The Biani ban

Nota: L’articolo è stato aggiornato il 29 agosto per tener conto di quanto emerso da questo articolo di Valigia Blu. Scorri in fondo per vedere l’aggiunta.

L’altro giorno Mauro Biani, vignettista del Manifesto, è stato bannato per una settimana da Facebook per questa vignetta:

Il ban su Facebook funziona sulla base della segnalazione, ma poi la valutazione la fa uno o più editor. Umani, non algoritmi.

Nonostante questo, la vignetta non è stata riconosciuta come parodistica, quindi come presa in giro della propaganda razzista, ma è stata equiparata alla propaganda razzista.

Nei commenti su Facebook mi fanno notare giustamente che uno chiamato a decidere non deve per forza vedersi l’opera omnia di Mauro Biani per capire la vignetta e sapere quello che vuol dire.

Altri mi segnalano le disfunzioni cognitive nel cogliere metafore e significati traslati.

Dal mio modesto e remoto antro di psicologo cognitivo che si è occupato e talvolta si occupa di comprensione dei testi, mi limito a dire che, come in altri casi di vignette satiriche, ci sono 2 categorie di elementi da tenere in considerazione: il testo vero e proprio, e ciò che sta attorno al testo (no, “attorno al testo” non è un linguaggio tecnico, lo so, ma la linguistica pragmatica non è sempre sufficientemente chiara e i suoi termini noti e non ambigui, al riguardo).

Se l’attorno al testo è la prima pagina del Manifesto, è chiaro che ci troviamo in una situazione interpretativa manifestamente differente da Facebook. Nel primo caso i lettori condividono con la redazione una visione del mondo, hanno aspettative e conoscenze precedenti su cosa si possono aspettare di trovare sul giornale, hanno conoscenze sull’opera di Biani, e sanno che Biani è, diciamo così, il prototipo dell’antirazzista, e che dunque, una vignetta che richiama il razzismo va approfondita per coglierne gli elementi di critica o di paradosso. Questi sono elementi legati all’epitesto redazionale (la pagina del Manifesto) e alle conoscenze precedenti e alle aspettative dei lettori (del Manifesto) che non possiamo supporre di trovare nel pubblico generico di Facebook. Magari in alcuni gruppi di Facebook sì, ma non su tutto il social. Quindi, assumiamo che questi aiuti e queste conoscenze precedenti manchino, che nessuno sappia chi è Biani, cos’è il Manifesto, e che relazione c’è tra i due.

C’è abbastanza materiale nel testo da solo, per consentire una adeguata decodifica del significato inteso dall’autore della vignetta? A mio parere sì, ce ne sono tre.

  1. L’uso del termine “migrante economico” associato a una proposizione di minaccia; poiché migrante economico è un termine neutro, o fra i più neutri nell’ambito delle migrazioni, sottintende che qualcuno si sposta per lavorare, associarlo ad un nero minaccioso, o a un delinquente, è incongruente, e dovrebbe già far scattare un minimo sorriso, o un’alzata di labbra. Almeno la consapevolezza che il termine è incongruo nell’ambito in cui è inserito.
  2. La firma cancellata, sostituita da “amici di Adolf 2017”, un modo per sottintendere che una vignetta del genere potrebbe essere realizzata con intenti seri solo da gruppi neonazisti.
  3. La citazione iconografica (ma anche testuale) del vecchio manifesto fascista:

In alcuni casi è vero che un frammento di testo o un’opera, tolta dal suo ambiente naturale, dalla sua “situazione pragmatica” (la pagina del Manifesto) può essere di difficile lettura. In questo caso, però, l’opera ha elementi in sé sufficienti a attivare la lettura corretta.

Tuttavia, per una lettura corretta è pur sempre necessario che questi 3 elementi vengano attivati. Decodificati e capiti. Il che presuppone comunque un certo livello di comunanza fra lettore e autore per cogliere l’ironia, e una competenza di un certo livello. Un’incomprensione completa o almeno una sensazione di ambiguità relativa al significato la si può viceversa ottenere se:

  1. non si coglie l’incongruenza dell’uso di “migrante economico” in funzione minacciosa; ad esempio, se pensate che i migranti economici sono minacciosi, e quindi non vedete alcuna incongruenza; questa lettura dice molto di voi, oltre che di Mauro Biani, ma per vostra fortuna siamo in democrazia;
  2. Se pensate che la firma sia davvero stata cancellata dagli “amici di Adolf”. O se non notate la cancellazione (che è un elemento paratestuale normalmente non rilevante per veicolare un significato);
  3. Se non cogliete la citazione dell’immagine, ma pensate che l’immagine sia inventata dall’autore stesso.

Se alcuni o tutti di questi “errori di decodifica” si verificano, si ha una effettiva incomprensione della vignetta. Non credo sia necessario presupporre disturbi cognitivi: dipende fortemente, da quel che so e ho potuto verificare anche sperimentalmente, da competenze precedenti e abitudine alla decodifica di testi di quel tipo. Le competenze, le conoscenze precedenti e le abitudini guidano il nostro processo di lettura, e quindi sono spesso indispensabili per una corretta comprensione. Si allenano, ma per svilupparle bisogna volerlo fare.

Su Facebook è del tutto spiegabile che qualcuno, forse anche molti, non colgano il significato esatto della vignetta di Mauro Biani.

Meno spiegabile che a non coglierlo siano gli editor di Facebook, che dovrebbero essere scelti sulla base delle competenze, appunto.

Ancora meno spiegabile è che una multinazionale scelga di limitare così fortemente il livello di polisemìa dei propri contenuti sul social, solo per non incorrere in segnalazioni e proteste. Questo ci dice anche qualcosa sui margini di libertà d’espressione su luoghi privati come i social network ospitati da aziende private multinazionali. E su quanto possano di fatto portare a una vera e propria autocensura modulata sul livello di comprensione minimo dei nostri più o meno numerosi gruppi.

Aggiunta del 29 agosto 2017

Nel frattempo sono stati bannati altri due autori satirici, Marco Tonus e Daniele Fabbri. In relazione al primo, che collabora con Valigia Blu, è comparso questo articolo, che dimostra qualcosa.

  1. Era chiaro che non si trattava di algoritmi, sui quali pure tutti scherzano, ma di redattori umani. Qui ho tentato di spiegare che c’era modo di capire ampiamente che il contenuto di Biani (ma vale per gli altri) era anti-razzista/nazista/ecc., e non pro. Bastava avere capacità cognitive e culturali che un redattore medio dovrebbe avere.
  2. Ora è tutto più chiaro. Quei redattori non le hanno, perché in alcuni casi non sono italiani, ma italianofoni. Come se mettessero me a valutare una vignetta in inglese. Magari la capisco, ma magari non colgo la citazione iconografica o il riferimento alla cultura pop americana.
  3. Prendono anche non italiani perché costano meno, e in più hanno un tempo brevissimo per decidere.

In pratica, l’azienda che distribuisce più contenuti nel mondo, largamente in attivo e di fatto monopolista, si affida a schiavi sottopagati esternalizzati, e chissenefrega del resto.

E noi stiamo qui a parlare di innovazione.

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