Christmas on Raohe Street

Flashback che getta luce sui miei precedenti soggiorni taiwanesi e su quello attuale. Contiene tabacco.

È il 24 dicembre 2016, l’orologio della sala fumatori presso il Terminal 3 di Fiumicino segna le 17:30. Il volo parte fra quaranta minuti. La stanza è piccola, con pareti bianchissime intervallate da grandi pannelli di vetro e l’illuminazione al neon che riverbera sui tavoli di metallo e sulle facce dei fumatori. Una hostess verde Alitalia con i capelli stropicciati, due asiatici in giacca e cravatta, un americano grasso in pantaloncini corti e maglietta nonostante il freddo intenso di questi ultimi giorni dell’anno.

La cenere è smossa dal sistema di ventilazione, deborda dall’incavo d’acciaio dei posacenere, forma sul tavolo dei mucchietti che sembrano sterco di piccione. È come se si volesse rimarcare il sostanziale nichilismo insito nell’atto di fumare, ribadire che chi indulge a una pratica simile è un depravato capace di tutto, anche di passare volontariamente del tempo — il tempo di una sigaretta che si dilata e pare estendersi per ore — in un ambiente terrificante come quello. E, in qualche modo, deve essere così. Come a voler assentire, io e i miei compagni aspiriamo cocciutamente fino all’ultimo tiro.

È la sera del 24 dicembre; a quest’ora ci si prepara per accogliere i parenti, si mettono in tavola olive e carciofi sott’olio, si sistemano i pacchi sotto l’albero. Io quest’anno parto. Una decisione presa d’impulso ai primi di novembre, sulla spinta di astratti furori, forse in polemica con qualcosa che nemmeno io saprei individuare. Ma adesso che sono qui, a un passo dall’imbarco, sento per davvero cosa significa buttarsi da soli nel buio di un paese sconosciuto, talmente estraneo che potrebbe trovarsi su un altro pianeta, e per un attimo mi viene paura e ripenso alle facce di amici e colleghi, gli occhi sgranati e la bocca che non sa che piega prendere, un attimo prima che dicano a Taiwan? E a fare cosa?

Sull’aereo il timore scompare, sostituito dal gusto del movimento, la serena esautorazione dell’essere trasportati nel ventre di un gigantesco animale. Il cibo abbondante e il vino turco fanno il resto, il sonno arriva facile col rombo mansueto dell’aria all’esterno, la vibrazione della macchina simile a quella dei traghetti per la Sardegna su cui da bambino amavo dormire più che in qualsiasi altro letto. Quando mi sveglio, fuori sta tramontando il giorno di Natale.

Rileggo le indicazioni ricevute dalla host di Airbnb: c’è un bus dall’aeroporto, devo scendere alla scuola elementare di Zhongshan e aspettarla davanti a un Mos Burger*. Sull’autobus non me ne accorgo per via dell’aria condizionata, ma appena metto piede in strada capisco che il mio abbigliamento è del tutto inadeguato al clima locale. Ripiego il giaccone nello zaino, lego intorno ai fianchi la camicia di flanella e resto in maglietta a contemplare il traffico che scorre convulso ma senza strappi, un caos gentile da caleidoscopio, lontanissimo dalla sistematica prevaricazione del suo equivalente romano.

*(catena di fast-food giapponese: qualità discreta e interessanti contaminazioni orientali, come la possibilità di sostituire il panino con una specie di tasca di riso schiacciato, al cui interno viene sistemato il companatico)

Il tempo di lavarmi — il bagno stretto che si allaga integralmente appena apro l’acqua, perché la doccia non ha uno spazio deputato, è solo un braccio flessibile appeso alla parete accanto al water — e decido di uscire; non ho sonno e la stanza è troppo triste per abitarla da sveglio. Controllo i consigli delle persone che ho contattato tramite Couchsurfing; c’è un mercato notturno a qualche fermata da dove mi trovo, probabilmente è la scelta migliore.

Sulla metro — la splendida MRT di Taipei — noto l’età dei passeggeri, quasi tutti più giovani di me. Osservo le ragazze col cellulare in mano, le gambe scoperte e il volto seminascosto dalla mascherina. Per un attimo mi faccio turbare dal pensiero della qualità dell’aria, ma in fondo no, a respirarla non sembra così terribile (scoprirò poi che la mascherina ha per lo più lo scopo opposto, evitare di contaminare gli altri con i propri germi). Colpisce — ma il termine è inesatto, perché quello che manca è proprio l’urto, l’attrito— il silenzio, la pulizia, una compostezza che però non ha il gelo del rigore nordeuropeo. Un rispetto — verrebbe da dire — per l’altro talmente interiorizzato da risultare invisibile, percepito solo in negativo per l’assenza di qualsiasi forma di aggressione.

Il mercato notturno di Raohe Street, nella zona est, mostra l’altra faccia della città, quella vivace e satura di odori. Due strade a incrocio per un totale di qualche centinaio di metri in cui ogni spazio possibile è occupato da bancarelle che vendono cibo cucinato al momento. Funghi giganti fritti, omelette di ostriche, torta di riso al sangue di maiale, tentacoli di polpo al wasabi, tofu fermentato piccante, spaghetti in brodo di manzo, uova dei cent’anni, più ovviamente le bevande, dal bubble tea* ai succhi di mango, papaya, cocomero, e pressoché qualsiasi altro frutto cresca a queste latitudini.

*(Il 珍珠奶茶; [zhēnzhū nǎichá] è fra le invenzioni taiwanesi di maggior successo: nato negli anni ’80, questo tè al latte in cui galleggiano piccole sfere di tapioca è ormai diffuso in molti paesi dell’Asia e nelle aree del Nord America a maggior concentrazione di popolazione asiatica. I negozi specializzati ne vendono anche venti diverse varietà (con tè oolong, Earl Grey o verde, aromatizzato alla pesca, al cocomero, all’avocado, etc) ed è possibile scegliere la percentuale di zucchero che si preferisce, anche se tutti consigliano di mettercene il massimo for a better taste).

Non ho abbastanza fame da approfittare degnamente della situazione. Assaggio delle crocchette di patate dolci, una porzione di ravioli al vapore e concludo con un calamaro grigliato intero, servito infilzato sul bastoncino come un grottesco ma squisito leccalecca. Non parlo propriamente con nessuno — le interazioni limitate ai gesti: indicare il cibo, contare le dita del venditore, tirare fuori il corrispettivo in moneta — ma non mi dispiace. Sto bene, per ora, nel ruolo di fantasma, unica faccia pallida che si aggira in silenzio nella caotica policromia della metropoli asiatica.

La ragazza che mi ha consigliato questo posto ha detto che uscendo dall’area del mercato si arriva subito al fiume (il Keelung, uno dei due principali corsi d’acqua che attraversano Taipei); vale la pena farsi un giro e attraversare il ponte. La notte è tranquilla. Mentre salgo i gradini che portano al Rainbow Bridge — una struttura a parabola in metallo leggero, resa ancora più eterea dall’illuminazione policroma — sento il vento alzarsi dal fiume. Dopo l’aria spessa di fumi del night market è piacevole starsene da soli al fresco. Arrivo a metà del ponte e mi affaccio a guardare l’acqua. Accendo una sigaretta. Eccomi qui, penso, a Taiwan. Non sarebbe mai successo se non fosse stato per T., ma le cose non sono andate proprio come le avevamo immaginate.

(© Eddy Tsai/Flickr)

Ne avevamo parlato tante volte, in due anni, di come sarebbe stato andare insieme. Per lei un ritorno — anche se non c’era nata, sull’isola, e non ci metteva piede da vent’anni — per me l’accesso a un mondo che in lei avevo sempre solo intravisto obliquamente, di sfuggita, e che mi affascinava. Un miscuglio di tradizione millenaria e pragmatismo spietato che mischia le case da tè e i grattacieli, le superstizioni popolari e il capitalismo scientifico. Qualcosa che seduce perché può schiacciarti in qualsiasi momento.

A Taiwan? E a fare cosa?

Chi sapeva di T. era ancora più preoccupato. Perché il rischio era forte. Ritrovarsi da soli per quindici giorni in un paese che parla ininterrottamente di lei. Ma io pensavo— presentivo, forse divinavo scrutandomi le viscere— che poteva anche succedere il contrario. Curare il simile col simile, esorcizzare la memoria con il presente, diluire il desiderio disperdendolo in migliaia di oggetti. Questa era la scommessa.

Appoggiato alla balaustra del ponte, osservo il balenare ritmico delle luci sullo skyline mentre il fiume scorre largo e discreto sotto i miei piedi. In bocca ho ancora il sapore del calamaro, una stanchezza docile nel corpo. Eccomi qui, penso, da solo. E suppongo che stia a me decidere se è un lutto o un’occasione.

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