In fondo che mai potrà accadere

Il riscatto della tristezza in Inside Out


Ho sempre amato i film della Pixar. Li considero un concentrato di creatività, non solo da un punto di vista stilistico ma anche e sopratutto da un punto di vista contenutistico. Hanno saputo reinventare il concetto di cartone animato trasformandolo in quello di film di animazione, riuscendo a creare un prodotto cinematografico dove ognuno, bambino o adulto che sia, può trovare la propria personale chiave di lettura.

Inside Out ne è forse la dimostrazione più completa.

Anzi in questo caso, ancora prima che un film di animazione, lo definirei un’ora e mezza di psicoterapia.

Un viaggio nella nostra mente, alla scoperta della personificazione delle nostre emozioni, in continua competizione per prendere il controllo della console delle nostre vite.

E’ facile simpatizzare con Gioia: ce la mette tutta a trovare sempre e comunque il lato positivo delle cose e allo stesso tempo impiega anima e corpo a tenere lontana Tristezza e a scongiurare il suo tentativo di plasmare ogni cosa con il suo pessimismo.

Nonostante cerchi di confinarla in un piccolo cerchio dal quale le raccomanda di non uscire, i suoi tentativi sono vani e non c’è nulla che possa realmente fare per fermarla. Se la ritroverà, infatti, sempre in mezzo ai piedi, pronta a combinare guai.

Tristezza è impacciata: è come se si sentisse in colpa di rendere triste tutto quello con cui entra in contatto.

Tristezza, però, è anche la chiave di svolta del film e ciò che lo rende, a mio avviso, un piccolo capolavoro.

E’ l’unico sentimento che riesce a mutare, a cambiare la sua natura. Se in principio è quella sensazione che prende il sopravvento su tutto e plasma tutto ciò che ci circonda, facendoci fare cose di cui magari ci pentiremo, in seguito è in grado di trasformarsi in quel magone che proviamo per le cose belle andate perdute o per quelle che ancora potremmo fare.

Ed ecco che diventa quella forza motrice in grado di riscattare la nostra vita.


Gioia non è la vera felicità. E’ quella che gli altri vorrebbero vedere 24 ore su 24 sul nostro viso.


E’ quell’esasperazione di benessere che spesso ci viene inculcata da chi ci vuole a tutti i costi felici, nei modi in cui ha già scelto per noi, seguendo quel copione che ha già scritto senza chiederci il permesso.

La vera felicità, invece, è quella per cui bisogna lottare. Quella per cui bisogna imporsi di fare determinate cose, per cambiare atteggiamento nei confronti della vita, nei confronti di quello stato d’animo che non rispecchiava quello che eravamo, ma che era semplicemente un sintomo del nostro malessere. Ed è proprio la tristezza a condurci verso questo percorso.

Insomma con questo film la Pixar è riuscita a riscattare ciò da cui tutti noi cerchiamo di fuggire, presentandocela come un personaggio goffo, simpatico, vittimista verso il quale non possiamo che avere come minimo compassione.

Che poi è un po’ l’atteggiamento che dovremmo avere verso noi stessi…anche perchè, in fondo, citando la frase finale del film: “che potrà mai accadere”

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