La rivolta contro il Mondo Moderno di Steve Bannon

Prima analisi dell’apostasia di Trump

Trump è ormai diventato un burattino nelle mani dei neocon. Ma il fatto che Bannon attraverso Trump ha sfidato le élite globaliste e ha trovato una tale comprensione e sostegno nel popolo americano, dimostra che il popolo è pronto a svegliarsi dal sonno liberale.

Alexandr Dugin analizza il “fenomeno Bannon”. Articolo pubblicato su Geopolitica.ru e qui di seguito tradotto.


Trump si prepara a nuove invasioni, senza consultazioni con la Russia e anche contro di essa. Ciò rappresenta un drastico cambiamento nella sua posizione. Indirettamente, dimostra ancora una volta che Trump non aveva alcun sostegno russo, ma la pressione della Palude su di lui, le fake news sugli hacker russi, hanno funzionato: da ora in avanti, ogni simpatia espressa verso i russi, da chiunque, sarà vista negli Stati Uniti come un “crimine di Stato”. Naturalmente, dopo l’assalto alle truppe di Assad e l’invio di portaerei fino alle coste della Corea del Nord, e specialmente dopo la rimozione di Steve Bannon, tutti i sospetti di infedeltà di Trump al Governo Mondiale e all’élite globalista sono venuti meno (ciò è stato esplicitamente detto e riconosciuto dallo speaker della lobby globalista universalmente riconosciuto, Farid Zacharias). Allo stesso tempo la russofobia negli Stati Uniti e nei paesi Occidentali continua e potrà solo crescere. Una campagna di bugie è travolta da un’altra, e così via. Ma questa è la società post-industriale dell’informazione — quello che volevamo. Benvenuti nel mondo virtuale. La realtà è abolita come qualcosa di obsoleto. In breve, Trump è arrivato al potere senza il supporto di Putin, questo ora è chiaro. Tuttavia, nessuno discolpa Putin, al contrario. Lui è più colpevole che mai. Grande svolta.


Dopo il ribaltamento di 180 gradi di Trump rispetto al suo intero programma elettorale, piattaforme e retorica, ci si dovrebbe chiedere: che cosa era quello show? Dal momento che Trump è rapidamente diventato un burattino nelle mani dei neocon tradizionali, tutte le previsioni fatte devono essere ripensate. La teoria più semplice è il conflitto tra i due poli dell’ambiente di Trump: il suo genero sionista Jared Kouchner, da una parte, e Steven Bannon, dall’altra. Questo ci porta a una nuova terminologia — “Kouchneriti” e “Bannonisti”. Naturalmente, questa è una semplificazione estrema, ma è piuttosto rivelatrice.

Dal punto di vista ideologico, negli Stati Uniti ci sono due centri ideologici principali — il CFR (Center of Foreign Relations) e i neocons. Insieme formano la Palude. Essi definiscono la mentalità delle élite politiche ed economiche, controllano i settori dell’informazione e dell’educazione. Loro sono il “software” dello Stato Americano. Le istituzioni degli Stati Uniti sono l’“hardware”. Dove il software si intreccia con l’hardware, inizia la zona dello Stato Profondo.

All’altra estremità del sistema ci sono gli americani comuni. Loro in parte accettano l’imperativo di questa élite “dual-core”, bipolare, e in parte lo rifiutano, sulla base del loro pensiero locale, frammentario e “Old-American”, americano vecchio stampo. È chiaro che Trump nella campagna elettorale si è rivolto a questi “Old-Americans”, e ha promesso loro una rivoluzione contro il Sistema, inclusi entrambi i suoi poli — CFR e neocons.

Ora la questione è: Trump da dove ha preso tutto questo? Per sviluppare un tale modello di campagna presidenziale, miliardi di dollari ed energia personale non bastano. C’è bisogno di un’ideologia. E l’ideologia è una cosa estremamente sottile, è impossibile da inventare su ordinazione. E nessun management di relazioni pubbliche può sostituirla con tecnologie politiche. E qui veniamo al fenomeno di Bannon, Breitbart, Alex Jones e la Alt-Right. Possiamo chiamare questo gruppo i “Bannonisti”. Sono stati Bannon e i “Bannonisti” che hanno suggerito a Trump, all’inizio della competizione presidenziale, di scommettere su modelli di rottura e di dichiarare guerra all’élite “dual-core”. Bannon era l’unico pronto per questo, perché lui è un tradizionalista, il che significa che lui si attesta ad una grande distanza filosofica dal paradigma della Modernità (come Ezra Pound o Thomas Eliot). È stato lui a spiegare a Trump che qualsiasi strategia elettorale convenzionale sarebbe stata condannata al fallimento: nella competizione è possibile vincere solo se si va oltre l’ideologia dominante — sia nella sua versione liberal di sinistra (puramente globalista), il CFR, sia nella sua versione di destra atlantista (unipolare), i Neocons.

L’intera impresa di Trump è stata costruita sul rifiuto simmetrico e sistematico dei due modelli ideologici che dominano le élite degli Stati Uniti. Contro la linea atlantista dell’imperialismo neo-conservatore, Trump ha promosso l’idea di rinunciare all’interventismo (che egli rimproverava a tutti i presidenti precedenti). Al globalismo del CFR ha contrapposto il realismo classico nelle Relazioni Internazionali (nello spirito di E.Carr and H.Morgenthau). Cioè, è stato un ritorno alla politica statunitense dell’era pre-Wilson. Questo è ciò che Trump ha promesso ed è stato esattamente per questo che gli “Old-Americans” lo hanno sostenuto, individuando in lui il loro leader in opposizione alla regnante “nuova élite”. La base tecnologica e concettuale della strategia vittoriosa di Trump si chiama Steven Bannon e i “Bannonisti” in senso lato. Grande è stato il ruolo di Alex Jones e del suo portale Infowars.

Ma il 7 Aprile 2017 abbiamo assistito ad una brusca svolta nella politica di Trump. Con un gesto, ha spazzato via la precedente linea politica, allontanandosi dai “Bannonisti” che l’hanno portato al successo e fatto di lui il Presidente degli Stati Uniti, e di colpo ha preso la posizione dei neocon tradizionali. Ecco la cosa più importante. Se i “Bannonisti” è in realtà un gruppo di disparati conservatori anticonformisti distanti dal moderno e postmoderno, i “Kuschneristi”, cioè il gruppo del genero di Trump sposato con sua figlia Ivanka, è un concetto completamente vuoto, dal momento che Trump non ha tradito i “Bannonisti” in favore dei “Kuschneristi”, ma ha tradito i “Bannonisti” in favore dei neocon, che è tutt’altra cosa. Kushner, a differenza di Bannon — non è nessuno, è solo un giovane ebreo benestante, non essendo nulla come personalità, senza posizioni ideologiche profonde. Egli agisce semplicemente da collegamento tra Trump e il sionismo simpatizzante neocon, niente di più. E tali collegamenti nei dintorni di Trump (e senza Ivanka e Kushner) sono sufficientemente presenti.

Se proviamo a cercare qualcosa di simile alla figura di Trump, l’esperienza del primo Berlusconi è molto rivelatrice. Il miliardario Silvio Berlusconi, pragmatico e piuttosto cinico, nella sua strategia elettorale ha fatto affidamento su un’alleanza con coloro che l’establishment italiano liberal, la Palude italiana, non ha ammesso nella grande politica per decenni. Stiamo parlando del Movimento Sociale Italiano, alle cui origini c’è il tradizionalista Julius Evola e i suoi seguaci. Il capo del MSI, Gianfranco Fini, ha fatto una carriera sotto Berlusconi, e Berlusconi stesso è arrivato dentro la grande politica ed è diventato capo di Stato. Ma poi ha tranquillamente abbandonato il MSI [il MSI fu sciolto da Fini nel 1994 nella cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, da cui nacque “Alleanza Nazionale”, poi a sua volta confluita nel “Popolo delle Libertà”, NdT], non per ragioni ideologiche, ma per puro opportunismo. Il fatto che abbia lasciato cadere MSI, si può capire. Più difficile è immaginare come abbia deciso di superare il tabù sui contatti con l’estrema destra.

In effetti, Trump ha ripetuto questa mossa. E di nuovo: il fatto che lui abbia tradito i “Bannonisti” e, con loro, gli “Old-Americans”, è più che naturale. A quanto pare, si è rivelato opportunista e per un opportunista tale comportamento è abbastanza logico. Ma è importante sottolineare un’altra cosa: come ha deciso di andare ad un tale scenario di elezioni presidenziali così estremo e audace? E — soprattutto — perché il concetto di “Bannonità” ha funzionato?

Questa è la cosa più importante: sia il caso di Berlusconi, e su più larga scala il caso di Trump mostrano l’enorme e forte potenziale delle società occidentali di resistere contro l’élite globalista (Palude). […] Quale tipo di potere di protesta interna contro le élite dominanti ci dev’essere nelle nazioni Europee e Americana per rispondere in una così vasta scala alla chiamata della critica radicale contro la Palude! L’aspetto più importante non è che Trump abbia tradito il popolo, ma che il popolo americano abbia fatto mostra della sua volontà e decisione di lottare per la dignità e grandezza nazionale.

Il fatto che Trump ha rapidamente tradito tutti, non ha un’importanza decisiva per le sorti ideologiche del mondo. Forse ora lui, e non la sanguinaria Hillary, sarà l’ultima goccia che concluderà l’ipertrofia imperiale degli Stati Uniti e seppellirà questo mostro globalista. Niente di personale — presto o tardi il potere della Palude, che ha drenato Trump, crollerà. Ma il fatto che le idee di Trump (cioè, essenzialmente il programma “Bannonista”) abbiano avuto un così grande sostegno da parte degli “Old-Americans”, è di fondamentale importanza. Bannon attraverso Trump ha sfidato le élite globaliste e ha trovato una tale comprensione e sostegno nel popolo americano, che mostrano come il popolo sia pronto a svegliarsi dal sonno liberale.

Naturalmente, il tempo della rivoluzione conservatrice globale non è ancora arrivato, ma la storia del successo di Trump mostra che questo momento si sta avvicinando.

Sì, ci siamo affrettati a riconoscere l’irreversibilità dell’avvento del mondo multipolare, basato sulle parole di Trump. La Palude è ancora potente e forte. È stata in grado di ricodificare il presidente già nei primi mesi della sua permanenza alla Casa Bianca. Ma la sua campagna elettorale, che si è rivelata non come un suo progetto personale, ma come una operazione eroica e di successo di un gruppo di Americani tradizionalisti, è un grandioso esempio della vittoria di queste forze che si oppongono al globalismo e all’atlantismo, che lottano contro il CFR e i neocon, contro la Palude globale e il mondo (post)moderno.

“Bannonità” è il nome di un soggetto alternativo della storia del mondo. Ed è molto, molto importante.

E così la guerra si avvicina, ma questa non è la guerra di Donald Trump, bensì la stessa impersonale guerra dei globalisti e neocon che sono stati guidati da tanti burattini della Casa Bianca — bianchi, neri, di destra e di sinistra. Trump non c’è più, ma c’è Steven Bannon.