Un mese di Perù

E’ passato un mese da quando sono arrivato in Perù e se tutto andrà bene ne mancano ancora sei prima di rientrare a casa. Questi primi 30 giorni sono letteralmente volati ma mi hanno lasciato un bagaglio di ricordi e di esperienze che mai avrei immaginato e che spero cresca sempre più nei mesi a venire.

Come sempre cominciamo con loro, i bambini. Qui a Bemelsa si è entrati prepotentemente in clima natalizio, tra una decina di giorni ci sarà una grande festa nella quale verranno distribuiti i regali e i bambini potranno mostrare ai genitori quanto fatto con i volontari. Lavoretti, disegni, coreografie di danza e quello che speriamo possa essere il gran finale: un coro di bambini e ragazzi che canta l’intramontabile ‘We wish you a merry Christmas’. Ci stiamo lavorando tanto ma come immaginerete non è facile insegnare una canzone in inglese a bambini che solo raramente lo fanno a scuola. Soprattutto i più piccoli incontrano molte difficoltà ma sono sicuro che ci riusciremo e che ne risulterà un piacevole spettacolo di cui spero di riuscire a postare il video in uno dei prossimi blog.

Dopo un mese credo di poter fare un primo bilancio di questa esperienza di lavoro quotidiano con bambini e ragazzi che è per me del tutto nuova.

Belli come il sole. Loro.

Non è facile. Chi mi conosce sa che in passato ho provato a stare in ufficio fino a tarda sera per concludere un’offerta o un progetto o più recentemente a fare turni di 12 ore di pulizia e manutenzioni. Ecco, nulla di tutto questo ti spreme più di quanto non facciano 6/7 ore giornaliere con 150 bambini tra i 4 e i 16 anni. Il ritrovarmi esausto alla sera mi fa sentire però incredibilmente soddisfatto, felice di aver contribuito a creare un ambiente sano e sereno dove questi bambini trovano rifugio e protezione dalle tante difficoltà con cui da queste parti si convive quotidianamente.
Non parlo ancora fluentemente spagnolo e questo in parte limita il rapporto che ho con i ragazzi e le ragazze dai 12 ai 16 anni, questo perchè ovviamente con loro è necessario parlare, confrontarsi e talvolta fare da confidente. Fortunatamente la mia ‘collega’ Sandra in questo è bravissima e sostanzialmente è lei a gestire questa fascia d’età. D’altro canto con i più piccoli si sta creando un rapporto meraviglioso. Basta poco a farli felici, un sorriso, una linguaccia, un trucco di magia o una smorfia. Parlano la lingua del gioco e dell’allegria e con questa devo ammettere che me la cavo decisamente meglio che con lo spagnolo. Quando arrivano la mattina prima della colazione corrono a darmi il cinque e a mostrarmi le nuove figurine dei Pokemon che hanno trovato o a raccontarmi di cosa li attende per quel giorno a scuola.

Si gioca.

A volte litigano tra di loro, urlano, si picchiano e tenerli a bada richiede pazienza ed energia ma il più delle volte è un piacere passare il tempo con loro. E’ come tornare indietro a quel tempo, in cui tutto quello che importava era giocare. Essere felici è il loro obiettivo di ogni giorno e la felicità la trovano nella semplicità di un pasto, di un indovinello, di un disegno e tante altre piccole cose che ai nostri occhi possono sembrare banali ma che per loro non lo sono affatto. Ogni giorno con loro è per me una lezione di umiltà, mi stanno insegnando a dare ordine a quelle che devono essere le mie priorità e di questo gli sarò eternamente grato.

Sebbene i più piccoli siano quelli con cui lavoro di più c’è una storia che vi voglio brevemente raccontare, quella di Ana. Ana non è proprio una bambina, ha 15 anni e il prossimo anno finirà le scuole superiori. Vive in una di quelle ‘baraccopoli’ di cui vi ho parlato in uno dei primi post, non possiede una televisione, un cellulare ed inutile dire che non ha internet a casa. La mattina frequenta la scuola, il pomeriggio viene qui da noi e dalle 6 di sera in poi e nei fine settimana lavora al mercato di Chincha Alta dove la nonna ha una bancarella di frutta. Ana si ferma qui sempre, ogni pomeriggio. Sia che ci siano i corsi per i più piccoli che quelli per la sua età, in particolar modo quelli di inglese per cui spesso si ferma anche fuori orario per leggere e tradurre con noi un libro (per stare in tema natalizio abbiamo appena iniziato ‘A Christmas Carol’). Ha una voglia di imparare e di apprendere che non ho mai visto in nessun altro e quando le ho chiesto cosa volesse fare nella vita mi ha dato una risposta che mi ha lasciato a bocca aperta: “voglio studiare relazioni internazionali all’università, mi piacerebbe lavorare in qualche associazione che aiuti i paesi rivali nei processi di pace”. E’ per questo che studia inglese così tanto, che si ferma anche con i più piccoli a fare cose che ha già fatto cento volte. Come può una ragazza così giovane, cresciuta in un contesto di totale povertà, priva di quelli che per noi sono i più basilari mezzi di informazione e di comunicazione partorire un desiderio ed un progetto tanto alto e nobile? Quanti di noi al suo posto sarebbero stati in grado di fissarsi obiettivi così ambiziosi con le poche opportunità a disposizione? 
Sapere l’inglese è la sua unica opportunità di essere ammessa all’università e per questo io e Sandra stiamo dedicando tante energie per insegnarglielo al meglio. Non ho dubbi che ce la farà, e se anche in minima parte avrò contribuito alla realizzazione del suo sogno allora potrei anche fermarmi qui, non avrei bisogno di altro, sarebbe valsa la pena di venire dall’altra parte del mondo.

E proprio perchè sono dall’altra parte del mondo non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità unica di visitare alcuni dei luoghi più suggestivi del pianeta. Dopo aver visitato la vicina Ica e l’oasi di Huacachina (Link) la scorsa settimana abbiamo sfruttato il ponte dell’Immacolata per un viaggio decisamente più impegnativo: Cusco e Machu Picchu. 
Guardando la cartina del Perù si potrebbe pensare che Chincha e Cusco non siano poi così lontani. Ecco, si potrebbe. In realtà sono necessarie 20/22 ore di autobus per attraversare la cordigliera andina e raggiungere la Valle Sacra dove si trovano questi gioielli architettonici e culturali. Così Mercoledì sera, una volta ultimati i corsi, siamo partiti ovviamente selezionando con cura maniacale l’autobus più economico. Partenza ore 7 di sera, sciatalgia per sedili non reclinabili ore 9, bagno inutilizzabile ore 10 e asfissia causa impossibilità di cambiare aria ore 11. Un incubo insomma. Ogni 3/4 ore l’autobus si fermava in qualche sperduto bar o ristorante in mezzo al deserto o tra le montagne e proprio in una di queste fermate ho visto, nel buio più totale, il cielo più stellato che abbia mai visto. Una nota positiva in una notte infernale. Siamo arrivati a Cusco il giorno dopo alle 4 di pomeriggio, accolti da un diluvio esagerato ma non inaspettato considerando che questa è la stagione delle pioggie nella parte più interna del Perù. 
Bagnati fradici siamo arrivati al nostro ostello, bello e confortevole anche se con qualche difetto di sicurezza impiantistica.

Sono sopravvissuto e questo è quello che conta.

Ma la cosa migliore dell’ostello era senza dubbio la vista, una terrazza all’ultimo piano mostrava Cusco in tutta la sua bellezza, dalla vicina Plaza de Armas con le sue chiese di epoca coloniale ai quartieri periferici a ridosso delle montagne che circondano la città.

Plaza de Armas a sinistra e il sole che si fa largo tra le nuvole dopo il temporale a destra

La prima sera a Cusco non potevamo che passarla nel famoso Paddy’s Pub, l’Irish Pub più ‘alto’ al mondo (3300 metri sul livello del mare). Tutti parlavano inglese, la birra rigorosamente alla spina, la musica della tradizione nordica, tanta gente con voglia di fare festa e per una sera mi sono ritrovato catapultato indietro a quelle notti magiche nei pub di Edimburgo.

Anche qui non si molla mai.

Ma non c’è tempo per la nostalgia, e così dopo un paio di consumazioni usciamo a fare un giro e veniamo inesorabilmente attratti da dei ragazzi che ci offrono dei free drink per entrare in un locale dove si ballano salsa, bachata e merengue. Sandra si dedica al ballo, io mi dedico ai free drink e siamo tutti contenti. Si conclude così il nostro primo giorno di viaggio.
L’indomani partiamo di mattina presto alla volta di Aguas Calientes, la cittadina da cui si parte alla scoperta di Machu Picchu. Con un colectivo raggiungiamo in un paio d’ore la piccola ma graziosa Ollantaytambo e ne restiamo affascinati, in particolar modo dalla suggestiva piazza completamente circondata dalle montagne.

La splendida piazza di Ollantaytambo

Inoltre qui ci consigliano vivamente di comprare le famose caramelle alla coca, indispensabili per chi si appresta a scalare in poche ore i 3100 metri che ci attendono a Machu Picchu.

Non è come sembra. O forse sì.

Ripartiamo con un treno che in un’ora e mezza ci porta attraverso paesaggi mozzafiato fino alla nostra destinazione, Aguas Calientes. Piove, e non poco. 
Lasciamo le nostre cose all’ostello e partiamo alla scoperta della città. E’ piccola ma incredibilmente suggestiva. Divisa in due da un torrente si sviluppa intorno alla stazione del treno da dove si accede alla zona degli ostelli e dei ristoranti oppure all’immenso mercato che costituisce una delle più grandi attrazioni della città con prodotti artigianali tipici della zona.

In viaggio verso Aguas Calientes
Il mercato e il torrente che divide la città.

Come sempre uno dei posti più caratteristici è la Plaza de Armas, con un originale albero di Natale, la sua chiesetta, i tanti locali e la suggestiva scritta ‘Bienvenidos a Machu Picchu’.

Plaza de Armas: Bienvenidos a Machu Picchu

E così la mattina di Sabato la sveglia suona alle 4:30. Per colazione scegliamo una patisserie francese dove mangiamo senza ritegno alcuno, consapevoli che da lì a poco bruceremo più calorie di quante normalmente ne bruciamo in una settimana.

Due pain au chocolat, un croissant al cioccolato ed un cappuccino in tazza grande grazie. E mi porta lo zucchero per favore?

Iniziamo la scalata e tutto sommato non sembra essere così impegnativa. Ecco, ancora una volta, non sembra. Dopo una prima parte soft inizia la scalata vera e propria, scalini rocciosi praticamente verticali mettono a dura prova le mie già limitate doti fisiche. Ci era stato detto che avrebbe fatto molto freddo e così ci siamo attrezzati, doppie calze, doppia maglietta, felpone invernale, giacca impermeabile. Dopo 8 minuti di scalata mi sono già tolto tutto e rimango con una maglietta che cambierò appena arrivato in cima causa pezzata imbarazzante. Ma provateci voi a scalare una montagna per due ore con quell’umidità.

Eh niente, faccio schifo.

Così tra un’embolia ed un principio di infarto arriviamo non senza problemi a Machu Picchu, finalmente. Da qui partiamo per un’altra scalata, meta finale la ‘montaña’, il famoso punto di osservazione situato circa 600 metri sopra Machu Picchu da cui si dovrebbe godere di una vista meravigliosa del sito archeologico. Si dovrebbe. Perchè quando arriviamo in cima l’unica cosa che vediamo sono nubi. Bianche, dense e impenetrabili nubi. Non vedremo niente ma l’emozione di essere arrivati in cima è unica. Tirare fuori la bandiera sarda per la foto di rito e sentire un sacco di persone gridare ‘Ajò’ mi rende orgoglioso e così mentre attendiamo invano che le nubi si diradino facciamo amicizia con i nostri compagni di sventura, italiani, francesi, brasiliani, austriaci e spagnoli. La compagnia è decisamente piacevole, un momento di imbarazzo quando ci si confronta sulle scarpe più adatte alla scalata appena conclusa. C’è chi dice che siano meglio gli scarponcini di questa marca, chi di quest’altra. Poi arrivo io che ho le scarpe di Primark e questo spiazza anche i più esperti del gruppo. ‘Dovresti essere morto sai?’ mi fanno notare. ‘Non sei il primo che me lo dice’ rispondo.

Cambiato e arrivato.
Selfie time
Tra le nuvole.

Dopo aver aspettato per un’ora e mezza senza vedere nulla, con la coda tra le gambe ed un po’ di delusione intraprendiamo il percorso contrario e scendiamo verso Machu Picchu. Una volta arrivati il destino ci ripaga, le nubi se ne vanno e ci garantiscono una vista pazzesca su quello che considero il posto più bello che abbia mai visto.

Non male eh?

Non amo definirmi architetto, non mi sento tale, ma ho studiato architettura e conosco i principi delle costruzioni. Nonostante questo rimango affascinato ed incredulo di fronte a quello che l’uomo ha saputo fare su queste sperdute montagne. E’ una citta a tutti gli effetti, case, templi, edifici amministrativi e mercati la rendono così attuale da non crederci. E’ immensa e circondata da null’altro che montagne e foreste. Può esistere qualcosa di più bello? Me ne vado con questa domanda a cui proverò a dare una risposta nei prossimi mesi, ma sicuramente non sarà facile farmi dimenticare questo posto.

Dentro Machu Picchu
Dentro Machu Picchu 2

In serata rientriamo a Cusco facendo il percorso inverso e ripassando per Ollantaytambo. Il progetto iniziale era godersi il Sabato sera nei locali della città, famosi per garantire ai turisti splendide feste fino all’alba, ma quando alle 10:30 entriamo nella nostra stanza non sappiamo resistere al richiamo del letto. La sveglia alle 4:30 e le 6 ore di scalata si fanno sentire. Ci abbandoniamo ad un sonno profondo.

Un po’ di Cusco
Plaza de Armas di sera.

domenica mattina approfittiamo per visitare un po’ meglio Cusco. Nella cattedrale c’è una messa ogni ora, alle 6, alle 7, alle 8, alle 9. Sono tutte stracolme e la Chiesa è immensa. Riesco a fare qualche foto anche se vengo costantemente ripreso dagli addetti alla sicurezza. Ma nessuna foto renderà mai l’idea dei meravigliosi altari dorati e delle splendide architetture che rendono uniche le Chiese di questa città.

Le Chiese in Plaza de Armas
Lo splendido altare dedicato alla Madonna nella cattedrale di Cusco

Il bus del ritorno è alle 6 di sera, questa volta abbiamo speso qualcosa di più ma ci siamo assicurati un pulman con sedili reclinabili, cena e colazione serviti a bordo e due bagni. Si viaggia da VIP. 
Sfruttiamo il tempo rimasto per dare il colpo di grazia alle già compromesse gambe. Decidiamo infatti di salire fino al famoso Cristo Blanco, una statua di Gesù che sovrasta la città di Cusco e che regala una vista pazzesca. La salita dura più di un’ora, non so cosa ci tenga in vita, forse le caramelle alla coca di cui abusiamo. Fatto sta che arriviamo in cima e gli sforzi vengono ripagati da uno spettacolo unico, anche stavolta ne è valsa la pena.

Cristo Blanco e vista.

Rientriamo in città e andiamo a prendere l’autobus, siamo sfiniti ma felici. Sono stati giorni incredibili in alcuni dei posti più unici al mondo. E’ un dispiacere andarsene ma anche la prospettiva di tornare a Bemelsa, quella che ora considero la mia casa, non mi spiace affatto. 
Il viaggio è tutto un’altra cosa, si mangia e si dorme bene, al mattino le prime luci dell’alba ci regalano la vista di paesaggi sensazionali.

Buonanotte e buongiorno dall’autobus.

Vi lascio anche il video della scalata a Machu Picchu, so che vi piace vedermi soffrire.

Questa terra mi sta entrando nel cuore. Ed è già un mese. Anzi, è solo un mese. Alla prossima.

Che comodità.
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