I tredici motivi per cui ho divorato “Il gattopardo”

L’ultimo libro che ho letto è stato Il gattopardo. Un Classico che dovevo ricuperare, come tanti altri, che sinceramente però non mi ispirava per niente. Mi aspettavo un bel mattoncino difficile da digerire, scritto in modo ampolloso ed antiquato. Quanto mi sbagliavo! Mi sono trovato tra le mani un Capolavoro.

Lungi da me voler fare — IO — una recensione di quest’Opera nel 2016, su un blog sperduto nel mare di internet (la morte della critica), voglio semplicemente raccontare per quali motivi ho apprezzato così tanto questo romanzo:

  1. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Questa è la frase che tutti conoscono, anche chi non sa cosa significhi “gattopardo” (:P). Beh, sono contento di poter dire che non l’opera non sta tutta qui, non si riassume ed identifica solo in questa frase, peraltro pronunciata solo una volta, (donna)fugacemente, ad inizio romanzo, senza darle particolare rilievo. La considero una sorta di sunto “di comodo”. Per come l’ho vista io, in verità l’Italia cambia, e in peggio. Ma nel suo complesso, non nell’intimo delle famiglie.
  2. Il titolo. “Il gattopardo”. E’ già identificativo del particolare, magnetico, dolce, sognatore, ondulatorio, allusivo, alto ma non pesante stile di scrittura.
  3. L’ironia raffinata, nascosta ma presente allo stesso momento. Si tratta di un romanzo serio, ma non serioso. Inaspettatamente per me, mi sono trovato di fronte a scene incredibilmente comiche, descritte con una noncuranza della comicità in scena da far impallidire gli inglesi. Il frac di Don Calogero Sedàra, i suoi modi grezzi, sua moglie, le riflessioni estemporanee ai vari avvenimenti.
  4. La poeticità presente. Un solo passo a titolo d’esempio, mi ha colpito per l’atmosfera: “Quando la famiglia si fu messa in carrozza (la guazza aveva reso umidi i cuscini) Don Fabrizio disse che sarebbe tornato a casa a piedi; un po’ di fresco gli avrebbe fatto bene, aveva un’ombra di mal di capo. La verità era che voleva attingere un po’ di conforto guardando le stelle. Ve n’era ancora qualcuna proprio su, allo zenith. Come sempre il vederle lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi. Nelle strade vi era di già un po’ di movimento: qualche carro con cumuli d’immondizia alti quattro volte l’asinello grigio che li trascinava. Un lungo barroccio scoperto portava accatastati i buoi uccisipoco prima al macello, già fatti a quarti e che esibivano i loro meccanismi più intimi con l’impudicizia della morte. A intervalli una qualche goccia rossa e densa cadeva sul selciato. Da una viuzza traversa intravide la parte orientale del cielo, al disopra del mare. Venere stava li, avvolta nel suo turbante di vapori autunnali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo. Don Fabrizio sospirò. Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero, lontano dai torsoli e dal sangue, nella propria regione di perenne certezza?”
  5. Il narratore. Un piccolo dettaglio che però ho apprezzato tantissimo: nella narrazione si hanno ogni tanto riferimenti ad oggi, ad invenzioni recenti, ad avvenimenti dei giorni nostri, a modi di dire attuali. Un narratore onniscente del presente.
  6. Don Fabrizio. Un nobile del Regno delle Due Sicilie, reazionario e cattolico. Impossibile amare un personaggio del genere. E invece sì, sovvertendo lo stereotipo che il lettore si aspetta. E’ nobile per sbaglio, nobile solo d’animo e d’intenti. Non vorrebbe starci in quel mondo, ci è finito per caso. Poetico, pensieroso, contraddittorio, sfaccettato, introverso, arguto, indolente. Umano.
  7. Il capitolo della morte del Principe. L’apice. Con questo passo, il Gattopardo per me si è elevato a Capolavoro in maniera definitiva.
    Un argomento trattato con poesia, delicatezza, dolcezza, tatto, immagini poetiche (i granellini di sabbia, le onde, il mare), paragoni, metafore.
    Arte pura e viva in 11 pagine che toccano il cuore del lettore.
    Più si arriva verso il fondo del capitolo, e più la lettura diventa incalzante, ci si lascia prendere dalla “tensione” del racconto, fino ad emozionarsi al trapasso di Don Fabrizio.
    Una reazione che non mi aspettavo di avere leggendo un romanzo di questo genere, dimostrazione di quanto lo scrittore sia stato capace di trasportare il lettore nelle vicende narrate, e di farlo affezionare a questo personaggio. “Il fragore del mare si placò del tutto.”
  8. Il colloquio con Chevalley. Il cuore del romanzo. L’italia, gli italiani l’italianità, le riflessioni, le mie origini, sta tutto qua. Il bello, il brutto, l’anima, la “poesia” di questo paese. Da rileggere ogni tanto. Più efficace di alcuni libri di storia.
  9. Bendicò. Da disneyano, non posso che amare questo personaggio, spesso quasi “antropomorfizzato” dall’autore, una scelta anche “moderna” e coraggiosa. Sapere che è poi anche la chiave del romanzo, non può che farmi adorare anche l’ultima pagina, metaforica ai massimi livelli.
  10. Tutto scorre, indipendentemente dal lettore. Questa è la sensazione che si ha alla lettura. Non un libro, ma una semplice cronaca della vita di una delle tante famiglie nobili. L’effetto che si ottiene alla parola “Fine” è che tu vuoi sapere ancora, ancora e ancora di questi personaggi, fino ad arrivare ai giorni nostri. Conoscere il loro passato, l’infanzia, le nicchie buie tra un evento raccontato e l’altro. Vorrei un Il Gattopardo 2 — Il ritorno, o un bello spin-off su Tancredi. Peccato non ci siano dei supereroi di mezzo.
  11. Modernità. Lo ripeto, ‘sto libro non è una palla. E’ moderno. Devo ribadirlo. Ma oltre allo stile di scritture e alla storia, c’è altro. Scritto negli anni ’50, ambientato nella seconda metà dell’800, la storia è del 2016. Parla del paese d’oggi, dei suoi abitanti attuali. Del loro modo di fare, di quel che va cambiato. Cosa è raccontato, nel romanzo? Un matrimonio. Un compresso tra nobilità e borghesia. Un accrocchio, un inciucio, un accomodamento, un compromesso pur di andare avanti. L’italia.
  12. Imparzialità. A conti fatti, Tomasi di Lampedusa — pur essendo di sangue blu — non ci vuol dire “meglio prima di adesso”. La sua visione mi sembra equidistante. “Schifo prima, schifo ora”, piuttosto. Nichilista. Racconta in modo distaccato gli eventi e le abitudini dei personaggi agli occhi del lettore, che può così farsi una sua idea.
  13. La verità dietro al romanzo. Buona parte delle vicende raccontate sono autobiografiche. Don Fabrizio era il bisnonno dello scrittore, Padre Pirrone esisteva veramente, Tancredi il figlio adottato poco prima di morire. La passione per la caccia, l’amore per i cani, lo stemma del casato. Tutte queste piccole curiosità me l’hanno fatto amare ancora di più. Così come la storia complicata dietro la pubblicazione dell’opera.

Ecco, ho finito.

Quanti punti sono venuti fuori? 13. Bene, torno al titolo e faccio finta di averne pensati tredici fin dall’inizio.