Di fiori, petali e parole

Questa storia della maestra che invia alla Crusca la parola inventata dal suo alunno e della Crusca che risponde incoraggiando lui è tanto tanto carina, ma sto facendo caso a un dettaglio.

La maestra ha scritto all’Accademia perché, racconta, la parola «le è piaciuta», cioè è stato un puro caso che l’errore del bambino abbia incontrato il gusto linguistico della docente. Stando così le cose, probabilmente, se Matteo avesse scritto petaluto anziché petaloso, si sarebbe trovato una riga rossa sul foglio (tant’è che sul compito la maestra scrive «errore bello»).

Ora. L’episodio è adorabile, ci trovo una bella lezione e credo che ogni genitore e ogni insegnante dovrebbe trarne spunto per raccontare ai piccoli come una parola entra nel dizionario, è una riflessione interessante, soprattutto in un Paese analfabetizzato come il nostro. Ma per coniare neologismi più o meno piacevoli ci sarà tutto il tempo, quando saranno diventati geni della pubblicità o amanti dei giochi di parole (oppure creativi di metà delle aziende italiane con un account social, che si aggrappano al trend topic del giorno, forse sentendosi originali. Oppure presidenti del Consiglio).

A sette, otto anni, trovo sia il momento di dar loro basi salde, in modo che da grandi abbiano i migliori strumenti per tirare fuori tutta l’inventiva. E chissà che magari non spunti fuori il nuovo Bartezzaghi.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Eliana’s story.