I luoghi del Cuore - A metà tra una recensione e un racconto personale.

Si parla di ormai quasi due anni fa. Uno dei miei principali mentori e motivatori mi aveva già iniziato a Bologna. Alla sua mossa, al suo brulicare, al poetico degrado, alla bellezza del fervore culturale, alle variopinte masse di studenti.

Era l’inizio di quel percorso che mi avrebbe portato a prender casa a Bologna. Ad un ragazzo cresciuto in un paese di provincia a 30 km di distanza, questa città appariva come qualcosa di fantastico, affascinante, romantico, poetico. Una meraviglia che ogni giorno - sono fortunato - si rinnova in me, come la prima volta.

Era tempo del secondo passo, in quel percorso. L’introduzione al mondo dei locali - anima tra le più importanti della città - e alla poesia nascosta in questi.

Bar, ristoranti, pub, caffetterie, osterie, trattorie. Insomma, luoghi di ritrovo. Di lusso, validi, degradati (in questi è la vera bellezza, secondo me).

“E’ nuovo, vediamo com’è… mi ispira”, disse il mentore. Io pensai: “Boh?”, ed entrammo in un buco in Largo Respighi, vicinissimi a Piazza Verdi. Si trattava del - voglio definirlo “famoso” - ITIT.

Universitari che studiavano, ragazzi con il portatile, persone che leggevano un libro, amici che discutevano, atmosfera informale e fervente, camerieri che avevano solo qualche anno più di me. Ero affascinato e sconvolto da quell’atmosfera, io che ero abituato al bar dei cinesi del mio paesino.

Io caffè semplice, lui caffè americano (detto anche broda, che più avanti sarebbe diventato un altro punto fisso), e poi via, verso nuove avventure nel cuore di Bologna.

Da quel giorno, il mio modo di vedere bar o ristoranti non fu più la stesso. Iniziai a trovare poesia nell’atto di decidere dal nulla di fermarmi a prendere un caffé in un bar sconosciuto. Nell’osservare l’arredamento di un ristorante. A considerare i camerieri come elemento fondamentale nella riuscita di una serata. Ad essere attratto dai locali più strani, degradati, curiosi.

Ho provato, pian piano, parecchie osterie, pizzerie, bar, grazie ad una fedele Don Chisciotte che si è unita nel percorso di degustazione e scoperta.

Oggi posso dire che ITIT non è niente di che, anzi, lo sconsiglierei addirittura. Ma è solo grazie a lui - lo faccio diventar persona - se posso dire questo. E questo è il motivo per cui ci sono legato. Sentimentalmente ed emotivamente.

Perché è il luogo in cui tutto è iniziato (mi piace usare toni epici). Spesso vado lì, tra un pavimento sporco e una poltrona un po’ sgualcita, tra i cornetti surgelati e i succhi di frutta a 4 euro e passa (BIO, d’accordo, ma ormai è quasi la normalità), a leggere qualche pagina di un nuovo libro, a prendere un caffè fugace, a vedere le facce al suo interno, a respirare un po’ di aria universitaria, a sentir parlare altre lingue, a farmi inebriare da quel tipico, bolognese, fascinoso degrado.

E’ un luogo che ho nel cuore.

Tempo dopo fu il momento del terzo ed ultimo passo. Quello della scoperta delle “serate” bolognesi. Fu choccante, ma il battesimo era compiuto. AMAVO Bologna. Il collante per tenere assieme tutto, e spinta a trasferirmi, fu “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.

Ma, come si dice sempre in questi casi, “Questa è un’altra storia!”.

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