Il caso Ilaria Alpi è chiuso davvero?

23 anni di indagini, traffici internazionali di armi, sostanze tossiche e servizi segreti, una verità ancora negata

Tutte le reazioni chimiche di questo mondo non potrebbero mai essere più caotiche e mefitiche di un caso come quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Il traffico senza sosta, caotico e fuori controllo era quello di Mogadiscio, il 20 marzo 1994, dove lei, una coraggiosa giornalista e dove lui, un bravo operatore, persero la vita. Un commando di sette persone accerchiò l’auto con cui i due stavano lasciando la città, la costrinsero a fermarsi e scaricarono numerosi colpi di kalashnikov prima di darsi alla fuga. Ilaria e Miran morirono sul colpo, i carnefici si dileguarono in una città in cui imperversava l’inferno e dove l’ONU tentava impietrita di ristabilire la calma con l’operazione “Restore Hope”, che i due giovani giornalisti stavano seguendo.

Un bellissimo reportage che ricostruisce “l’ultimo viaggio” di Ilaria Alpi

Sarebbe auspicabile, a questo punto, dire che quell’omicidio dopo 23 anni avesse finalmente trovato scritto il nome dei complici, dei mandanti e delle motivazioni. Sarebbe meglio che Ilaria non avesse avuto voglia di indagare scrivendo taccuini colmi di idee, appunti, nomi e ipotesi. Brevi frasi, interrogativi e tanta fantasia, forse, su traffici illeciti più grandi degli Oceani in cui non avevano nemmeno navigato.
Però, purtroppo, succede che Ilaria Alpi possedeva la voglia di andare in fondo alle cose, trasformando le intuizioni in ammissioni e le battute scambiate per strada in argomenti da considerare, legando con la logica ogni risposta ricevuta.

Stava indagando, Ilaria, su un brutto traffico di rifiuti chimici portati e abbandonati sulle coste della Somalia in cambio di soldi, un mercato nero che comprendeva anche armi e chissà quale altra cosa. Purtroppo in mezzo a tutto questo andirivieni di navi piene di container vi erano attori istituzionali troppo nascosti, servizi segreti, bande di pirati, un paese al collasso in mano a sedicenti sultani, in cui il colonialismo italiano aveva fatto la sua parte e non era ancora del tutto sopito, quantomeno nei rapporti commerciali e istituzionali.
Sulla morte di Ilaria e Miran si indagò. Furono conservati spezzoni di video girati propio poco dopo il delitto, interviste e tanti appunti scritti a mano. Nessuno di essi fu considerato imprescindibile ai fini di una ricostruzione, seppur parziale, di quelle ultime ore in terra africana. Abdullahi Mussa Yussuf fu l’ultima persona intervistata quel giorno, si tratta di un “sultano” da cui si vennero a sapere parecchie cose circa un traffico di armi alquanto sospetto. Di quei momenti, di quelle domande, sono rimaste le tracce che riescono pur nella loro brevità a fare emergere il carattere coraggioso e ostinato di una giornalista che amava il proprio lavoro fino a pretendere di conoscere la verità, ad ogni costo.

Ilaria e Miran

Nell’inchiesta sul caso Alpi — Hrovatin finisce un sacco di gente, sultani, uomini del Sisde, funzionari della Digos, del Sismi e dirigenti di diversi comparti amministrativi e dell’Interno. Si trova anche un responsabile a cui dare la colpa di tutto: Omar Hashi Hassan, cittadino qualsiasi che viene condannato come esecutore dell’omicidio.

In tutti questi anni, ben 23, i genitori di Ilaria hanno setacciato la stanza della figlia alla ricerca di indizi utili; hanno persino classificato ogni singolo appunto per argomento, nella speranza di trovare qualcosa che potesse essere utile per giudici e avvocati. È terribile dover dire di rinunciare a conoscere la verità su quella giornata di sangue. Eppure è così. Hassan viene scarcerato lo scorso ottobre dopo aver scontato in carcere 17 anni, ingiustamente, ieri la Procura di Roma ha chiuso, con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta su quanto avvenuto. A decidere se andare avanti o meno sarà il gip.

Luciana Alpi, intervistata da Repubblica lo scorso marzo ha dichiarato di aver deciso di astenersi “d’ora in avanti, dal frequentare uffici giudiziari e dal promuovere nuove iniziative”.

“Con il cuore pieno di amarezza, come cittadina e come madre — ha continuato Luciana — ho dovuto assistere alla prova di incapacità data, senza vergogna, per ben ventitré anni dalla Giustizia italiana e dai suoi responsabili, davanti alla spietata esecuzione di Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin”. “Non posso tollerare ulteriormente — ha concluso la madre della giornalista — il tormento di un’attesa che non mi è consentita né dall’età né dalla salute. Per questo motivo ho deciso di astenermi d’ora in avanti dal frequentare uffici giudiziari e dal promuovere nuove iniziative”.

Oggi, dopo più di 23 anni si rischia di mettere davvero un punto fermo alle indagini e alla ricerca della verità, per uno dei casi più oscuri del giornalismo contemporaneo. Ilaria aveva scoperto qualcosa di più grande di lei, che superava i rigidi schemi dei servizi segreti e dei trafficanti senza scrupoli che, approfittando di un paese totalmente senza alcun controllo e sotto “protezione” dell’Onu, avevano steso le basi, su strade insanguinate, periferie di macerie, bambini storpi e morenti, di un business dalle dimensioni mai viste prima.

Dopo Ilaria qualcuno è tornato sui suoi passi, Paul Moreira, ed ha indagato, a 20 anni di distanza, su una “Toxic Somalia” che è ancora in mano dei pirati e in cui i figli di una generazione mai cresciuta iniziano a nascere con malformazioni dovute all’esposizione a sostanze che ormai sono dappertutto, nelle risorse idriche che non ci sono e nei fanghi putridi della città, dove Ilaria lasciò i suoi petali, come un fiore.

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