
Suggestioni
È cominciato tutto con un semplice rigonfiamento del capezzolo, associato a un lieve dolore da infiammazione. All’inizio ho creduto che fosse soltanto un’irritazione.
Non volevo allarmare M, la mia compagna – l’ho rassicurata dicendole che era colpa del bagno schiuma un po’ aggressivo e che sarebbe passato nel giro di pochi giorni.
In verità il gonfiore sembrava aumentare progressivamente, e ogni volta che lo guardavo il capezzolo appariva di un rosso più intenso, più vivido della volta precedente. Si può dire che nelle quarantotto ore successivo ne ero già ossessionato. A lavoro andavo al bagno a controllarmi più o meno ogni ora, scrutando l’immagine del mio petto riflessa nello specchio scrostato, alla ricerca di un’anomalia qualunque; tra un’ispezione e l’altra continuavo a tastare la ghiandola gonfia infilando la mano nel collo della maglietta, constatando che ora mi bastava sfiorarla per provare dolore.
Mercoledì sera decisi di fare un bagno. Pensavo che fosse una buona idea provare a rilassarmi. A essere sinceri la posizione rannicchiata che la vasca minuscola mi costringeva ad assumere non aiutava affatto a distendere i nervi. Chiusi gli occhi e valutai l’ipotesi di farmi visitare da un dottore, ma non avrei saputo a quale specialista rivolgermi; la verità è che ormai avevo paura di guardare quel punto del mio corpo e vedere che il capezzolo si era ingrandito, o tumefatto, o chissà cos’altro.
Quando sollevai le palpebre e lo feci, distinsi chiaramente che il rigonfiamento stava pulsando. Ebbi un sussulto, con uno scatto appoggiai la schiena all’estremità della vasca e mi misi seduto; il movimento brusco fece ondeggiare l’acqua, e qualche schizzo fuoriuscì bagnando il pavimento.
Cercai di tranquillizzarmi aggrappandomi al raziocinio. Mi dissi che quello che avevo appena visto era semplicemente il mio cuore che batteva; ero così magro da poterne vedere le pulsazioni sulla pelle. Solo suggestione.
Per fortuna M era fuori città per la perdita di un parente alla lontana; non sarebbe tornata che la settimana successiva, così non avrei dovuto giustificare la mia preoccupazione con nessuno. Mentre mi infilavo a letto continuavo a ripetermi che stavo diventando paranoico, perché in fondo stavo benissimo e non avevo accusato alcun sintomo di malessere.
La mattina successiva, aprendo gli occhi al suono della sveglia, mi trovai di fronte allo sguardo indifferente del mio gatto, a pochi centimetri dalla mia faccia; era accucciato sul mio torace da chissà quanto tempo, e si scostò di malavoglia, con un balzo, non appena feci per alzarmi.
Nei giorni seguenti tentai con discreto successo di concentrarmi sulle cose quotidiane; il lavoro, una multa da pagare, le telefonate a un amico, le faccende di casa.
Mi vedevo nudo solo la sera, mentre infilavo il pigiama, e la mattina, uscendo dalla doccia. Ad ogni modo il turgore, sebbene potessi chiaramente vederlo, sembrava stabile, e non avvertivo più alcun dolore al capezzolo nemmeno tastandolo con vigore.
L’ultima cosa che ricordo è come ho passato il venerdì sera, mangiando indiano da asporto davanti a un vecchio film che conoscevo quasi a memoria. Ho concluso la settimana lavorativa masturbandomi nel letto, e sono scivolato sotto le coperte.
È stata M a trovarmi; è rincasata in anticipo, preoccupata perché non rispondevo più ai suoi messaggi e alle chiamate.
La scena che si è trovata davanti l’ha fatta urlare per l’orrore, prima di erompere in un pianto isterico. Mio fratello, la prima persona che M ha avuto la forza di chiamare, è arrivato appena in tempo per vedere coi suoi occhi prima che la polizia sequestrasse l’appartamento. Ho sentito che hanno fatto evacuare l’intero palazzo, per precauzione.
Il gatto è stato trovato morto nel cortile, proprio sotto la finestra del bagno; probabilmente ha provato a fuggire, ma non è sopravvissuto a un salto di sette piani.
La cameretta era un disastro; grumi di sangue rappreso tra le lenzuola, brandelli di carne e dio sa che cosa appiccicati alle pareti, fino al soffitto, come schizzi isterici sulla tela di un’opera astratta.
Dicono che il pavimento era coperto da uno spesso strato di melma pallida, e che dopo averlo analizzato vi hanno trovato dentro il mio DNA, mescolato a materiale organico che non mi appartiene. Qualcuno pensa che questa cosa sia contagiosa, e che il mio caso è stato solo il primo.
Io però non ci credo.