Sono andato a sbattere, e ho scoperto la diffrazione

Sardegna, nei pressi di Badesi

Mercoledì 5 agosto 2015, mentre sono in ufficio, ricevo la telefonata del tesoriere dell’associazione per cui lavoro. Mi dice che il consiglio di amministrazione, riunitosi durante la mia assenza — sono appena tornato da due settimane di vacanza — ha preso delle decisioni di cui mi deve parlare. Mi chiede se sono disponibile a incontrarlo il venerdì successivo, 7 agosto, nel pomeriggio. Ci sarà anche il vicepresidente.

Non chiedo anticipazioni. Ai CdA sono sempre presente, in quanto membro dello staff in posizione strategica, diciamo così. Immagino che vorranno aggiornarmi su qualche progetto discusso senza di me. Nemmeno il fatto che due persone tanto impegnate trovino tempo per parlarmi, scalfisce la mia cristallina ingenuità.

Appena ci sediamo al tavolo, vicepresidente e tesoriere mi dicono che il quadro economico è difficile. Ma, ancora, non mi suona nessun campanello d’allarme. Anzi, siccome conosco la situazione meglio di loro, credo vogliano confrontarsi con me su quel che si sta facendo per metterla a posto.

Il fatato mondo parallelo in cui mi trovo svanisce un attimo dopo, quando apprendo che il CdA ha deciso di tagliare dei costi, anzi un costo: il mio stipendio. Il mio sorriso cordiale si trasforma in espressione ebete. Dopo una decina di secondi in stato di incoscienza, da qualche parte del mio cervello si attiva un processo di rara lucidità. Mi rendo conto che non ha alcun senso manifestare disappunto, discutere, protestare.

L’unico mio obiettivo diventa l’uscire da quella stanza e abbandonare al più presto i miei interlocutori. Ma una curiosità mi rallenta: cos’hanno in mente? Sono rintronato, ma mi è chiaro che il taglio del mio salario copre in minima parte l’ammanco. Hanno un piano per risanare i conti? La mia curiosità rimane senza risposta. Qualche mese dopo, mi viene il sospetto che nulla mi abbiano detto perché nulla avevano in mente, per rimettere in sesto la situazione.

Il colloquio, anzi la breve comunicazione, si conclude con la disponibilità da parte di chi mi ha convocato a ritirare personalmente telefono e computer messi a mia disposizione dall’associazione. Credo sia un modo gentile per dire «sgombra pure la scrivania, tanto il tuo lavoro con noi finisce in questo momento». Telefono e computer sono miei, quindi la faccenda è ancora più semplice.

Fantasmino

Una collega e amica, che oggi è venuta in ufficio con l’auto, mi aiuta a impacchettare carte, libri, lampada, monitor, poi mi accompagna a casa. È buffo, ma mi vengono in mente le scene dei romanzi di Grisham in cui il protagonista, licenziato da un momento all’altro, scatolone in mano, esce a testa bassa dalla porta a vetri del grattacielo di Washington o New York in cui aveva sino ad allora lavorato.

Il mio mestiere non era quello di avvocato rampante che puntava a guadagnare un milione l’anno. Da quasi due anni lavoravo per un’associazione nonprofit, Certosa1515, presieduta da Luigi Ciotti, che mi aveva colloquiato e selezionato. Il mio compito era organizzare e promuovere delle attività in un convento del ‘500 in Val di Susa, non lontano da Torino, ristrutturato e trasformato in centro per formazione, convegni e turismo spirituale e culturale. Dovevo far conoscere quel luogo meraviglioso, riempirlo di attività attraenti, cercare clienti.

Con mia moglie Silvia ho già parlato al telefono così, una volta a casa, ragioniamo su come gestire la situazione nell’immediato. È venerdì 7 agosto, due giorni dopo nostro figlio Cosimo compirà tre anni. In serata siamo attesi dai miei genitori, per la prima festa di compleanno, quella con il ramo paterno. Scegliamo di non dire niente. D’altra parte, che caspita potrei raccontare? Nemmeno io ho capito quello che è successo. L’unica che ho aggiornato è mia sorella Marina.

Nei due giorni seguenti Silvia, Cosimo e io stiamo sempre insieme. Scorrazziamo per Torino, mangiamo fuori, saliamo sulla Mole. Andiamo anche a Superga, tappa obbligata per noi granata, quando c’è bisogno di farsi forza.

“Andiamo via”, dice Cosimo perplesso.

Ricevo tante telefonate di amici e parenti che, semplicemente, mi sono vicini. Una chiamata arriva dalla Grecia: l’intera famiglia di mio cognato Marco, in vacanza, si alterna al cellulare per dirmi di tenere botta. Quando non sono passate neppure quarantott’ore dal licenziamento, capisco che non ho nulla di cui avere paura: non posso cadere, le persone che mi sono intorno, prima tra tutte Silvia, non lo permetteranno.

So di avere il tempo di assorbire il colpo, di riorganizzarmi, e so che non sarò solo, mai. Penso a quanto sono fortunato e a chi, invece, questa rete intorno a sé purtroppo non ce l’ha. Penso alle migliaia e migliaia di persone che si sono trovate nella mia stessa situazione: convocate per sentirsi dire che il loro lavoro non esisteva più. Non gli vengono contestati degli errori, dei fallimenti, o anche solo una mancanza di impegno. Gli viene semplicemente detto che le condizioni non sono più quelle di una volta e che quindi il loro posto di lavoro è svanito.

Si può fare. Nel nostro paese che pure ha ossessivamente discusso di articolo 18, sembra che a nessuno importi della legge che consente di licenziare per ‘giustificato motivo oggettivo’. Basta una riorganizzazione, un po’ di commesse che saltano, cose così (nel mio caso, il ‘giustificato motivo oggettivo’ consiste nella voce ‘ricavi’ dei conti della semestrale 2015, ritenuta sufficientemente piccola per potermi mandare a casa. Bye bye!). E tu, lavoratore, non puoi farci niente. Al massimo puoi ottenere qualche soldo dal tuo datore, giusto per evitare di andare a perdere tempo davanti a un giudice del lavoro: il posto, in ogni caso, non lo riavrai.

Comunque, sostenuto in questo anche da Gaia — una delle persone che non mi lasceranno cadere e che di queste faccende capisce molto più di me — io dall’avvocato ci vado. Quanto meno per mettere nero su bianco che quanto successo non mi sta bene. Sono stato licenziato da un’ora all’altra come si dovrebbe fare solo con chi viene sorpreso con le mani nella cassa o a fare chissà cos’altro. Beh, vorrei fosse chiaro che non ho rubato né fatto altro di esecrabile.

Il tutto si riduce allo scambio di un paio di lettere e telefonate ma, nonostante la mia condizione economica sia cambiata, quella parcella l’ho pagata volentieri. Perché è stato un modo per chiudere la vicenda. Anche se con qualche dubbio, che permane ancora oggi.

A distanza di nove mesi, infatti, non mi sono ancora fatto un’idea convincente sul perché sono stato licenziato. Il motivo economico mi pare troppo debole. Il bilancio dell’anno precedente, il 2014, s’era chiuso bene. Possibile che siano bastati i conti della semestrale per mandarmi via? Poi, è vero, il mio costo aziendale annuo non era basso, ma ho l’ardire di sostenere, conti alla mano, che i risultati che ottenevo non fossero così lontani dal ripagarlo.

E ancor più non mi spiego il modo con cui il mio allontanamento è avvenuto. Che bisogno c’era di mettermi alla porta da un momento all’altro? Perché si è ritenuto di potermi regalare i due mesi di preavviso? Non era per mancanza di soldi che veniva cancellato il mio posto? C’era così tanta sfiducia in me da non chiedermi neppure di gestire il passaggio di consegne (tra cui il rapporto con clienti e donatori, rapporto prezioso, credo, per un’associazione in difficoltà)?

La sola risposta che mi do è la seguente: per i miei datori di lavoro, io ero irrilevante.

Sicuramente lo era il mio lavoro, probabilmente lo ero anche io come persona. Sono convinto che avrei potuto fare di più, ottenere risultati migliori. Ma in quasi due anni né il consiglio di amministrazione né il presidente, che era il mio diretto responsabile, hanno mai sollevato una sola critica sul mio operato. A 2015 inoltrato ho presentato agli amministratori il mio piano di lavoro aggiornato, ottenendo parole di apprezzamento e indicazioni operative. Pochi mesi dopo, mi è stato detto di togliermi di mezzo.

Ripeto, non so perché ciò sia accaduto ma ora, dopo un po’ di tempo, posso dirlo: non me ne può importare di meno. Adesso ho altro da fare. Ho voglia di occuparmi della luce. Detta così, me ne rendo conto, fa un po’ new age, ma in realtà è roba di fisica, e viene da lontano.

L’alba dal Tracciolino, sopra Biella

Alcune tra le menti più eccelse del ‘600, tra cui Isaac Newton, si arrovellarono sulla natura della luce. C’era chi diceva fosse un insieme di particelle, chi delle onde come quelle del mare. E c’era un gesuita di Bologna che pensava alla luce come a uno strano fluido.

Il religioso si chiamava Francesco Maria Grimaldi e studiò la luce, i colori e l’arcobaleno. Un giorno chiuse gli scuri di una finestra. Verificò che la stanza piombasse nel buio, poi fece un forellino sugli scuri. Un buchino piccolissimo, dell’ordine del mezzo centimetro. La luce del sole, quando s’infilò in quel pertugio, produsse sul muro delle figure inattese, delle linee colorate. Padre Grimaldi descrisse questa cosa come la luce che defrange, si rompe, e diede il via agli studi sulla diffrazione.

Così, si scoprì che la luce può diffondersi in quattro modi diversi. Direttamente, come quando una torcia illumina un oggetto; attraverso la riflessione, quando entra in gioco una superficie riflettente; con la rifrazione, come quando la luce entra in acqua oppure — per fare un esempio famoso dei nostri tempi, vale a dire la copertina di The Dark Side of The Moon — quando entra in un prisma.

O, infine, attraverso la diffrazione, quando la luce va a sbattere contro un ostacolo e, anziché fermarsi, trova uno spiraglio e si mette a giocare.

A me è andata bene, sono stato fortunato, lo ripeto ancora e lo ricorderò sempre. Perché ho avuto la conferma — non che ne avessi bisogno — di avere al mio fianco una donna straordinaria. Sono tornato a fare formazione, grazie a Paolo e Nicola, che mi hanno dato fiducia e rimesso in pista. Ho un nuovo modo di vivere il tempo, che è il regalo più prezioso che potessi ricevere, adesso che c’è Cosimo. Perché, quando non sono in aula, lavoro quando è a scuola o dorme, e non perdo un minuto da passare con lui.

Ho potuto chiedermi, a quasi cinquant’anni, “cosa mi piacerebbe fare?”. La risposta è che voglio riprendere le cose che ho imparato alle superiori — istituto tecnico industriale — e all’università — fisica — e metterle insieme a quello che ho appreso nei miei trent’anni di lavoro passati tra Fiat, cooperative sociali e non, associazioni nonprofit grandi e piccole. Mescolando questi ingredienti sta venendo fuori qualcosa di interessante da divulgare, su cui discutere e ragionare, per tenere sempre la testa aperta.

Ma forse non è solo una questione di fortuna, forse c’è davvero la possibilità, grazie alle diffrazioni, di trovare del buono quando si sbatte contro un ostacolo. Ecco, io voglio occuparmi di questo, di come riuscire a trasformare una nasata in un modo per vedere le cose sotto una luce diversa.

Per capire qualcosa di più e, se possibile, divertirsi.

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