Cile, il paese infinito

Con quello che ho passato in Bolivia non posso che essere felice di arrivare finalmente in Cile. Ma la sfiga è mia fedele compagna di viaggio e non tarda a palesarsi anche in questa nuova avventura.

Il giorno prima di partire per il Cile mi impegno a spendere tutti i soldi che ho per non sacrificarne una parte nelle tasse di cambio. Ho già pagato il biglietto del bus ed una volta lì preleverò. O almeno così credo.
Alla dogana, per la prima volta in vita mia, ci viene chiesto di pagare per lasciare la Bolivia. Io non ho un centesimo e le carte non sanno nemmeno cosa siano. L’ufficiale mi chiede di aspettare seduto e lo faccio per quasi mezz’ora prima di cominciare ad elemosinare il corrispettivo di 2 euro. Una signora sulla sessantina si lascia intenerire e paga per me, il mio viaggio può proseguire.
Arrivo a San Pedro de Atacama e trovo ad accogliermi Jessica, la mia compagna di sventure boliviane, arrivata qui un giorno prima di me. Ci dirigiamo verso l’ostello ma prima decido di prelevare. C’è una sola banca in questo paesino e lì ci dirigiamo. Infilo la carta speranzoso e all’improvviso lo schermo del bancomat si fa nero. La mia carta da lì non uscirà più.
E’ Sabato mattina e potrò reclamare la carta solo Lunedì. Fortunatamente ne ho una di scorta ma l’inizio non è certo dei migliori.

Sabato sera mi ritrovo in un folto gruppo di brasiliani composto da Jessica, Joaquin, Amanda, Daniel e Johnatan. Gli animi si scaldano quando Jessica dice che Ronaldinho è stato meglio di Ronaldo. Amo Ronaldinho ma non scherziamo. Superata la crisi istituzionale tra una birra ed un mojito facciamo chiusura al Barro, tipico locale con musica dal vivo, e Daniel (che abita qui) ci trascina in giro fino all’alba tra un party clandestino ed un falò nel deserto.

Domenica la dedichiamo alla Valle della Luna che visitiamo insieme a Courtney, la nostra compagna di stanza australiana. I paesaggi ricordano molto quelli del deserto boliviano visto pochi giorni prima ma perlomeno qui non rischiamo la vita.

Il giorno dopo è la volta delle sette lagune di Baltinache, un complesso di lagune nel mezzo del deserto che a causa dell’altissima concentrazione di sale mantengono a galla qualsiasi corpo. Provare ad andare sott’acqua è impossibile e quando usciamo siamo completamente ricoperti di sale tanto che non riesco a resistere a darmi qualche leccatina alla spalla. 
Solo dopo il nostro bagno la guida ci dirà che la laguna in cui siamo entrati è profonda quasi 2000 metri.

Ultimo giorno a San Pedro e la sveglia è prestissimo, ore 4:00. La meta sono i geysers, quelli che in Bolivia ci erano quasi costati la vita. Questa volta va tutto bene e nonostante i 10 gradi sotto zero che ci aspettano in cima alla montagna riusciamo a visitare tutto, perfino le piscine termali in cui qualche temerario decide di fare addirittura il bagno.

In serata parto per Santiago del Cile, 22 ore di bus di cui quasi 14 passate a dormire grazie alla stanchezza accumulata nei giorni passati. Ma a Santiago incontrerò Sebastiàn, il mio amico conosciuto in Ecuador e sono sicuro che potrò riposare qualche giorno prima di partire alla volta della Patagonia. Errore. Ma andiamo in ordine. 
Sebastiàn mi accoglie nel suo appartamento al 16esimo piano di un bellissimo complesso residenziale da cui si osserva una vista mozzafiato sulla città.

Approfitto dei primi due giorni per visitare il centro della città ed in particolare il Cerro Santa Lucia e il Cerro San Cristobal.

Arriva il weekend, che inizialmente avevo pianificato essere di riposo, ma che in realtà si trasforma rapidamente in una 48 ore intensissima di divertimento. Venerdì sera partiamo in bus alla volta di Valparaiso, una città costiera a circa un’ora da Santiago e famosa per i suoi murales e per le sue viette caratteristiche che ne sottolineano l’anima da città portuale. Ad ospitarci questa notte sarà Mauro, un altro ragazzo che ho incontrato in Ecuador e che ci guida nella notte di Valparaiso in un incantevole tour tra bar e vie che di notte assumono tutta un’altra forma ed atmosfera.

Rientriamo a casa che sono le 4 e ci abbandoniamo ad un sonno profondo bruscamente interrotto dalla sveglia alle ore 9. Oggi si visita Valparaiso e ci raggiunge El Pancho, un amico di Sebastian conosciuto quando i due hanno lavorato come ingegneri nelle miniere del Nord. Valpo, così chiamata dai Santiaguini, è composta da circa 45 Cerros ovvero quartieri che si sviluppano verticalmente a ridosso delle colline su cui si trova la città. Dopo una colazione caratteristica a base di Chorizo iniziamo a camminare e non ci fermiamo fino a sera quando ci trasferiamo a circa 20 minuti da Valparaiso, a Vina del Mar dove si trova la casa del Pancho, dove dormiremo questa notte.

Partiamo presto per rientrare a Santiago e ci dirigiamo a casa di Juan e Stefy dove ci aspetta una grigliata di cui sentivo la mancanza. Mangiamo in fretta e furia perchè nel pomeriggio ci aspetta il concerto per la festa dei lavoratori che durerà fino a notte fonda. Piccolo problema, Juan ha perso i biglietti. Li cerchiamo per quasi 20 minuti prima di ritrovarli, nella spazzatura. Tutto è bene quel che finisce bene.

Arriviamo al concerto e c’è una fila pazzesca ma noi siamo arroganti e con nonchalance ci infiltriamo tra i primi ed entriamo in due minuti. Il concerto si svolge in un ippodromo e di fronte al palco c’è un’immensa distesa di persone ad ascoltare quella che viene chiamata ‘Fonda Permanente’. 
Il primo gruppo sono i leggendari Inti Illimani e checchè ne dica Vecchioni le loro canzoni non sono affatto noiose. Da lì in poi sono 12 ore di concerto a suon di cumbia e raggaeton alternati da birra e ‘terremoto’, il cocktail tipico del Cile.

Saluto Sebastian e parto alla volta di Pucon, prima tappa a cavallo fra la regione dei laghi e la Patagonia cilena. Arrivo in mattinata e mi sistemo in un ostello dove incontro Markus, mio compagno di stanza e di girovagare. Vaghiamo infatti per mezza giornata fra le meravigliose stradine di Pucon e le spiagge del lago Villarica. In lontananza l’omonimo vulcano si staglia impetuoso e con regolarità emana sbuffi di fumo a ricordarci che ci troviamo ai piedi del vulcano cileno con maggiore attività.

Il giorno dopo insieme a Markus e al nostro nuovo amico taiwanese Sampson ci dedichiamo al trekking del cosiddetto santuario di Cañi. Sono 4 ore di scalata più altre 3 per scendere ma ne vale assolutamente la pena.

Il giorno successivo un altro parco nazionale, quello di Huerqueue che ci regala paesaggi ancora più belli e sempre più vicini a quelli da sogno della Patagonia.

Parto di buon mattino assieme al mio taiwanese diretto a Puerto Varas che raggiungiamo a metà giornata. Siamo alla ricerca di un ostello quando inizia a piovere a dirotto e veniamo letteralmente trascinati all’interno di una casa da una ragazza che scopriremo poi chiamarsi Carolina. In realtà ci troviamo in un ostello ed è molto bello, veniamo accolti da Marius, un volontario tedesco, e dagli altri ospiti che ancor prima che confermassimo la nostra permanenza ci invitano alla ‘Pizza night’ che si terrà da lì a poche ore. Non possiamo dire di no. Aiutiamo Marius a preparare le pizze ed io sono costretto a rinnegare le mie origini italiane e scendere al compromesso estremo: vogliono l’ananas sulla pizza. 
Non parlerò con nessuno che non sia il mio psicologo di questa esperienza, ma al di là degli ingredienti azzardati la serata è decisamente divertente e si conclude con un karaoke. Canzone più gettonata? Che domande, Des-pa-ci-to!

Un nuovo giorno sorge su Puerto Varas e decidiamo di spenderlo nella cittadina di Frutillar, a pochi km dal nostro ostello. Comunichiamo la nostra idea durante la colazione e le due ragazze colombiane, Alejandra e Alejandra, decidono di unirsi a noi. Pronunciano le parole che nessun uomo vorrebbe mai sentire: ‘Dieci minuti e siamo pronte’. 
Passerà un’ora e mezza prima che escano dalla loro camera come nulla fosse. In leggero ritardo sulla tabella di marcia partiamo alla volta di Frutillar e arriviamo in questa meravigliosa cittadina che in passato era un colonia tedesca e ancora ne conserva intatto lo stile.

Ultimo giorno e non ci facciamo mancare altre 7 ore di trekking. Arriviamo alle bellissime cascate di Petrohue e da quel punto mancano 6 km al Lago todos los Santos e camminiamo quasi 40 minuti prima che una macchina accetti la nostra richiesta di autostop. Ormai mancavano 500 metri ma il sollievo è tangibile.

L’ultima mattina a Puerto Varas ci regala uno scenario da cartolina che aggiunto alla meravigliosa compagnia trovata da queste parti ci invoglia quasi a restare.

Quasi appunto, perchè saliamo sull’autobus che ci porterà a Castro, sull’isola di Chiloè. Saliamo e i nostri posti sono occupati da due vecchietti ai quali ovviamente non ci sentiamo di chiedere di alzarsi e ci tocca fare il viaggio in piedi. Alle mie spalle noto una bellissima ragazza alla quale rivolgo un paio di occhiate di ammirazione. Le quali vengono intercettate dal fidanzato che siede un paio di file dietro e che mi rivolge parole per nulla amichevoli: ‘Ehi amico, hai perso qualcosa che continui a guardare’. Vorrei rispondere ‘ho perso la testa’ ma il ragazzo non sembra propenso alla burla. Il viaggio prosegue incredibilmente senza ulteriori incidenti ed arriviamo a Castro.

Il primo giorno insieme a Sophia ed una altra ragazza taiwanese di cui non ricordo il nome andiamo a visitare il Parco Nazionale di Chiloè. Un’ora di bus tra paesaggi che mi ricordano le amate highlands scozzesi per arrivare alla costa occidentale dell’isola che si affaccia sull’oceano Pacifico. Il trekking non è particolarmente arduo, solo 4 ore, nulla comparato a quelli dei giorni precedenti.

La sera in ostello conosciamo Martina, uno chef di Bologna, e Luis, un inglese che più british non si può. Con loro decidiamo di noleggiare una macchina il giorno seguente per girare il Nord dell’isola. Arrivati al noleggio auto il signore ci propone la macchina da 5 a 40.000 pesos, 15.000 in più di quella da 4. Così diciamo a Luis di aspettarci fuori e convinciamo il signore a lasciarci quella da 4 facendogli credere che il nostro amico se ne sia andato. Geni della truffa.

I paesaggi del Nord di Chiloè sono assurdi, ricordano in maniera impressionante le highlands scozzesi. Tra colline, mucche e pecore giungiamo alla prima meta stabilita: le cascate di Tocohiue. Sono all’interno di una proprietà privata e per via della bassa stagione troviamo il cancello chiuso con un lucchetto. Ma noi che facciamo dell’arroganza uno stile di vita decidiamo di scavalcare e goderci le cascate tutte per noi.

Proseguiamo e ci fermiamo in un piccolo villaggio di pescatori chiamato Tanaùn. Qui si trova una delle tante chiese dell’isola che sono riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Il viaggio prosegue alla volta di Colo, un villaggio composto da una chiesa, un cimitero ed una decina di case, nulla più. Qui, dopo aver visitato la chiesa, ci fermiamo a pranzare in un ristorante che però è pieno a causa di una classe di studenti in gita. Così la signora ci invita ad andare nel retro e sostanzialmente mangiamo nel salotto di casa sua con tanto di soap opera sudamericana alla televisione.

Il prato che circonda la chiesa si presta perfettamente per un riposo post-pranzo per godersi il tepore di un sole che da queste parti e di questi tempi è più unico che raro.

Nel nostro viaggio verso Nord arriviamo fino ad Aucar, un villaggio minuscolo particolarente famoso per l’isola che Francisco Coloane definisce nei suoi libri ‘la isla de las almas navegantes’. Si tratta di una cartolina fatta a realtà, un’isola minuscola che ospita una chiesa ed un cimitero, collegata alla terra ferma con una passerella di legno particolarmente suggestiva.

Dopo una breve sosta a Quemchi rientriamo a Castro ed una volta in ostello percepiamo da subito l’atmosfera delle grandi serate. Così tra vino, pisco, birra comincia una lunga nottata di karaoke sui successi più recenti e ancora una volta a farla da padrone è proprio De-spa-ci-to. Niente da fare, è patologica.

L’ultimo giorno in Chiloè è quello dei saluti. Decidiamo di concederci un pranzo a Dalcahue, dove si mangia il miglior Curanto della zona, un piatto leggero composto da frutti di mare, maiale, pollo e patate.

Parto alla volta del Sud, due giorni di viaggio intensi visto che per risparmiare sui costi dell’ostello decido di passare la notte in aeroporto. Tutti mi dicono che ci sarà gente ma mentono, saremo io e Josè, la guardia, che ogni ora verrà a farmi visita approfittando della mia insonnia causata dal gelo trasmesso dalle comodissime sedie in alluminio delle sale d’attesa.

Una volta a Punta Arenas prendo il primo bus per Puerto Natales deciso a fare il tour del parco nazionale Torres del Paine il giorno seguente. Il ragazzo dell’ostello mi rassicura sulle condizioni climatiche. Mente anche lui, io e Nicole, la ragazza cilena che ho conosciuto in ostello, passeremo un’intera giornata tra pioggia ed un vento che rendeva letteralmente impossibile camminare. Ma questa è la Patagonia, o si odia o si ama.

Rientriamo in ostello esausti e una meravigliosa sorpresa ci attende. Non abbiamo confermato per la notte seguente e l’ostello si trova incredibilmente al completo. Non c’è posto per noi, necessitiamo una doccia e non abbiamo alcuna intenzione di uscire nel gelo polare alla ricerca di un’altro ostello. Iniziamo una trattativa che nemmeno all’Atahotel di Milano il giorno di chiusura del mercato estivo e riusciamo ad ottenere di dormire nella sala comune, per di più gratis. Il vino ci salva dal gelo della sala comune, ovviamente non riscaldata.

Il giorno seguente parto con Ian, un ragazzo francese incontrato il giorno prima, alla volta di El Calafate. Sul bus incontriamo Adela e Dairen, due ragazze spagnole che saranno nostre compagne di tante avventure in terra argentina. Ma questa storia ve la racconto la prossima volta.

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