L’impostura che chiamiamo arte contemporanea.

Paul McCarthy, Pig Island , 2003–2010

Per dimenticare la Brexit sono andato a conoscere il nuovo edificio della Tate Modern a Londra. Così Vargas Llosa in un suo recente articolo, pubblicato da Repubblica del 30 luglio scorso, con il titolo “La cospirazione dell’arte contemporanea”.

Titolo programmatico. E infatti lo scrittore racconta d’essersi fermato davanti a un manico da scopa colorato ad ascoltare una professoressa intenta a spiegare l’opera ai suoi allievi. La visita alla Tate è un pretesto per criticare la cosiddetta “arte concettuale”, un’arte fatta, cioè, di idee e con opere che vogliono stimolare l’intelligenza e l’immaginazione dello spettatore, prima della sua sensibilità. E, infatti, alla domanda della professoressa su che cosa suggerisce quell’oggetto, gli allievi rispondono: “Forse i colori dell’arcobaleno?” oppure “la scopa sulla quale volava Harry Potter?”. Insomma, lo scrittore nutre il fondato dubbio che quel pezzo di legno possa essere tutto e niente per i giovani visitatori della Tate, mentre invece per musei, critici, collezionisti e mercanti è lo strumento di una sfacciata cospirazione che permette a pochi di gonfiarsi le tasche grazie a una colossale impostura.

Già qualche anno fa, Marc Fumaroli indicò in Jeff Koons e Damien Hirst, gli artefici di un’arte di plastica, mero veicolo pubblicitario che al pari delle auto di lusso e degli yacht, rappresenta uno status economico e null’altro. Roberto Gramiccia rileva, poi, come a partire dal 2008, dall’inizio cioè della crisi economica, a fronte del calo di ricchezza in molti settori produttivi, il fatturato di Sotheby’s è aumentato del 538%.

Un momento. Un’impostura che permette grandi profitti, per di più in un periodo difficile, non dovremmo forse chiamarla truffa? Il re è nudo, come nella favola di Andersen, ma non sappiamo per quanto tempo continuerà ad andarsene in giro facendo finta di nulla. La ragione del perché nessuno sembra davvero allarmarsi è che la truffa funziona: i truffati si trasformano, senza remore, in truffatori ancor più scaltri.

Nella Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Coraggio, Hans J. Grimmelshausen racconta dello Spiritus flammillarium, un oggetto magico, uno spiritello servitore in bottiglia, che Coraggio acquista da un vecchio viandante per una piccola somma. Il demone è in grado di attirare sul suo possessore ogni fortuna e ciò insospettisce la donna. Perché mai liberarsene? E per di più in cambio di poche monete? Il vecchio, dopo aver concluso la trattativa, spiega che grazie a quello strano essere si possono realizzare molti desideri, ma chi dovesse morire possedendolo ancora, sarebbe dannato per sempre. Il segreto, dunque, sta nel servirsene ma stando attenti a riconoscere il momento opportuno per separarsene, magari rifilandolo per poco a un altro ignaro compratore.Lo spiritus flammilarium somiglia a una costosa opera d’arte contemporanea: finché la si possiede sembra offrire grandi vantaggi, ma guai a non liberarsene per tempo, giocando ad altri lo stesso tiro che si è subito!

La truffa dell’arte contemporanea ne ricorda un’altra: The Great Rock ’n’ Roll Swindle, il grande raggiro messo in opera da Malcolm McLaren, a suo dire, con la creazione dei Sex Pistols. E all’estetica punk, tutta sberleffo e anarchia, ancor più che alla lucida iconoclastia delle avanguardie, devono molto gli incolti artisti che affollano le biennali dei nostri giorni.

C’è una speranza di salvezza? É comprensibile che ci si aspetti un happy end. Ci piace pensare che presto o tardi ci si imbatterà in una bolla simile a quelle immobiliari. E allora sì che si svelerà la mistificazione. Una crisi, ce lo ripetiamo, serve a far chiarezza. Rimane solo ciò che vale davvero. Siamo sicuri, infatti, che da qualche parte, magari ben nascosta, sopravviva un’arte più autentica, nonostante tutto, che aspetta solo tempi migliori per prendersi la rivincita.

Vargas Llosa sostiene che un’arte genuina sia fatta di artigianato, abilità, inventiva, originalità, audacia, idee, intuizioni, bellezza, mentre Fumaroli salva Kiefer e Freud, quest’ultimo però dice, ha dovuto attendere molto tempo per essere riconosciuto. C’è, dunque un vero volto dell’arte dietro la maschera deformante dell’impostura?

Il fatto è che in arte, come in finanza, non c’è nessuna verità da svelare. Se accettiamo l’unica definizione dell’arte che sembra aver funzionato finora, ossia che arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte, dovremo abituarci alla Grande Impostura. Del resto, non è l’essenza stessa dell’arte la menzogna? Arte non condivide, forse, l’etimo con artificio, artificiale, artefatto?

Ritenere che una realtà prima sia raggiungibile attraverso il ritorno a un originario, operando un’azione di smascheramento vuol dire continuare a utilizzare ancora l’attrezzatura concettuale della modernità. Nietzsche, Freud, Marx, come sappiamo, sono i testimoni di una filosofia dello svelamento anch’essa figlia dell’idealismo ottocentesco, il cui punto limite, in estetica, potrebbe essere proprio nell’identificare il valore dell’opera in un dato assoluto e semplice, in un’essenza metafisica che non ha bisogno d’altra giustificazione: il prezzo. Non è solo un problema dell’arte: l’economia, con le sue leggi opache e imperscrutabili, è diventata oggi la metafisica dell’esistente.

C’è una speranza di salvezza, allora? No. Senza mezzi termini. L’arte è un’avventura che nasce con la modernità. E se qualcosa nasce, di solito, finisce. Se chiedete a un abitante dell’antica Atene che cosa significa il termine arte o cercate un libro sull’argomento nella fornitissima biblioteca di Alessandria d’Egitto al tempo dei Tolomei, rimarrete delusi. Qualcosa che si avvicini al nostro concetto di arte è nel termine greco téchne, ma indica l’abilità a realizzare qualcosa. Riguarda più l’anonimo artigiano che il genio acclamato sulle riviste di moda.

Converrà allora, piuttosto che invocare una vera arte originaria, maturare la consapevolezza che, come accadde con la téchne greca, quel che chiamiamo arte ha cambiato natura. Nulla ci vieta di continuare a dedicarsi ad essa con passione e profitto, come si fa nella coltivazione di un vitigno autoctono, nell’esercizio del canto gregoriano o in una pratica zen. Riconoscere un limite, facendone un motivo di crescita culturale, è già un’azione di grande significato etico che vale la pena compiere. Per tutto il resto che sta nei nuovi grandi musei contemporanei e nelle gallerie di tendenza, per il manico di scopa contemplato dal Vargas Llosa, insieme a stracci ammucchiati, bidoni squassati, escrementi inscatolati, scarti industriali etichettati, resti di animali imbalsamati, per tutti i prodotti battuti per milioni di dollari, nelle aste internazionali, possiamo trovare termini nuovi. Non ci fa difetto la fantasia. Che so possiamo usare bond d’arte, per esempio, o derivati estetici.

E quando non manterranno le promesse di guadagno sperate, potremo sempre battezzarli come titoli spazzatura. Faremmo, così, grazie alla menzogna dell’arte l’ultima operazione di smascheramento, indicando un oggetto con il suo vero nome.