Tino Aime a fianco di una sua opera nella Certosa di Avigliana

Io e Micol, amica e collega, siamo saliti alla casa di Tino Aime un pomeriggio di pochi anni fa. Ci guidava Laura, un’amica che conosceva Tino sin da bambina. Siamo stati ospiti di Tino e Giuse per alcune ore, in quella casa dalle grandi vetrate. Era un laboratorio, dove si respirava un fervento di attività. Ma era anche un museo, pieno di opere che si mescolavano con la bellissima natura di Gravere, il paese sopra Susa dove Tino aveva scelto di vivere parecchi anni prima.

Micol e io eravamo lì per organizzare — insieme a Federica, artista anche lei — una mostra che si è tenuta nella Certosa di Avigliana. I giorni in cui abbiamo portato le opere su e giù per la Val di Susa con un furgone, le abbiamo sistemate nel chiostro della vecchia abbazia, abbiamo preparato il catalogo, sono stati belli, intensi e molto divertenti. Parlava poco, Tino, ma sorrideva molto.

Io ne ho guadagnato un’amicizia. Tino, inoltre, mi ha regalato una sua bellissima opera, per la copertina di un mio libro che parla di stelle e di cielo. Tino è stato vicino anche a me e mio padre, in un momento difficile. C’era un suo quadro, nel corridoio fuori dalla stanza dell’ospedale in cui mio papà ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita. Un quadro che raffigurava le Langhe, sul cui confine si trova Calosso, il paese dove mio padre è nato.

Tino è stato un artista straordinario, che ha fermato per sempre paesaggi che non esistono più. Ma, ancora più importante, ha spalancato finestre, ha insegnato a me, e a chissà quanti altri, a esplorare mondi nuovi, a tenere sempre la mente aperta.

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