Il primo che si alzò e prese ad andare.

In un viaggio in Africa, i pericoli maggiori non li trovi quando arrivi, te li porti dietro. Sono nel bagaglio di luoghi comuni che passa silenziosamente il metal detector di qualsiasi aeroporto. Sono tra le convinzioni che ti trascini dietro e riguardano la povertà che si combatte con il progresso, la democrazia che è sempre un bene, l’importanza dell’educazione, la violenza, il ruolo della religione, della donna e della tecnologia e tutto quello su cui ritieni di esserti fatto un’opinione. Non sarà l’opinione migliore, pensi, ma non si può fare a meno di avere un’opinione. Non si può intraprendere un viaggio senza averne: sarebbe come viaggiare senza bagaglio.

Così, all’aeroporto di Dar Es Salaam penso a quel che mi porto dietro: faccio a mente la lista dei buoni motivi che mi hanno condotto fin lì, mentre attendo che arrivi il mio turno per il controllo. Accanto, ho altri viaggiatori come me. Europei che trascinano valigie e idee, queste ultime da impiegare con profitto, in qualche progetto di cooperazione, in un villaggio nell’interno del paese.

Seduto su una valigia, impaziente per l’esasperante lentezza delle operazioni, scopro subito che il tempo è la una nozione sulla quale, l’arrivo in Africa, già in aeroporto, ti costringe a riflettere. Non è una questione di fuso orario. È la natura del tempo che cambia. Non è più quella funzionale per la quale l’attesa è un incidente, una rimanenza, lo sfrido dell’esistenza.

Di fronte all’uomo in divisa verde che parla al cellulare di chissà cosa e cincischia il mio passaporto tra le tozze dita, ho il sospetto che l’attesa sia qualcosa che a che fare con il segreto del tempo. È bene farci l’abitudine, dunque. Bisogna tenere a bada l’impazienza: senza imparare ad attendere, non si impara a padroneggiare il tempo. Forse è questo il significato delle parole che l’uomo in divisa sussurra al cellulare, mentre fissa la foto del passaporto.

Ecco, uno dei luoghi comuni che ti porti dietro, nel bagaglio, è che tu hai del tempo. Che possiedi, cioè, la distanza nella quale le cose scorrono; che è tuo lo spazio che separa un evento e dall’altro della giornata. Ti sei convinto che il tempo della vita, quello che ti è stato dato, non va sprecato. Devi metterlo a frutto, impiegarlo utilmente in qualche modo. E se proprio non ci riesci, puoi sempre ammazzarlo, leggendo o compilando parole crociate. Diciamo “hai un momento?”, oppure “non ho tempo da perdere” o ancora “posso darti solo qualche minuto”. Diciamo così perché siamo sicuri che del tempo possiamo disporre.

Forse, invece, è vero il contrario: è il tempo che ti ha.

Non decidi tu quando nascere, e per lo più, nemmeno quando morire. Ti tocca di esserci per un certo periodo e solo in quello, insieme a un’infinità di tuoi simili, dei quali una nutrita rappresentanza è in fila con te alla dogana in questo aeroporto in giorno qualsiasi di agosto di un anno qualsiasi.

L’attesa qui è qualcosa di diverso dall’intervallo tra un momento e l’altro, che sai che si esaurisce, mentre arriva la metropolitana, o carica il sistema operativo del tuo pc, o ancora il navigatore intercetta il segnale. In tutti questi casi, infatti, il vuoto tra un accadere e l’altro è immunizzato da un’informazione che ti avverte della durata, con il display che conta i minuti dei passaggi del treno, la barra di caricamento del programma, il numero di satelliti visibili. No, questa è un’altra attesa, lo capisci subito. Ha a che fare con uno spazio tra gli eventi che non contempla informazioni consolatorie. Non c’è modo di sapere se te ne starai lì ad aspettare un’ora o un giorno. Inutile chiedere. L’uomo in divisa ti mostra il palmo della mano invitandoti a pazientare. Inutile reclamare una spiegazione, dare a vedere di sapere che cosa fare. Perché da fare c’è solo da attendere. L’uomo in divisa verde ti guarda. Ha smesso di parlare al cellulare. Sembra sorpreso quando gli ripeti che non hai tempo. Forse, perché lui sa che è il tempo che ci ha.

Molti dei viaggiatori che tornano dall’Africa raccontano dell’indescrivibile emozione provata dinanzi a spazi immensi che si perdono a vista d’occhio. Un luogo comune persistente per noi che veniamo da società segnate dalla finitezza, dei luoghi, dei territori e delle innumerevoli frontiere: dentro-fuori, pubblico-privato, prima-dopo, permesso-vietato.

L’estensione dei territori del continente africano cattura e affascina. È un’estensione che è innanzitutto una negazione della finitezza, dello spazio e del tempo. Perdita dei limiti stessi del tuo essere: in Africa, non sai perché, ma percepisci che il presente della tua esistenza, quello che si dà in un certo momento e luogo, quello con il quale sei abituato a far coincidere la tua identità (mi chiamo, sono nato a, il giorno,) quella raccolta temporanea di cellule e pensieri non è che la particella infinitesima di un flusso che conta, insieme alla tua, milioni e milioni di altre esistenze. Quelle passate e quelle presenti che ti corrono accanto, ti sfiorano e ti urtano nella folla della città, sulla Bagamoyo Road, tra voci di lingue che non comprendi, per poi andare a perdersi nel corso di una storia della quale nessuno si ricorda l’inizio.

Anche senza l’inizio, però, una storia la si può raccontare. Riprendendo da dove si vuole. “Dove eravamo rimasti?” Ah, sì, dicevamo che con il racconto che si riesce a fissare meglio un momento e un luogo, al quale assicurare la propria identità. Fissarla, sia pure per poco, nel flusso indistinto di tutte le esistenze, attraverso il racconto che se ne fa. Perciò in Africa è così importante il narrare.

Se qualcuno ti racconta una storia, che sia anche solo quella di una faccenda quotidiana sbrigata al mattino, di un’incombenza di nessun conto, bisogna disporsi ad ascoltare. Starsene comodi e non aver fretta. Mettersi seduti e sospendere ogni altra faccenda. La voce del narratore diviene il rumore di quel flusso interminabile di storie, di tutte le storie, narrate da un’infinità di voci, nel quale ti è concesso di immergerti, lasciandoti trasportare. È il respiro del tempo, ancora una volta.

Il tempo, originario e dilatato, il flusso delle esistenze trascorse, grazie al racconto che stai ad ascoltare, si insinua nella tua vita come la polvere rossa della strada che si deposita nei vestiti, sulla pelle, nei capelli che con i giorni senti irrigidirsi sulla testa, ispidi come rami di arbusti. Così, pensi, almeno finalmente sono parte del paesaggio, insieme ai baobab o alla sterpaglia nella quale pascolano gli zebu.

Ogni racconto merita d’essere ben narrato e tutto può essere raccontato, se si trova qualcuno che si ferma ad ascoltare.

Un appuntamento mancato, il bus fermo che attende per due giorni un pezzo di ricambio, l’ospite che arriva, ma non si sa più quando, tra un giorno o una settimana. Sono queste tutte epifanie di un tempo che è indipendente dagli uomini, dai loro bisogni e dalle aspettative, persino dalla vita e dalla morte. È il tempo sul quale, l’unica possibilità di rivincita rimane il racconto.

Ecco, la morte è un evento al pari dei molti altri. Non è diversa, per come ti è narrata, dall’incombenza quotidiana, da una faccenda cui tocca provvedere. Accade mentre aspetti che il bus riparta, prima che l’ospite sia arrivato, indifferente a un appuntamento preso. È morto, si dice. E questo basta a spiegare.

L’amico africano sorride di me che non riesco a comprendere questa semplice evidenza. Sorride quando presumo di gestire il tempo, e perciò, penso di riuscire così a sistemare anche la morte. Il tempo è iniziato da qualche parte, lì intorno, in quella terra rossa di sassi e di arbusti, sovrastata da cattedrali di nubi immobili.

L’inizio è quando qualcuno si è tirato su, sulle gambe, e ha preso ad andare. Così è cominciato il racconto, ogni racconto, la storia. Qualcuno, un volta, molte migliaia d’anni fa, si alzò e andò. Non c’è molto da dire per cominciare una storia. Solo questo: qualcuno si alzò e andò. Andò lui e poi suo figlio. Dopo suo figlio, andò il figlio di quello. E lo stesso ha fatto l’ultimo figlio che non si è più fermato, attraversando la savana di terra rossa, sotto un cielo di nubi immobili.

Lo puoi ancora incontrare, l’ultimo dei figli di quello che si alzò e prese ad andare, sulla strada che porta da Dar a Dodoma.

Va sul ciglio della strada. Gli passi accanto, con il Toyota, alzando la polvere rossa. Ti sorprendi a vedere, nel corso del tuo viaggio, la gran quantità di quelli che incontri e che vanno. Per chilometri li vedi camminare, da soli o anche in piccoli gruppi. Per giorni camminano, anche se tutt’intorno non c’è altro che savana di terra rossa per chilometri.

Li vedi e li riconosci. Sono i figli di quello che all’inizio della storia, di tutte le storie, si alzò e prese ad andare. Hanno il passo veloce e lo sguardo sicuro. Esplorano l’orizzonte, oltre le nubi immobili e si guardano dai serpenti. Fanno quello che hanno imparato da bambini, accompagnando le madri o un parente anziano: camminano. Lo fanno eretti, spediti e magri, i piedi nudi impastati di polvere e sudore.

Sul ciglio della strada, gli passi accanto con il fuoristrada. L’ultimo dei figli, come suo padre, non ha bagaglio, o forse, solo un fagotto, stretto sotto l’ascella ossuta. Non ha bisogno di molto per il suo viaggio. Non sai dove va e forse non lo sa neppure lui. Sa solo che qualcuno prima di lui, un giorno si alzò in piedi e prese ad andare. E questo l’ha imparato dalla madre o da un parente anziano.

Se avessi voglia di fermarti e ascoltarlo te lo racconterebbe, insieme alla storia delle sue incombenze e altre vicende di vita e di morte. Lo guardi, attraverso il finestrino e sorridi, superandolo in velocità. Nella polvere che s’alza, scorgi il sorriso che ti ricambia e un gesto di saluto, l’augurio di un buon viaggio a te che vai. Ti ricorda, così, che anche tu stai andando e lo fai perché qualcuno, un giorno si alzò in piedi e prese ad andare.

Il primo, quando tutto cominciò, fece quel che fai anche tu adesso che non ricordi da chi l’hai imparato, ma tanto non serve per guidare il Toyota. Fece quello che fai tu che però hai un bagaglio di buone convinzioni, idee da mettere a frutto in un villaggio e nessuna certezza di quando arriverai. In più, tu hai un mucchio d’altre cose che non ti serviranno.

Allora, guardi l’uomo scalzo sul ciglio della strada dallo specchietto: ti sorride, denti bianchi nella polvere rossa, e capisci che per andare lontano non c’è bisogno di bagaglio. Che nel viaggio, siete fratelli, figli entrambi di quello che s’alzò e prese ad andare, quando tutto è cominciato.