BLADE RUNNER 2049 — L’INCAPACITA’ DI IMMAGINARE

Prima di scrivere quanto segue vorrei chiarire una cosa: Blade Runner 2049 è un bel film. Si esce dalla sala soddisfatti e non ci si sente derubati del prezzo del biglietto. C’è tutto ciò che in si può chiedere a un film d’azione: belle ambientazioni, una trama avvincente, attori famosi e via discorrendo. C’è però quel Blade Runner nel titolo che mi costringe a provare a andare un po’ più in profondità e cercare di capire come mai, uscendo dalla sala, ci si sente così lontani dal film originale.

Blade Runner 2049

Blade runner, l’originale era un film che parlava del futuro in un modo inedito. Prendendo le mosse da Philip K. Dick, uno degli scrittori più sottovalutati del ‘900 americano, immaginavi scenari inediti per la fantascienza, aprendo la strada a quello che oggi chiamiamo futuro postmoderno. Ci sono le astronavi, ma nessun posto dove andare veramente (se non costretti da grigi funzionari delle Nazioni Unite). Il clima sulla terra è diventato invivibile –vi ricorda qualcosa?- e i lavori più difficili vengono svolti da androidi, riproduzioni sintetiche e migliorate degli esseri umani, trattati però come schiavi.

È proprio la loro presa di coscienza a scatenare una serie di situazioni che ci portano alla trama vera e propria. Il film è come il libro intriso di problemi filosofici: cosa ci rende umani? Questa domanda scandisce tutto il film e trova nella morte di Roy –un cattivo sì, ma messianico- la risposta: si può esserlo anche non passando il test di Voigt-Kampff (che da solo vale il libro). In realtà ciò da cui Dick –e Scott poi- stavano cercando di metterci in guardia era dal volere trovare confini dogmatici, che facilmente distinguono un noi dal loro. Era un film ambiguo, come il suo protagonista, un Harrison Ford umano o androide a seconda dell’edizione cinematografica, che passa -letteralmente- il film a sparare a gente che si scopre essere dalla parte giusta.

Il necessario per il Voigt-Kampff

Il film di Villeneuve invece non riesce a immaginare il futuro: le scenografie sono molto belle, ma parlano al massimo del nostro mondo, non certo di qualcosa di completamente altro. Dick aveva fatto della ricerca di questo qualcosa la sua cifra –pensiamo alle Tre stimmate di Palmer Eldritch- mentre qua è totalmente assente: nessun personaggio ci è veramente estraneo, persino il cattivo Jared Leto. Egli è un personaggio riuscito, ma che meno Dickenseniano non potrebbe essere: i personaggi di Dick non si muovono per la conquista del mondo come un cattivo Marvel qualunque, ma per cercare l’altro.

Non basta scrivere Atari per tornare negli anni ’80, ma ci si va vicino

Va riconosciuto poi il tentativo di restituire al film le atmosfere originali, magari allungando fino al limite della sopportazione i tempi della messa in scena, arrivando a lambire i 163 minuti. A volte però si ha la sensazione che sia un po’ fine a se stesso, di maniera: non si prova mai il senso di stordimento del primo film. L’ambientazione è volutamente analogica –ci sono pubblicità dell’Atari- ma purtroppo non esistono ancora macchine da presa digitali che sappiano rendere reale l’atmosfera cupa e disperata della Los Angeles del 2019. Le musiche sono molto belle, ma riflettono il problema del film: sono musiche del presente, mentre le musiche originali di Vangelis erano una finestra aperta sul futuro. Un futuro pieno di acidi e new age, ma pur sempre futuro. Il fatto che questo futuro si sia avverato o meno non ha alcuna importanza.

L’ambiguità sessuale del primo film viene poi superata. Questo è un concetto su cui vorrei soffermarmi: come è possibile che nel 2017, epoca immensamente più libera e liberal degli anni ’80 non si sia capaci di restituire la stessa carica di ambiguità del film precedente? Rachael nel 1982 era una figura morbosa per il suo essere così attraente e così non umana. In questo nuovo film –spoiler- ci viene presentata come madre. L’unica fonte di ambiguità del nuovo film è presentata dalla relazione tra Ryan Gosling –androide- e il suo computer di casa –un ologramma femminile-. Per quanto visivamente ciò dia vita a scene di grande impatto visivo esso non lascia dietro di sé nello spettatore nessun interrogativo, figuriamoci scandalo.

Joi, l’ologramma che ti dice solo cosa vuoi sentirti dire.

Non posso dire che nel suo genere 2049 non sia un bel film, ma è un tradimento di Blade Runner. Dick passò la sua vita a metterci in guardia riguardo al futuro, a immaginarlo e distorcerlo. Questo film invece è una fantastica fotografia sul presente, ma non ha neanche un’idea su cosa verrà dopo. O forse sa perfettamente ciò che avverrà dopodomani, ma non in un altro momento.

Non credo però sia colpa del regista –o dello sceneggiatore, o che dietro allo sceneggiatore non vi sia Philip Dick, o almeno non solo- ma del fatto che ci è veramente difficile immaginare il diverso oggi. E per diverso non parlo di una persona con la pelle di un altro colore, ma di un futuro completamente altro. La fantascienza è nata fantasticando su questo futuro, ma non aveva messo in conto internet. A parte piccole distopie alla Black Mirror oggi ci sembra impossibile immaginare qualcosa di veramente altro, insomma, non è Solaris di Tarkovskij, o l’Invasione degli Ultracorpi di Don Siegel, per citare due film agli antipodi. Alcuni sostengono invece che queste persone capaci di immaginare esistano ancora, solo fuori dai circuiti main stream. Io personalmente non lo so, ma senza scomodare Fukuyama, potrebbe non aver poi avuto tutti i torti in fondo.

La sede della Tyrell, una delle scenografie più maestose di sempre.