La stanza profonda

Un memoir acuto delle nostre altre vite

Vanni Santoni

Hai iniziato a leggere questo romanzo incuriosita dall’argomento, ma soprattutto da un breve estratto letto distrattamente in una recensione. Il tono dolce, intimo, dolente ma lucido ti ha subito conquistata. Ti sembrava parlasse a te, questo libro, a te che pure ai giochi di ruolo non hai mai giocato, a te che hai iniziato una sola partita a casa di amici, una partita che non è decollata mai. A te che però a quello di cui parla il libro hai dedicato una parte della tua vita.

Perché questo libro non parla dei giochi di ruolo in sé ma di come molti di noi siano passati, con tanta o poco consapevolezza, attraverso un’esperienza bellissima, straniante ed esclusiva e di come da questa esperienza abbiamo finito per essere espulsi, senza sapere bene perché. La vita, l’universo, tutto quanto. Se siamo cambiati noi, se sia cambiata la scena, cosa sia quello che ci ha portato via a quel mondo non è così importante: quello che abbiamo avvertito lì per lì è stato un misto di perdita e di conquista allo stesso tempo. Il liberarsi di una dipendenza quasi: il distacco, la conquista di un nuovo tempo libero; ma anche, subito dopo, il ricordo allegro di momenti indimenticabili – e dopo, una nostalgia anche feroce non per il gioco in sé ma per quei noi che sono diventati altro.

Nel mio caso, la dipendenza era Magic, non i giochi di ruolo; ma non cambia nulla.

Dopo quegli anni, in cui in ogni settimana, nel giorno designato, ci si riuniva – a volte solo i soliti, gli irriducibili, a volte con chi partecipava solo di rado – e si passavano ore e ore nel mondo perfetto: complesso, matematico e logico (il sistema formale), ma anche casuale (la composizione del deck), esotico e affascinante con le sue immagini leggendarie (le indimenticabili illustrazioni) – dopo quegli anni, in cui il tempo non bastava mai e le ore della notte volavano (leggendario il mio commento “che notte chiara!”, al sopraggiungere inatteso del mattino), in cui si sottraeva ad ogni attività il tempo per gli studi, le carte, le strategie (pensavo: per fortuna ho iniziato dopo la laurea, se no non mi sarei laureata mai!) – dopo quegli anni in cui si giocava in cima ai monti, in spiaggia, in tornei lontani, a casa di chiunque, anni in cui al fianco di importanti cose di lavoro là, nella mente, sempre c’era quello – ecco – dopo tutti quegli anni, quando poi tutto è finito… chiedersi: cosa è finito davvero? Cosa ho vissuto e perché è finito? E cosa c’era tutto intorno? Quando è finito anche tutto quello che c’era intorno?

Dungeon Master

Anni dopo, quando ho iniziato altre mille cose – come mi sono ritrovata in certi passaggi! – ho pensato: ma cosa ho fatto tutto quell’altro tempo? Ah sì, giocavo. Ed ecco là un’area della mappa delle nostre vite coperta da un incantesimo: opaca ora, e magica. E se ripensi a quel te, ti rivedi in preda ad una specie di febbre, un delirio, una dipendenza. (Il nome Pemulis non ci ricorda forse l’indimenticabile personaggio di Infinite Jest? E che sia il personaggio del libro a citarlo o l’autore non è importante)

Siamo quelli che hanno esperito per primi le vite virtuali, in maniera massiva e travolgente: quelli per cui quelle esperienze sono state vere quanto se non di più di quelle del mondo reale. Siamo quelli che hanno imparato l’amore per le mappe giocando ad Ultima, non nei boschi. Quelli che si sono spaventati DAVVERO quando usando “freccia a sx” non hanno trovato il quadrato libero e girandosi hanno visto in faccia un ratto gigante a Dungeon Master giocando su Amiga e sono saltati sulla sedia.

Ultima!

E’ bello essere chiamati da Lord British a compiere scelte morali, è bello conquistarsi la fiducia del party a World of Warcraft. Perché è difficile che nella vita reale siano richieste le doti necessarie ad essere un buon condottiero o un affidabile curatore: ed ecco, mondi virtuali in cui invece mettere alla prova se stessi, da soli o in compagnia diventano desiderabili e necessari. Ci definiscono, ci dicono chi siamo in un modo che la vita reale spesso non riesce a fare.

Questo libro parla di questo: di una parte reale ed importante delle nostre vite, dell’esperienza di intimità mentale con persone dalla vita “altra” magari ignota, della complicità che inevitabilmente si crea quando si condividono così tante esperienze e con così tanta intensità (saltando pasti e sonno).

La stanza profonda

E parla anche del tempo esterno però: di come, dopo quegli anni, all’uscita dal dungeon del gioco, il mondo reale lo abbiamo trovato diverso, più povero, più spento. E non perché lo sembrasse confrontato con l’altro, ma perché, per circostanze storiche, l’accelerazione con cui il virtuale è divenuto più ricco è la stessa con cui il reale è diventato peggiore.

Da sempre i negozi storici chiudevano, da sempre potevano sparire lavori, parole, attività. Ma non così in fretta, non così velocemente che uno ne avesse una così pungente percezione nell’arco di pochi anni.

E’ come se fossimo scesi nella stanza profonda per anni e all’uscita avessimo trovato qualcosa di molto diverso da quello che c’era quando vi siamo entrati. Questo il libro ha il merito di farci ripensare, come fa il protagonista additato dalla voce narrante, a quegli anni delle nostre vite e lo fa con una voce davvero sincera, intima, generazionale: è una bella cosa che sia stato scritto, è stata una bella cosa averlo letto.

Se avete un’idea di quanto ho scritto sopra, non perdetevelo – se non l’avete, leggetelo perché sarà come guardare dentro le vite di molti.

Denise Bresci