Vivere nel “1993” era davvero così?

Quanto l’Italia è cambiata da 24 anni fa, spiegato confusamente

Q uesta è una delle domande cui in molti di quelli che adesso scrivono, nel fiore dei propri anni, hanno spesso evitato di rispondere. Un po’ perché non è semplice dirlo, un po’ perché effettivamente, se non ci vivi e non sei almeno adolescente, di certo ti manca quel bagaglio emotivo-culturale per poter anche solo dare un accenno di risposta.

La distanza di quasi un quarto di secolo da allora si fa sentire. Il modo di comunicare è cambiato, la velocità delle cose idem, il modo di agire anche e sono tutte discriminanti importantissime nelle scelte narrative e psicologiche della storia. Chi si dà più da fare è chi, per urgenza legata alla vita stessa, sa di non avere tutto il tempo necessario per vedere risolte le proprie afflizioni e condannati i propri untori.

La mossa dell’entrata in politica di Berlusconi è ragionata, coordinata, sapientemente decisa in un momento culmine del potere di broadcasting televisivo. Gli anni ’80 sono serviti proprio ad arrivare sino a quel punto, a quella che nel giro di pochi mesi sarebbe diventata Forza Italia, giro di boa ventennale, che lo si voglia o meno, della storia politica italiana.

Ma c’è anche la storia della malavita a destare una paura incontrollabile, quella delle bombe, di Falcone e Borsellino, dei loro corpi fatti esplodere come fuori da voluminosi e rabbiosi vulcani che per un po’ sarebbero poi rimasti in silenzio.

Miriam Leone, interpreta la storia di una valletta in ascesa

Il 1993, per dirla tutta, è stato un anno in cui si preparava qualcosa di storicamente importante e di fronte a questo vi era l’impotenza di un popolo di poter commentare, giudicare, acconsentire, spiattellare un po’ ovunque la propria patriottica coscienza. Per questo avevano senso gli spettacolini satirici del Bagaglino, i talk show imbellettati da Costanzo e le copertine dei settimanali da vip di quart’ordine tra hit dell’estate e modelle teen ager cresciute nelle tv private.

Un mondo del tutto diverso da quello di oggi, da cui non ha ereditato nulla, né odori né sapori, solamente, forse, l’idea nobile di dover cambiare una politica costantemente vetusta. Funzionerà?

Leonardo Notte e Silvio Berlusconi preparano un radioso futuro

Mani Pulite è stato uno spartiacque importante nella storia del paese, così come la fine ingloriosa di Craxi nelle prime scene della nuova serie è un punto fermo da cui ricostruire ogni cosa. Lo sa il telespettatore e lo sa Leonardo Notte (un bravissimo Stefano Accorsi) che ha la ferma intenzione di vendere al paese un futuro di cui ancora si sa poco, nulla, ma di cui si conoscono le reti, 4,5,6, tramite cui è riuscito a nascere e tramite cui dominerà.

Per il resto quello che manca di più da quel tempo è la candida scarna urgenza con cui avvenivano le cose, la loro macchinosa riuscita, il loro torbido andare e tornare. Il profumo della muffa degli uffici, la lentezza con cui i processi diventavano oggetti di pubblico dominio, salvo i rari casi in cui essi stessi non venivano primariamente destinati all’uso e al consumo delle edicole e dei bar.

C’erano i buoni e i cattivi, e su questo non ci piove, ma il limite su cui giocavano gli attori era estremamente labile. I giochi, nascosti tra corridoi del potere e stanze fumose di sedi di partito erano più intricati di quanto si potesse pensare, perché erano diverse le possibilità di azione personale, divise da quelle di partito e la politica aveva ormai avvolto ogni spazio del jet set, fino a colmarlo della più becera raccomandazione. Un sistema, che avrebbe continuato a dare i suoi pessimi risultati anche nel tempo, sia chiaro.

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