Once in a lifetime: Garrincha

Il 20 gennaio 1983 muore a Rio de Janeiro Manoel Francisco dos Santos, in arte Garrincha o ancora più affettuosamente Manè, di professione calciatore. La sua parabola calcistica, il suo talento, quella sua vita così straordinariamente intensa e così ordinariamente dissipata sono la prova che la poesia e la bellezza seguono talvolta percorsi imperscrutabili nascondendosi alla vista degli umani. Perchè la storia di Manè rimane una storia prodigiosamente umana e periferica, fatta di gioie e tragedie, sorrisi e tristezza, lacrime e applausi, lieve come una piuma, aerea come la sabbia.

Uno strano scherzo della natura

Al cospetto dei suoi compagni, Garrincha sembrava uno scherzo della natura, una sorta di certificato sanitario ambulante. La capricciosa grammatica della genetica si era presa qualche licenza e aveva affidato al primo sole un lungo elenco di problemi. Un principio di strabismo lo avrebbe infatti accompagnato nel cammino unitamente ad una manciata di questioni capitali, dalla spina dorsale deformata ad uno sbilanciamento del bacino, dalla zoppia legata a sei centimetri di differenza tra una gamba e l’altra a ginocchia asimmetriche e affette, l’una, da varismo, l’altra, da valgismo. Quelle evidenze sanitarie sembrano la premessa al riconoscimento di una grave invalidità civile e ad una esistenza pacata, lontana da sport, agonismo, fama e notorietà. Ma la vita riserva sempre delle sorprese. A chi lo vede rincorrere la palla sulla strada Manè sembra un minuto uccellino che sfida la sorte. Il suo soprannome verrà proprio da lì. Glielo regala la sorella che quando lo vede correre su un campo di gioco ripensa a quei piccoli passeri di fiume di cui andavano spesso a caccia. Quel nome gli rimarrà appiccicato per sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Il piccolo Manè cresce nonostante quel corpo fragile e sgraziato, vive la vita al suo meglio e frequenta un’infanzia selvaggia e dissipata rincorrendo strade, palloni, lattine e lavoretti tra il dolce abbraccio della cachaça e il fumo dei sigari di paglia.

“Tutto quello che ha”

I medici che lo visitano quand’è ormai giunto alle porte dell’adolescenza sconsigliano qualsivoglia pratica sportiva che avrebbe ulteriormente aggravato il deficit psicofisico. Ma Manè, per fortuna, non li ascolta. Continua invece ad inseguire e colpire il pallone, tra le baracche della favela e sulla spiaggia, nei cortili strappati al cielo e nei campetti di sassi e detriti ai margini della suburra. Il calcio è tutto quello che ha, è il suo modo di vivere e, per certi versi, anche di sopravvivere. La sua prima squadra è solo il lascito del primo lavoro in una fabbrica di filati mentre, per incassare la prima paga di trenta cruzeiros, deve attendere due anni anche se quel misero compenso è talmente basso che non basta nemmeno a pagare il pullman per Petropolis. Garrincha torna così a casa tra i suoi amici, a giocare sul campetto degli esordi con la maglia dello Sport Club di Pao Grande. Gioca come sempre alla grande. Palleggia come un dio, dribbla sassi, mosche e pure le intenzioni degli avversari. Lo chiamano per dei test le squadre più note ma le cose non funzionano. Lo scartano alla sola vista, senza nemmeno farlo scendere in campo. Non sono pagine felici. Dopo quell’inutile girandola di maglie e di colori Manoel comprende infine la direzione. Non si muoverà mai più da Pao Grande. Rimarrà lì a divertirsi ed a far divertire. Il giovane Garrincha ha deciso: niente più viaggi, niente più provini.

L’uomo del destino

Ma, come capita spesso all’eroe nel punto più scivoloso della fiaba, ecco profilarsi all’orizzonte la sagoma ingombrante del destino e del suo speciale emissario. Araty Viana è un ex giocatore del Botafogo rotolato dalle parti di Pao Grande per il caso di una partitella tra amici. In campo con loro c’è anche Manè. Viana rimane folgorato dalle prodezze di Garrincha. Insiste per tutta la partita affinché faccia un provino con la sua ex squadra. Si lasciano con un biglietto, una data e una convocazione. Alla fine, esausto e stanco di dire di no, Garrincha cede al suo futuro. Manè viene così schierato con la squadra giovanile del Botafogo. Le sue giocate destano ammirazione e stupore. I tecnini si guardano sbigottiti. I suoi, per quanto pochi, sono già anni buoni per la prima squadra. Per come sa giocare quel ragazzo non incontrerà di certo difficoltà, riflettono in molti. Lo pensa anche Newton Cardoso, il figlio dell’allenatore, che gli propone di tornare l’indomani. Il 10 giugno del 1953 è il suo giorno perché da quel momento la sua storia cambia ufficialmente traiettoria. Garrincha viene schierato come ala destra nella partitella tra riserve e titolari. Davanti a lui si ritrova il celebre terzino della Nazionale Nilton Santos. Garrincha lo salta più e più volte mettendolo seriamente in imbarazzo e difficoltà. A fine partita lo attendono negli spogliatoi con in mano una penna ed un contratto. Santos è il più felice. Almeno non lo dovrà più affrontare.

L’”Alegria do Povo”

Il Botafogo lo acquista per l’equivalente di ventisette dollari e, davanti a lui, si aprono incredibilmente le porte di fama e celebrità. Garrincha farà sognare per anni un’intera nazione diventandone l’uomo più amato, l’”Alegria do Povo”. Quando Manè accarezza la palla il mondo cade ai suoi piedi, le nuvole indugiano a godersi lo spettacolo, gli schemi evaporano come bolle di sapone al sole, le certezze tattiche si rifiutano di scendere in campo, i difensori si siedono in mezzo all’area per protesta, i portieri pregano di essere sostituiti e il pubblico piange. Perchè lui e la palla costituiscono un mondo a parte. Perchè il suo “futebol bailado” è l’archetipo ancestrale del gioco: dribbling ripetuti, un catalogo di finte, trucchi e tunnel gratuiti, scatto, velocità e cinismo, inventiva e improvvisazione, assoluta indisciplina e un piede da brividi con il quale era solito imprimere al pallone traiettorie sghembe e impossibii, angolate ed a rientrare, traditrici e a “foglia morta”. Garrincha non era solo un calciatore o un giocoliere. Garrincha apparteneva ad un alto empireo, al cielo dei più grandi. Manè era un vero poeta del gioco, l’ultimo irriverente e irregolare custode della sua anima, fedele all’effimera natura della passione. Quando muore a soli 49 anni per una devastante cirrosi epatica ed un edema polmonare, in totale miseria, solo e abbandonato, con lui se ne va anche l’illusione che il calcio fosse il migliore dei modi per ingannare il tempo e la vita.