Fenomenologia di Noel Gallagher

So Sally can wait…

Tra le innumerevoli tragedie a cui ha dovuto assistere mia madre nel corso della mia adolescenza c’è stata quella di avermi visto dedicare gran parte degli anni della mia giovane vita ad una band chiamata Oasis. Per colpa delle registrazioni alla radio e dei bootleg che non riuscivo a scaricare con il mio 56k, avevo un corpo denutrito e che il dottore aveva definito anemico, inoltre ero morto di sonno e vegetavo con le cuffie nelle orecchie, ciondolando di stanza in stanza per vedere se alla tv trasmettessero concerti brit pop. Praticavo l’arte di suonare uno strumento senza averne la capacità oggettiva e questo mi spingeva a cantare a squarciagola per evitare di far sentire al mio invisibile pubblico le stecche che prendevo con gli accordi (soprattutto quando mettevo il capotasto alla chitarra). In certi momenti, Whatever, mi sentivo decisamente più artista che in altri e questo si poteva notare dallo stile e dal volume con cui lanciavo la mia arte surrogata in un mondo che mi stava rubando la possibilità di diventare famoso, giorno dopo giorno. Ma che ci facevo io sui libri di latino, sulle tragedie da mandare a memoria, sulla storia che non avrei mai ricordato?

Così venne un giorno d’estate in cui decisi che da grande sarei diventato Noel Gallagher. Avrei preso il mio quaderno con testi scritti alla rinfusa, avrei trovato una mia Sally a cui dedicare i miei più grandi successi e avrei fondato una mia band (nella mia vita ne avrei fondate decine, ma questo nessuno lo sa), poi via, verso una carriera ancora da decidere ma con alti e bassi come si confà a tutti gli artisti di rispetto. Non potevo tirarmi indietro, adesso dovevo farlo sul serio.

Una mattina i miei mi trovarono riverso sul tappeto che avevamo davanti allo stereo con le cuffie nelle orecchie dalla sera prima. È stato il momento più Supersonic della prima tranche della mia carriera. Avevo ascoltato troppo, avevo sbevacchiato qualcosa in giro, avevo messo una cassetta con Definitely Maybe e non ero riuscito a sopportare i ritmi elevatissimi del lato A e mi ero addormentato con una maglietta del tour di Be Here Now addosso. Una figura di merda che mi avrebbe portato in vantaggio nella lunga strada verso la meta.

Ma riprendiamo il discorso, non c’è un motivo per cui io abbia scelto proprio Noel Gallagher, dico, ognuno sceglie i propri idoli coi propri dogmi da seguire ed io avevo lui, nel bene e nel male. Potevo sputare cattiverie contro tutti quelli che non mi piacevano, potevo ridere di loro, non dovevo salvare le balene e tantomeno il mondo, soprattutto non dovevo aver studiato musica per 20 anni solo per dirmi capace di scrivere una canzone come Wonderwall. E sapete cosa c’è di geniale in tutto questo? Fare musica con il totale disinteresse per quello che le gravitava attorno, le schiere di fans da accontentare, i giornali, le tv, le domande preconfezionate e la possibilità di chiudersi a chiave in un mutismo simboleggiato da un dito medio dietro cui si sono celate centinaia di stanche risposte a chicchessia. A Noel non è mai importato diventare famoso perché si sentiva una grande rock star ancor prima di pubblicare il primo disco e sarebbe stato così anche se non avrebbe avuto successo, di questo ne sono più che certo, a Wembley o in un pub qualsiasi di Manchester non avrebbe fatto differenza.

Le sopracciglia aggrottate, il sorriso burbero ed eclettico, il passo sicuro, la chitarra bellissima usata sin dagli esordi, la voce a squarciagola, questo è, per me, essere Noel Gallagher e come ogni ontologia che si rispetti risponde a tutte le domande circa l’argomento principale, anche all’estate in cui girai per settimane con la maglietta del tour di Heaten Chemistry pensando di essere un residuato bellico audiovisivo meritevole di gloria al bar e tra i miei amici. Avevo creato, attorno a me, un microcosmo fatto di pochi dischi interessanti e l’unica grande idolatria per una rock band di cui non avevo nemmeno un poster ma di cui ogni giorno suonavo le canzoni senza sbagliare mai una parola. Andava così: mi sedevo davanti alla finestra della mia stanza e immaginavo di essere su un palco, guardavo attorno e la platea sembrava diventare rumorosa, allora la placavo con un bis o con pezzo acustico che avrebbe strappato cascate di lacrime, come Wonderwall suonata nella versione di Ryan Adams o Sunday Morning Call registrata negli studi di Mtv o nella versione demo.

Essere Noel Gallagher implicava guidare una generazione che non voleva essere guidata, una generazione senza più idoli, disintegrata da un’iconoclastia che aveva portato Cobain a tirarsi un colpo in testa per non sopportare più la fatica di caricarsi addosso il peso di un mondo in un cambiamento rapidissimo. Ed è stato questo a fare degli Oasis l’ultima grande e vera rock band inglese che possa definirsi tale. Lo è stata perché è riuscita a conquistare un mondo che per comunicare usava le cassette magnetiche e raccoglieva gruppi di persone nelle fanzine ciclostilate nelle cantine di casa. Chi potrebbe dirsi tanto folle da provarci oggi? Ci hanno provato ed hanno fallito nel giro di uno o due dischi, hanno subito desistito. Questo perché essere Noel Gallagher significa sorridere portandosi dietro schiere di fans che si ammazzano per un autografo, che ti gridano “Oasis oasis oasis!” quando porti in tour il tuo secondo album solista e che ti vedono oggi come un dio tanto quanto ti vedevamo come un fratello maggiore su di giri noi degli anni ’80. E se non hai la forza di sopportare tutto questo come fosse uno scherzo di un vero “dio” benevolo allora non puoi essere abbastanza Noel da permetterti di incantare tutti suonando Don’t Look Back In Anger arrangiandola come ti pare ed ottenere un pubblico che seguirebbe le tue inflessioni vocali fino all’ultima nota.

Provate a chiedere chi erano gli Oasis

Nella mia personale scalata alla conquista della demenza adolescenziale c’è stata anche una lettera scritta con un inglese didattico alla mia band preferita indirizzata ad una casella postale di Manchester sulla cui reale esistenza, effettivamente, nutrivo poche speranze. E invece mi risposero di tutta fretta con una cartolina che portava stampigliata sopra la copertina del singolo di Stand By Me con poche parole come a dire “seguici ancora”. Ero così emozionato che quasi piangevo e non riuscivo a smettere di ascoltare 3 dischi e tutto quello che avevo potuto racimolare da interviste, concerti e altre chicche trasmesse via radio e accuratamente registrate su cassetta video o musicale. Erano altri tempi, d’accordo, e anche per questo si potrebbe dire che gli Oasis sono stati scelti dalla fortuna — o dal dio del rock — per attraversare il difficile periodo dei ’90 in cui tutte le certezze che si avevano sulla musica e sui media in particolare hanno iniziato a venire meno. Con l’arrivo della Rete migliaia di fans, come me, hanno iniziato a conoscere meglio e più direttamente una band, hanno iniziato a riunirsi, a scambiarsi musica inedita o a fare persino apparire i primi video in un formato che adesso non verrebbe nemmeno proposto da un telefono giocattolo. Eppure il passaggio da Be Here Now a Standing On The Shoulders Of The Giants fu realmente come il salto tra due mondi distantissimi, quanto a materiali, e sempre meno tangibile. I madferit della prima ora ricorderanno che i primi demo del nuovo album, tutti cantati da Noel, arrivarono sul web in modo incontrollato ben prima dell’uscita del disco ed ascoltarli era difficilissimo, se non con quel suono ovattato dei primi sistemi audio (brutto chiamarli così) per computer o con le cuffie che di certo non erano progettate per sparare nelle orecchie manciate di canzoni con il suono così compresso da avere una qualità inferiore a quella della radio. Vendere la musica su internet non era nemmeno lontanamente pensabile, c’era un far west che se non ha ucciso gran parte delle band in circolazione ha decisamente fatto in modo che queste venissero scoperte e amate in modo viscerale. È in questo modo che tanti ragazzi come me avevano deciso di “studiare” il proprio gruppo preferito, andando a scovare anche il concerto più dimenticato, quello registrato per scherzo, così come le registrazioni demo o le bellissime alternative take in cui magari canta il chitarrista dopo aver fatto a pugni con il cantante. Per chi ha vissuto quel periodo, questo era all’ordine del giorno: ascoltare band come Radiohead o Blur, ha significato prima amarle senza vederle e conoscerle minuziosamente e poi continuare ad ascoltarle con dedizione e complicità insinuandosi nella loro vita di ogni giorno, anche privata.

Ci sono state band, come i Radiohead, che hanno da subito amato i contatti con i propri nuovi fans, anzi direi che hanno assecondato quasi un ricambio generazionale avvenuto dopo Kid A e quindi con l’arrivo dell’anno 2000. Questo perché la distanza creata dalla tecnologia era stata così grande da avere allontanato molti adepti della prima ora che non potevano capire od erano rimasti sconcertati dalla allora incalcolabile potenzialità. Thom Yorke, alcuni anni dopo, arrivò persino ad affidare ai fans il remix di alcuni brani di un disco che io non ho ancora del tutto digerito come In Rainbows, ma questo — e sono sicuro — Noel Gallagher non lo avrebbe mai permesso, prima di tutto perché me lo sono sempre immaginato come un burbero di quelli genuini e sinceri che sanno solo parlar male della tecnologia e poi perché si sarebbe sempre considerato come uno alla vecchia maniera e cioè “ascolti quello che suono io” e non rompi le scatole. Per questo non sarebbe stato male portare gli Oasis negli anni ‘70 e vedere che fine avrebbero fatto. Avrebbero perso molti punti di riferimento, certo, ma non si sarebbero comportati male. E se fossero nati dopo gli anni 2000? Forse non avrebbero resistito a due album. Questo la dice lunga sulla loro natura. Un disco come Definitely Maybe era stato concepito per essere un ingresso senza troppe pretese, non voleva comunicare nulla, né il disagio, né la cognizione di un tempo come quelli dei primi ’90 in cui si sarebbero create le basi per la politica e la storia degli anni 2000. Questo è stato praticamente il leit motiv di gran parte delle band britanniche di quel periodo, sperimentavano, lo facevano con strumenti vecchi di 30 anni e non avevano ricercate strategie di marketing pronte a vendere un prodotto per loro, l’avventura musicale era allo stato brado. Forse solo gli U2 erano riusciti a spingersi 10 anni avanti confezionando due tour sui quali si potrebbero scrivere trattati geopolitici e teoremi filosofeggianti. Noel scriveva le canzoni, Liam le cantava e qualsiasi altro musicista era impotente di fronte alle loro scelte. Solo Noel però poteva cantarle anche da solo, sostituendo il fratello come nel bellissimo unplugged di Mtv e questo non faceva altro che imporre un’unica effigie sul marchio Oasis.

Noel era, ed è, un unica grande band da cui attingere per avere ispirazione. Scrive testi che non hanno la pretesa di essere poetici ma che sono prepotentemente attuali in qualsiasi storia umana essi siano inseriti. Per questo motivo gli Oasis non hanno mai pubblicato un concept album, la loro unica volontà era di quella di essere grandi scrivendo pezzi da 3 minuti o poco più con gente che saltava davanti a loro ubriaca, spesso più di loro, pronta ad essere stordita da after-show con musica elettronica degna del miglior Aphex Twin. Ascoltando cronologicamente l’intera discografia ci si rende conto che gli album pubblicati non hanno un filo conduttore, anzi forse i primi quattro sono stati di gran lunga i migliori lasciando un grande scarto con gli altri venuti dopo. Forse perché sono stati gli unici pubblicati prima dei duemila? Non semplifichiamo troppo. Canzoni buone sono presenti in tutti i dischi, ma di certo si ammucchiano e vanno fuori controllo nella prima parte della carriera forse per l’ispirazione, per lo slancio irriverente e per la innegabile furia tardo-adolescenziale che deve al punk tanto quanto ad una rilettura in chiave moderna di spavalderie beatlesiane e rolling stoniane di primi ’70. Perché, alla fine, gli Oasis sono questo, i figli di una cultura che pesca un po’ dappertutto senza mai diventare grande o senza mai allargare i propri orizzonti ma certa di voler strafare attraverso capitoli incendiari che si esauriscono una volta che il logorio dell’essere una band planetaria ha fatto il suo corso. È tutto racchiuso in dieci anni e poco più. Come in ogni storia rock inglese che si rispetti (Stones a parte).

Noel Gallagher sommava a sè le potenzialità di Damon Albarn e di tutti i restanti Blur e sebbene loro scrivessero grandi canzoni e bellissimi album, nulla era anche solo lontanamente comparabile al battito di tosse che introduceva la versione disco di Wonderwall. Sul trono non c’erano i Pulp, i Charlatans, i Travis, i Verve, i Suede, nemmeno gli Ocean Colour Scene o gli Embrace, il brit pop era tutto nel giubbino di jeans di Noel Gallagher e pendeva dalle sue parole. E chissà cos’avrà pensato il titolare del primo pub scozzese in cui hanno suonato gli Oasis, minacciato nel lontano ’94 di sfascio e incendio del locale in caso di non concessione ad eseguire pochi sconclusionati brani. Da quel momento alla distesa di teste di Knebworth ’96 sembra passato un secolo e invece sono due anni o poco più, da Rock’n’Roll Star a Champagne Supernova c’è stata una maturazione improvvisa, ma dal vivo tutto era rimasto come prima, anzi con un nuovo batterista e con maggior pubblico l’ego di Liam era ormai uscito fuori controllo sottraendolo al registro dei martiri del rock solo per il suo totale menefreghismo verso qualsivoglia etichetta generazionale. Non era abbastanza depresso per diventare Ian Curtis né tantomeno su di giri per assomigliare ad un redivivo Johnny Rotten, non era l’esempio di nessuno, solo di se stesso.

In qualsiasi formazione esistente, pre e post 2000, Noel Gallagher ha scritto praticamente tutto, relegando Andy Bell dei Ride e Gem Archer degli Heavy Stereo al ruolo di praticanti, proprio loro che scrivevano canzoni anche orecchiabili finite sui singoli o a metà di un album poco concludente come Heaten Chemistry. Erano tutte canzoni brit pop, e il loro maestro era lì con loro, s’intende. Nella intera carriera degli Oasis Liam ha scritto esattamente due canzoni e questo la dice lunga sul grande divario esistente tra lui e il fratello, non per il carisma: per l’autorità. Si, perché Liam potrebbe incantare un intero stadio mettendosi una busta in testa, ma poi Noel dovrebbe iniziare la canzone e dovrebbe anche far arrivare il primo riff di chitarra pronto ad incendiare il pubblico regalandogli quella grande magia che solo la musica rock sa dare a chi la ama.

Gli Oasis non hanno mai avuto la pretesa di diventare la più grande rock band della loro generazione perché, in realtà, si sentivano già i più grandi di tutti, anche dei Beatles, e non ne hanno mai fatto un caso da portare sul tribunale della stampa di settore, era così e basta.

Io amo Noel Gallagher per avere scritto tutte le canzoni che mi hanno fatto crescere in un modo molto diverso da quello dei miei coetanei. Lo adoro per essere stato il chitarrista del mio gruppo preferito e per avermi insegnato, prima di tutti, a non prendersi mai troppo sul serio. Mi piace per come mi ha fatto immaginare cieli stellati sopra di me nelle notti di inverno e per come mi ha fatto addormentare all’addiaccio ascoltando le sue canzoni all’aperto senza sentire altro che la sua musica e non aver paura. Amo il modo grossolano che ha di imbracciare la chitarra e la forza che mette quando canta le canzoni che ha scritto prima e dopo lo scioglimento del gruppo. Ho affidato a Noel gran parte delle mie giornate, passate a leggere, disegnare, scrivere, suonare per poter diventare un giorno anche un decimilionesimo di quello che era lui. Ascolto sempre con attenzione le sue canzoni anche dopo più di vent’anni e non riesco a dimenticarle nemmeno per un accordo.

Alla fine, riflettendoci, l’immagine più bella che mi viene in mente pensando a Noel Gallagher è quella di me, seduto sulla sedia della mia stanza, mentre canto Don’t Look Back In Anger a squarciagola, i miei entrano nella stanza, applaudono e poi sento mio padre che dice andando via: “Che soddisfazione avergli regalato una chitarra”. Ci sono io che mi emoziono, divento rosso, e poi parte Shout It Out Loud, con gli stessi colori dei film di Wes Anderson. Non riesco proprio ad immaginare niente di più bello. Grazie di aver reso magico ogni luogo sperduto, Noel, te ne sono immensamente grato.

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