Il rischio è il mio mestiere

Caravaggio, Conversione di San Paolo — Basilica di S.Maria del Popolo, Roma

La Quaresima è, per definizione, un tempo propizio alla riflessione su sé stessi, sulla propria vita come è e come vorremmo che fosse. La conversione — fulcro centrale di questo tempo forte nell’anno liturgico cristiano — l’ho sempre intesa come un esercizio molto concreto di provare a piegare sempre di più la mia esistenza alla volontà di Dio.

Quest’anno proprio durante la Quaresima è uscito un libro, I verbi di Dio, nel quale sono trascritte le meditazioni che il Cardinal Martini fece durante gli esercizi spirituali del 2007 a Gerusalemme, ad un gruppo di sacerdoti della diocesi di Milano. In questo volume il Cardinale affronta il tema del desiderio di Dio e della ricerca dell’uomo come suo interlocutore. Mi ha colpito in particolare il punto nel quale parla di come ognuno di noi può operare per assecondare questo desiderio di Dio.

Dio si sporge, perde l’equilibrio, si compromette, si mette dalla nostra parte, però anche noi siamo chiamati a sporgerci. La vita umana è rischio. Ricordo i ragazzi che partecipavano all’itinerario vocazionale nel Gruppo Samuele: ragazzi bravissimi, aperti a 360 gradi alla volontà di Dio, eppure raramente si decidevano per una scelta definitiva, perché pretendevano la sicurezza che fosse la scelta giusta. Dicevo loro che chi non rischia mai di scegliere va avanti facendo esperienze di volontariato, una volta in America Latina, un’altra in Africa…e non conclude nulla. Perché la vita bisogna richiarla definitivamente: è il rischio del matrimonio, è il rischio della vita consacrata, della vita presbiteriale”.

Parole che rappresentano un pungolo per chi come me — per indole e per indolenza — tende a non scegliere, a temere l’irreversibilità delle scelte “definitive”. Le stesse parole, però, viste alla luce della mia esperienza di vita, hanno un sapore ancora più sconvolgente e rilevatore.

La mia, infatti, è sempre stata un’esistenza in bilico, fino ai 30 anni: nelle compagnie, nel lavoro, in amore, non ho mai realmente scelto, mi sono sempre lasciato trasportare, con la tranquillizzante sensazione di non fare la scelta sbagliata, ma portandomi però sempre dietro quel disturbante senso di provvisorietà.

Poi ad un certo punto qualcosa cambia. A capodanno del 2008 ho conosciuto Ilaria. E tutto, improvvisamente, acquista un significato diverso. Si badi bene, non sto parlando dell’ebbrezza dell’innamoramento, di quella fase in cui tutto è bello e colorato sotto l’effetto quasi tossico delle endorfine che rilasciamo quando siamo in preda all’amore e alla passione. Con Ilaria ho cominciato a ragionare di ciò di cui parla il Cardinale. Ho iniziato a sporgermi, perdere l’equilibrio. E non è successo perché all’improvviso sia diventato McGyver oppure abbia acquisito chissà quali superpoteri.

Scegliere di iniziare una relazione, di portarla avanti, di sposarmi, di avere figli. Non è stato altro che seguire il flusso. Quello che ho davvero scelto è stato — per la prima volta — di lasciarmi guidare dalla Corrente. Ecco, se devo definire cosa è Dio per me, è esattamente questo: la corrente alla quale ho scelto di arrendermi e di lasciarmi trasportare. Questo è stato il mio unico solo atto di coraggio.

E incredibilmente, tutto quello che mi è successo da quel giorno ad oggi, è stato una continua conferma della sovrabbondante grazia che Dio aveva in serbo per me, in attesa di quel semplice atto di fiducia, di quello sporgersi che richiama Martini.

Anche la nostra vita è uno sporgersi, è un rischiare, un andare oltre il limite. Chi vuole restare sempre nel limite sicuro non esce mai da se stesso, non dà fiducia a un altro, e quindi non si sposa, non fa una scelta, è come il chicco di frumento che non muore e rimane solo”.

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