchè a causa delle condizioni meteo ci troviamo impossibilitati a proseguire oltre. Nonostante questo vediamo posti splendidi, la natura qui la fa da padrona ed è un piacere camminare su questi sentieri.

L’ultimo giorno sulla Ruta del Cafetero lo dedichiamo alla piccola ma piacevole Filandia. Domani si va finalmente a Medellin, sulle orme di Pablo Escobar nella capitale della leggendaria regione di Antioquia.

Il viaggio alla volta di Medellin è un’epopea, le strade anche se asfaltate sono un sali e scendi continuo e l’autista crede di girare a Maranello. Arriviamo che è ormai sera e ci mettiamo alla ricerca di un ostello, ne giriamo sei prima di decidere di tornare al primo dove ad accoglierci c’è una simpaticissima ragazza americana che ci racconta di come abbia venduto tutto per comprare un ostello qui e rifarsi una vita.
Siamo esausti e ci buttiamo a letto, il giorno seguente ci aspetta una levataccia per andare a Guatapé, la perla della regione di Antioquia. Guatapé è un piccolo paesino che si trova a circa due ore da Medellin, la particolarità di questa zona deriva dall’incredibile conformazione del terreno che ha permesso la formazione di decine di lagune ed isolotti che si possono ammirare da ‘la piedra’, un’immensa roccia la cui cima si raggiunge dopo 750 scalini ed un arresto cardiaco. Ma se si sopravvive la vista ripaga ampiamente degli sforzi fatti.

Ma Guatapé non è solo la laguna, è anche un meraviglioso paesino che sprizza allegria da ogni angolo. Le case sono tutte colorate e decorate ma soprattutto la gente vive per i visitatori che ad ogni vicolo sono accolti dal calore tutto Sudamericano. E non importa se ogni tanto sparisce qualche portafoglio perchè i colombiani sapranno farti passare anche questa.

Ma cosa rende i colombiani così felici? So che credete di avere la risposta ma no, la droga non centra. Il motivo di questa felicità ce lo spiega Hernan, la nostra guida per il tour di Medellin. La ragione risiede in tutto quello che la Colombia e i colombiani hanno passato. Dalle FARC al narcotraffico il paese per anni è stato devastato da un vero e proprio clima di guerra, Medellin è stata per anni considerata la città più pericolosa del mondo e tra i ricordi di Hernan c’è la paura nel salutare i genitori prima di andare a scuola non sapendo se li avrebbe rivisti o no. E proprio in questo clima di terrore i Paisà (così si chiamano gli abitanti della regione di Antioquia) hanno imparato a trarre il massimo da ogni piccolo ed insperato momento di gioia. Ed oggi che Medellin è una città meravigliosamente moderna e sicura non sanno contenere quella felicità che questo popolo ha da sempre nel suo sangue. 
Il tour della città ci porta attraverso i principali monumenti ma anche nei luoghi in cui si è vissuto il terrore di attentati e guerriglie. Particolarmente toccante è la storia di una delle tante statue di Botero sparse per la città. Durante un concerto una bomba venne posizionata ai piedi della statua ed una volta esplosa uccise 27 persone, fra cui molti bambini. L’amministrazione, in accordo con l’artista, ha deciso di non rimuovere l’opera. Di lasciarla lì come monito e di affiancarla con una nuova, a testimonianza di un desiderio di rinascita che è più forte della paura.

E proprio la rinascita di Medellin rappresenta un caso straordinario, che dovrebbe essere preso ad esempio da molte città per combattere degrado e criminalità. Mobilità degna di una metropoli europea, università, ospedali, riqualificazioni di aree in mano alla criminalità, educazione e decine di biblioteche. Così Medellin ha combattuto il cancro che la affliggeva e così lo ha vinto. Nel 2002 Medellin fece registrare 50.000 visitatori stranieri, nel 2016 ha chiuso l’anno con un bilancio di 4.500.000. Medellin è rinata, e grazie al cielo.

Spendiamo i giorni seguenti girando la città in lungo e in largo sfruttando al massimo il servizio di metro cable messo a servizio dei quartieri ‘montani’ di Medellin che regalano visuali pazzesche e riescono solo in parte a dare un’idea di quanto grande sia la città.

Chi visita Medellin non può esimersi dal visitare la tomba di Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più famoso e spietato narcotrafficante che ha segnato, in negativo, la storia di questa città. Il cimitero si trova a Sud della città e nonostante l’apparente calma una piccola folla è accalcata di fronte alla lapide. Quando arriviamo alcuni ragazzi si allontanano dopo aver baciato la tomba. Avranno poco più di 20 anni, non erano nemmeno nati quando Pablo è stato ucciso.

Se questi pochi ragazzi mi lasciano un senso di amarezza, lo stesso non posso dire delle migliaia di giovani che vedo durante la mia visita all’Universidad de Antioquia. E’ enorme, con giganteschi spazi pubblici dove gli studenti si ritrovano per studiare o anche solo per prendersi una pausa. Biblioteche, sale studio, aule computer, palestre, campi da calcio e da tennis, piscine. E’ di una modernità sconcertante e mi colpisce vedere la moltitudine di giovani che ne usufruisce. Sono il futuro di questo paese, un futuro che sarà sicuramente roseo.

Il resto della città restituisce l’immagine di una delle città più moderne del Sud America, correndo a bordo della metro si attraversano palazzi e parchi e sembra di essere in qualche metropoli europea o americana.

Ma il simbolo della rinascita della città si trova nel cosiddetto ‘Comuna 13’ località San Javier, un quartiere fino a pochi anni fa inaccessibile agli stessi abitanti di Medellin. Si trova in una delle montagne che circondano la città e per riqualificarlo l’amministrazione ha deciso di costruire un complesso di scale mobili che attraversa il quartiere dalla base fino a 180 metri di altezza. In questo modo si è garantito un servizio ai cittadini, finalmente facilmente collegati al resto della città, ma soprattutto si è incentivato il turismo. I ragazzi del quartiere sono stati letteralmente prelevati dalle strade e coinvolti in diversi progetti tra i quali il più importante si poneva come obiettivo quello di rendere ‘Comuna 13’ il posto più colorato ed allegro di tutta Medellin. E ce l’hanno fatta, oggi il quartiere è invaso da turisti ed è estremamente sicuro. La gente ti accoglie con il sorriso, ti offre un gelato e ti invita ad ascoltare la musica che esce a tutto volume dalle loro case.

La mattina seguente si parte per Cartagena, una delle perle della costa Nord della Colombia. Il volo è alle 13:30 e l’aeroporto a solo 2 km di distanza, per questo decidiamo di prendercela con comodo. Errore. Medellin ha due aeroporti e quando, verso le 11 e mezza, andiamo in reception a pagare ci spiegano che i voli per Cartagena partono da quello che dista circa 50 km da noi. Panico, anche perchè non siamo riusciti a fare il check-in online e contavamo di farlo direttamente in aeroporto. Ci fiondiamo sul primo taxi che incontriamo e così supplico il tassista: ‘Señor le pido un milagro, llevanos a Rio Negro en media hora’. Infrangendo più di una norma del codice della strada e con diverse riserve morali sul comportamento del nostro guidatore riusciamo ad arrivare appena in tempo per fare check-in, imbarcare gli zaini e salire sull’aereo. Gli ultimi saranno i primi, ma noi eravamo proprio gli ultimi.
Arriviamo a Cartagena dopo un’ora di volo e dopo una breve sosta nel nostro hotel ci spingiamo in una visita sommaria ma soddisfacente dei dintorni.

Cartagena non è una città, è un forno. Decidiamo di uscire presto al mattino seguente ma la strategia non dà frutto. Alle 8:30 la temperatura percepita sfiora già i 40 gradi, camminare è una tortura, le persone normali sudano a stare ferme. Figuratevi io. Giriamo un po’ per il centro prima di rinchiuderci in un centro commerciale per 4 ore. Usciamo giusto in tempo per goderci una bella passeggiata al tramonto per le vie piene di grattacieli sul lungomare di Cartagena.

‘Per andare a Santa Marta ci vuole un’ora e mezza’. Così ci rassicurano dall’albergo, invece ce ne vorranno 7 di cui 2 fermi in un terminal sperduto ad aspettare il bus di un’altra compagnia visto che siamo gli unici 2 sul nostro bus e per così poche persone non terminano la corsa. 
A parte questo arriviamo a Santa Marta ed è decisamente più fresco di Cartagena, almeno cè un po’ d’aria. Si respira. Alla reception dell’hotel ci sono due ragazzi argentini, viaggiano da due anni lavorando nei vari ostelli sparsi per il Sud America e ci indirizzano su cosa fare nei giorni seguenti. 
Primo giorno ci spostiamo di pochi chilometri nella cittadina di Taganga che ospita una delle spiagge più belle della zona, la cosiddetta Playa Grande. Troviamo un posto all’ombra e non ci schiodiamo fino al pomeriggio, quando ci diamo all’esplorazione dei percorsi sulla costa che portano ad altre sperdute ed isolate spiaggette. In una di queste veniamo attirati dal classico gommone trainato dal motoscafo, visto il prezzo stracciato decidiamo di farlo e ci mettiamo in coda. Al rientro del motoscafo una ragazza viene portata fuori a braccia, piangente ed incapace di muovere il ginocchio. Ci guardiamo in faccia, sarà per un’altra volta.

Quella seguente è la giornata di Minca. Non voglio essere volgare ma è proprio il nome del posto in cui ci porta un minivan scassato dopo quasi un’ora di viaggio fra le montagne a ridosso della costa. Ci avevano promesso aria fresca una volta arrivati ma mentivano spudoratamente e così sotto un sole cocente iniziamo la nostra scalata fino a Pozo Azul dove ad attenderci troveremo delle piscine naturali in cui ci si può fare il bagno. E’ proprio qui che realizzo di non aver indossato il costume. Ma avendo la faccia come il culo poco mi importa, userò le mutande. 
Quando arriviamo ci si presenta uno spettacolo bellissimo, una fonte dalla cima della montagna sgorga acqua freschissima che percorrendo una serie di cascate forma diverse ‘piscine’ di acqua purissima e freschissima. E no, non è Levissima. In un attimo ci immergiamo e ci godiamo quello che somiglia moltissimo alla mia idea di paradiso.

Chi viene a Santa Marta non può non dedicare almeno una giornata al Parco Nazionale di Tayrona, un’area gigantesca sulla costa che alterna spiagge caraibiche a lunghe camminate in una sorta di giungla dove si incontrano frequentemente scimmie ed iguane. 
All’ingresso provo a spacciarmi per studente, sono vicinissimo ad ottenere un sostanzioso sconto quando la signorina della biglietteria nota sul mio passaporto la data di nascita e mi fa notare che la promozione è riservata ai minori di 26 anni. In un attimo mi sento vecchissimo e pago la tariffa piena con la morte nel cuore.
Il parco è stupendo, ci vogliono due ore di camminata per arrivare alla spiaggia dove ci si può fare il bagno e così dopo una bella sudata ci godiamo un bel pranzetto all’ombra di una palma. Pane e patatine del supermercato. Il budget è quello che è, ma almeno il posto fa la sua bella figura.

Domenica ci svegliamo con calma, scendiamo a fare colazione, ci godiamo la brezza mattutina sorseggiando un caffè colombiano sulle amache del cortile. Passa la ragazza della reception e avvolti nella più completa pace le comunichiamo che ci fermiamo una notte in più. La ragazza spezza l’atmosfera idilliaca che si era creata dicendoci che purtroppo era già tutto prenotato. E abbiamo due ore per andarcene. Con la coda tra le gambe facciamo i bagagli e ci mettiamo alla ricerca di un altro ostello. Saremo fortunati e ne troveremo uno nel centro, addirittura con piscina.

Circa 20 ore di autobus ci separano dalla capitale, Bogotà. Il fatto che tutti i passeggeri portino con sè una coperta dovrebbe farmi pensare ma il mio encefalogramma resta inesorabilmente piatto e così salgo sul bus in calzoncini e maglietta. Sono ancora ignaro del fatto che da lì a pochi minuti l’aria condizionata verrà sparata al massimo portando la temperatura ad un livello prossimo allo zero. Il freddo non mi farà dormire un secondo ma come se non bastasse il fato si assicura che io non chiuda occhio provvedendo ad assegnarmi il posto sottostante allo scarico della condensa del sistema di condizionamento, ovviamente rotto. Una goccia di condensa mi colpirà ogni 30 secondi con regolarità svizzera per circa 6 ore.

Un solo giorno in Bogotà, solo il tempo di riposarsi prima del volo notturno per la Bolivia. In Colombia lascio un pezzo enorme di cuore, una terra meravigliosa e persone amabili ed allegre. Ma ora inizia un’altra avventura.

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