I luoghi — II

Cammino fino al ciglio dello strapiombo. Laggiù la pianura del mare corre fino a congiungersi con il cielo.


Pablo

Autore: Eugenio Gardella

Accelero, supero un’ape dal motore petulante, esco dal paese di Campomorone e inizio la salita verso i Piani di Praglia.

Ci sono oggetti a cui sono affezionato come il giradischi che forse non avrei dovuto riporre in cantina, ma l’oggetto a cui sono più unito è questo scooter, fedele compagno di viaggio, in una vita che mi spinge sempre altrove. Oggi lo scooter mi porterà a ritrovare i miei silenzi e le mie montagne.

Ci sono stato cento volte sul monte Pennello, dirupo a volo d’uccello sul mare di Genova, che precipita, mozzafiato, per mille metri verso la città, là sotto Pegli, Voltri e oltre Capo Noli. 
Da quassù quando è pulita l’aria vedo la Corsica delinearsi come una speranza all’orizzonte.

Imbocco una strada secondaria e quando diventa sterrata spengo lo scooter, ascolto il respiro del vento, affilo gli occhi nell’abbagliante luce del cielo azzurro, butto lo zaino in spalla e inizio il cammino.
Il sentiero si addentra in questo altipiano disseminato di pini mughi attorcigliati da un vento che d’inverno soffia come ghiaccio.
Cammino quasi due ore. Attorno a me cespugli di erica pungente, erba resa verde dalle piogge di primavera e pietre ruvide e rosse che spuntano dalla terra.

Poi arrivo al monte Pennello.

Cammino fino al ciglio dello strapiombo. Laggiù la pianura del mare corre fino a congiungersi con il cielo.
Sono venuto quassù per compiere una scelta.
Qui con uno dei miei più cari amici, forse parlando di Pablo Neruda, un giorno decidemmo il nome di mio figlio.

Mi scappa un sorriso.

“Potremmo chiamarlo Pablo” aveva detto lui. Come se fosse un po’ anche suo figlio quel bimbo in arrivo.
Pablo è poi cresciuto, adesso ha quaranta anni e ho parlato con lui della scelta che devo compiere.
Ripenso alle sue parole.
“Conoscendoti, vada bene o male, devi sapere di aver tentato”

Un falco risale lassù, in lente spirali, una corrente ascensionale. Lo osservo per un po’, fino a quando, con una vertiginosa picchiata, sparisce al mio sguardo.

Alla fine sceglierò di tentare.


Il falco

Autore: Michele De Negri

Lascio la macchina lungo la statale e inizio la strada di terra battuta che mi porterà in cima a questo piccolo monte. Nell’aria, c’è odore di grigliate. Comincia a fare caldo, e le cuffie nelle orecchie mi fanno sudare ancora di più. Le tolgo, interrompendo a malincuore questo pezzo di Bruce, ed è ora che riesco a sentire il suono del falco che vola sopra la mia testa. Alzo gli occhi al cielo — povera la mia cervicale — eccolo! Un’ombra a forma di croce che vola contro il sole. Ma ti immagini, essere lassù? Mi fa impazzire quando i falchi stanno fermi immobili, piantati nel cielo. Quando fanno così, sembrano boe, ancorate al mare.


Framura

Autore: Michele De Negri

Anche se non c’è un posto come spianata Castelletto, a Framura ci vivrei. Lì ho una casa in affitto, che vorrei fosse mia; la divido con alcuni amici, e ci diamo il cambio. In alcuni weekend di bel tempo, ci troviamo tutti davanti alla porta di casa, ognuno con la sua copia delle chiavi in mano, e ci prepariamo a due giorni in cui condividere quattro stanze, come ai tempi del campo estivo.

La casa è sotto la chiesa, in alto. Dalla finestra stretta, nelle giornate di limpide si vedono le coste lontane. Quando sono in quella casa, dormo con le persiane aperte; appena mi sveglio, vado alla finestra e guardo strizzando gli occhi. Se si vede la Corsica, so che sarà una buona giornata.