Il vomito dell’estate è la delizia dell’inverno

Resoconto parziale e tendenzioso della mia visita al TIAF, il Festival del cinema d’animazione di Taichung. Contiene sesso tra cani e gatti, espressionismo nordeuropeo e una validissima alternativa al bidet.

Che Taichung fosse una città in espansione demografica me l’avevano detto. Ma è solo quando esco dall’ascensore al terzo piano del cinema/centro commerciale Showtime che capisco veramente cosa significa trovarsi in mezzo a un’esplosione di bambini. Fra piscine di palline, trenini elettrici, tiro a segno e altri strumenti infernali, centinaia di coppie si affannano a rincorrere i pargoli che scorrazzano in lungo e in largo per i corridoi. È una domenica mattina di metà ottobre, piove da tre giorni e un posto come questo diventa la destinazione ideale per torme di famigliole che si riversano qui da ogni parte della città.

Con circa 2,8 milioni di abitanti, Taichung ha da poco sorpassato Kaohsiung al secondo posto fra i centri più popolosi dell’isola. Favorita dal clima relativamente secco e dal galoppante benessere economico (oltre alla storica manifattura delle biciclette, Taichung ospita un distretto industriale dedicato alla produzione di componenti ad alta tecnologia), la crescita demografica si è assestata su percentuali superiori al 10% per tutti gli anni ’90, rallentando solo a partire dal 2005. Il risultato è una metropoli piena di passeggini, negozi e auto di lusso, dove però la vita culturale è ancora poco sviluppata se paragonata a quella di Taipei.

Per questo, quando alla fermata dell’autobus vedo il manifesto del TIAF (Taichung International Animation Festival), con quelle creature che sembrano uscite dal pennello di un Henri Rousseau sotto acido, vado subito a informarmi sul programma e acquisto i biglietti per quattro proiezioni al costo di 80NTD (2,5 euro) l’una. L’occasione è da non perdere, dato che i cinema qui sono orientati esclusivamente al blockbuster (americano o asiatico che sia) e non c’è traccia del sottobosco di cineclub e nannimorettiane sale d’essai cui quelli come noi sono tanto affezionati. Con Mimi decidiamo di escludere i lungometraggi (sono pochi e troppo disneyani, casomai li vedremo quando saranno distribuiti nel circuito commerciale) e ci prepariamo a una scorpacciata di corti che spaziano dal Giappone alla Croazia, dal 3D allo stop-motion.

L’inquietante locandina del TIAF 2017

Quattro spettacoli da un’ora e venti ciascuno: due di mattina, due di pomeriggio. In mezzo, un paio d’ore per pranzare e riposare gli occhi. In sala, prima della proiezione, una ragazza lancia dei frisbee verso il pubblico: chi li afferra ha in omaggio la maglietta del festival. Poi, tra l’odore di pollo fritto e salsa di soia (i taiwanesi, naturalmente, mangiano ovunque) si spengono le luci e ci immergiamo nei nostri primi 80 minuti di cinema a tema Animals gone wild.

E qui è opportuna una dichiarazione preliminare: le segnalazioni che trovate di seguito riflettono il gusto del sottoscritto, cioè di qualcuno che a) non ha alcuna preparazione specifica né alcun titolo per dare giudizi su quanto visto, e ciononostante intende farlo con veemenza b) considera il 3D il più grosso flagello del cinema d’animazione, capace di appiattire ogni originalità di tratto in una triste brutta copia del girato in real life (quindi, per fare un esempio, nell’eterna querelle genitoriale Peppa Pig vs Masha e Orso il mio sostegno va incondizionatamente alla prima).

Su dieci corti, sei sono in 3D e — come da premessa — assolutamente dimenticabili (con la parziale eccezione del tedesco Wer trägt die Kosten? [Chi paga il conto?] in cui le bestie della savana vengono rappresentate come ospiti di un talk-show politico, con un tracotante leone nel ruolo del tycoon ultraliberista e una zebra proletaria subito messa a tacere da un conduttore tutt’altro che equanime).

Who Will Pay The Bill?

Tra i quattro rimanenti, invece, c’è parecchia roba degna di nota: Cop Dog di Bill Plympton (veterano dell’animazione USA e già premio Oscar nel 1987) è una surreale e spassosa slapstick comedy con protagonista un cane poliziotto che cerca di salvare un aereo pieno di passeggeri strafatti di cocaina. Manivald, dell’autrice estone Chintis Lundgren, ci presenta un plurilaureato volpacchiotto di 33 anni che vive con la madre e non sa niente del mondo, finché — con una svolta in stile Teorema — un lupo-idraulico dal fisico scultoreo non irrompe nella vita dei due, sconvolgendola.

Manivald (teaser)

Ma a restare impresso è soprattutto Double King dell’australiano Felix Colgrave (che colpevolmente ignoravo, ma che scopro essere un autore di culto; non stupisce, per uno la cui biografia comincia dicendo che è stato cresciuto nel bush della Tasmania da un conducente di mongolfiera in pensione). Immaginate una fiaba senza morale in cui l’unico elemento certo è la sete di potere del protagonista: un grottesco Macbeth pronto a calpestare, decapitare e smembrare chiunque porti una corona, fosse anche il principe delle tenebre. Adesso immaginate che questa terrificante vicenda sia resa graficamente con tratto tondeggiante e campiture di colore pieno, creando uno straniante universo di rarefatta serenità. Oppure, invece di immaginarlo, guardatelo qui di seguito.

Double King

La batteria di corti successiva è — spiace ammetterlo — una grande delusione. Chinese-Ink as Style raggruppa lavori provenienti dalle due Cine (Republic of China, che sarebbe il nome ufficiale di Taiwan, e Repubblica Popolare Cinese) e caratterizzati dall’uso del tratto a inchiostro come base dell’animazione. Ma la qualità è pessima: si tratta quasi esclusivamente di lavori studenteschi — alcuni vecchi anche di quindici anni — mal concepiti, peggio realizzati e spesso anche piuttosto pretenziosi (e di rara banalità: quasi nessuno resiste alla tentazione di infilarci un dragone). Colmi di disappunto, usciamo dalla sala e scendiamo al piano di sotto per visitare la food court.

Qui, tra il rinnovato fragore delle urla infantili, ci concediamo un pranzetto alla buona in stile giapponese*: zuppa di miso, tsukemono (vari tipi di verdura sottaceto) e soprattutto una capace ciotola di guydon al curry. Oltre al riso, questa robusta ricetta prevede straccetti di manzo con cipolla e un rosso d’uovo crudo adagiato in cima al piatto. Come avrete capito, dopo quasi tre ore passate a fiutare gli odori del cibo altrui, l’appetito non manca. Ma ho appena finito di raccogliere gli ultimi chicchi di riso che la combinazione di elaborati intingoli e aria condizionata violentissima causa un improvviso sommovimento intestinale, costringendomi a dribblare le orde di ragazzini vocianti per guadagnare in fretta la ritirata.

*(l’influsso della cultura giapponese a Taiwan è molto forte: l’isola è stata possedimento nipponico dal 1895 alla fine della seconda guerra mondiale e a quest’epoca risale la costruzione delle principali infrastrutture moderne. Ancora oggi per il Giappone rimane — da quanto sono riuscito a capire — una sorta di amore-odio: da un lato visti come brutali colonizzatori, i giapponesi sono stati però anche portatori di civiltà e progresso, nonché — nel dopoguerra — modello di paese asiatico in grado di confrontarsi alla pari con le economie occidentali).

I bagni dello Showtime sono così ampi, eleganti e luminosi (e così silenziosi, lontano dallo strepito della sala) che quasi vorrei trasferirmi lì per il tempo che manca alla prossima proiezione. Ogni wc — peraltro già pulitissimo — è dotato del suo erogatore di disinfettante che consente di sterilizzare completamente la tavoletta e sedersi con l’animo sereno. Ma non è tutto: terminata la faccenda, il meraviglioso washlet di fabbricazione giapponese offre un’ampia scelta di getti e zampilli progettati apposta per risciacquare e simultaneamente massaggiare i vostri più intimi recessi. L’esperienza è così appagante che per la prima volta in oltre un mese non sento la mancanza di un bidet.

Con una sensazione di profondo gaudio interiore torno in sala per assistere a una delle tre sezioni in cui sono suddivisi i corti in gara. Qui non c’è un filo conduttore: si alternano prodotti molto diversi per tematiche e tecniche di realizzazione. Tranne forse un paio, tutti hanno qualcosa di interessante, ma sono due quelli che spiccano nettamente sugli altri. Sore Eyes for Infinity, della finlandese Elli Vuorinen, mostra una giovane optometrista alle prese con una serie di clienti dall’aria equivoca tra cui un ragazzino sadico, un vecchio guardone appassionato di telescopi e una scimmia che gestisce un cinema porno. Colori accesi, fisionomie deformate e solitudine urbana fanno di questa piccola opera una degna erede della grande tradizione espressionista nordeuropea, da Hamsun a Munch.

Sore Eyes for Infinity (teaser)

In chiave completamente diversa, il grottesco è però l’ingrediente fondamentale anche di The Absence of Eddy Table. Nato dalla collaborazione fra il cartoonist canadese Dave Cooper e l’animatore norvegese Rune Spaans, il corto mostra il protagonista (lo stupefatto e abbastanza ripugnante Eddy Table) catapultato in una foresta zeppa di piante che sembrano fatte di carne. Alla perplessità segue ben presto il terrore, quando Eddy scopre che la giungla è abitata da mostruosi parassiti che ambiscono a strappargli il cervello e impossessarsi del suo corpo. Col suo tripudio di capezzoli vegetali e ultraviolenza, il film è una via di mezzo tra un incubo cronenberghiano e il gore scanzonato di serie come Happy Tree Friends. Vale la pena di vederlo — se mai riuscite a incrociarlo in qualche rassegna — anche solo per il campionario di rantoli e gorgoglii emessi dal protagonista (a cui ha prestato la voce nientemeno che Mike Patton, uno che sui rantoli ha costruito una carriera formidabile).

The Absence of Eddy Table (teaser)

Nemmeno il tempo di rifiatare che ha inizio l’ultimo spettacolo, dedicato alle produzioni asiatiche. Anche in questo caso, bisogna ammetterlo, le opere provenienti da Cina e Taiwan si dimostrano poco incisive. Fa meglio la Corea del Sud, con due corti non privi di spunti originali: My Father’s Room è la storia di un’infanzia segnata da un padre alcolista e violento, mentre The Deer Flower indaga la pratica — tradizionalmente diffusa in Estremo Oriente — di bere il sangue sgorgato dalle corna recise di un cervo per assicurarsi buona salute e longevità. La manche è però vinta a mani basse da una giovane animatrice giapponese.

A 26 anni Sawako Kabuki ha un curriculum che conta menzioni nei festival di mezzo mondo, collaborazioni con MTV e diverse esperienze nell’universo dell’animazione soft porn. Il suo Summer’s Puke is Winter’s Delight è un acidissimo concentrato di sesso metamorfico, campionature sonore e disturbi alimentari. Non guardatelo se siete al lavoro, soprattutto durante la pausa pranzo.

Summer’s Puke is Winter’s Delight
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