Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni — Oltre l’orizzonte bianco: dentro e fuori dalla fantascienza

I come with this Darkness

And go away White

Bauhaus

Sentieri di notte è un oggetto misterioso, un romanzo affascinante perché difficilmente definibile. Sicuramente molto ambizioso, soprattutto nel suo ammirevole tentativo di ibridare molti generi, dal thriller alla fantascienza post-cyber, dalla “quest” all’opera allegorica (Saramago, Kafka..).

Ammirevole perché è davvero raro, in Italia, un atteggiamento colto e serio verso la fantascienza; all’estero, per citare i casi più noti ed eclatanti, autori come Gibson, Lethem e Stephenson entrano ed escono dal genere con naturalezza, scrivendo opere che vediamo entrare nelle classifiche del New Yorker; in Italia, la SF viene usata come scusa per scrivere pessimi romanzi e racconti, come se, una volta avuta un’idea bizzarra (“e se..”), si pensasse che il romanzo o il racconto si scrivano da soli. Per molti, in Italia, la SF è quel genere che si può scrivere senza conoscere nemmeno la propria lingua (forse si presuppone il lettore totalmente privo di background letterario?), in cui vince chi la spara più grossa (tanto è letteratura di idee, no?), in cui il tratteggio psicologico dei personaggi non trova alcun posto e in cui la trama non esiste (“beh, ma hai visto? Siamo in un mondo in cui..”) o è un patetico intreccio che verrebbe scartato anche dall’ultimo dei giallisti.

Qui, finalmente, siamo di fronte a qualcosa di diverso. Innanzi tutto c’è la ricerca di uno stile, l’uso di un tono accorato e sentito che permette al lettore di scivolare pian piano nel particolare mood del romanzo: dolente, onirico, allegorico, rarefatto.

L’aspetto fantascientifico è volutamente labile, antologico: c’è una raccolta di topoi della letteratura di genere (l’androide perfetto, la multinazionale onnipotente) che serve a produrre uno sfondo appena accennato, a creare un meta-scenario. La presenza di questi elementi è volutamente citazionista perché l’esigenza è quella di produrre echi nella mente del lettore: è chiaro che non è lì, nel dettaglio informatico o sociopolitico, l’attenzione dell’autore. Il mondo di “Sentieri di notte” è il mondo come è ora, o come potrebbe forse essere un poco più avanti nel futuro; uno scheletro semplificato di cui interessa evidenziare solo la solitudine, il senso di perdita di sé e di autenticità di desiderio degli individui. La fusione e il successivo “off” delle reti energetiche serve solo da innesco, tanto che il romanzo avrebbe potuto essere forse ancora più interessante se la “notte d’Europa” non fosse stata nemmeno spiegata.

La vera storia in questo romanzo è nel disegno di secondo livello: la quest che conduce alla Fonte, la quest di O’Rourke (altra evocazione: come non rammentare, con i suoi tormenti, la figura di padre O’Rourke di simmonsiana memoria?).

E’ in questa forma particolarmente rara di ibridazione che troviamo un assoluto tratto di novità. Romanzi di formazione, quest spirituali, storie allegoriche tipicamente utilizzano il fantastico, l’horror o, al massimo, la fantasy, mentre qui si è fatto un esperimento ardito: quello di mettere in scena elementi metaforici, ma anche la loro fisicità scientifica/fantascientifica.

E’ così che possiamo trovare quello che è forse l’elemento più riuscito di tutto il romanzo: il Bianco, questo protagonista che sembra solo un contraltare cromatico del Nero della notte d’Europa e che è invece il cuore angosciato e angosciante del romanzo. Nebbia metafisica, lattiginoso regno della memoria e dell’inconscio, fisica sostanza disgregante la materia, è un simbolo sovraccarico di significati. Contrariamente al Bianco di Cecità di Saramago, però, è un Bianco aperto, un Bianco che permette la comunicazione, il recupero di ricordi perduti, il saldarsi di connessioni fragili, quasi spezzate. E’ come un inconscio condiviso, una memoria comune; in questo senso è l’opposto dello spettro della notte d’Europa: là, l’orrore evocato è solitudine, regressione ad uno stato animale, guerra. Qui il Bianco nasconde, nella sua natura apparentemente ostile di “bug”, l’opportunità di una crescita. E questa crescita è uno dei messaggi più forti di cui l’autore intesse il romanzo, rivelandoci che forse, più di ogni altra cosa, si tratta di un diario: la storia del superamento di un dolore.

Alla fine, più che l’androide, le atmosfere alla Sandman, gli scenari wendersiani, la rarefazione di personaggi e trama, quello che resta davvero nella mente del lettore è il senso di pacificazione: una pacificazione che brilla lontana come una luce al di là di ogni ombra, come una Fonte al di là di ogni mare, ottenuta attraversando campi di spine, ma per questo più preziosa.

Un’opera particolare, dalla realizzazione non facile: ma grande nelle sue intenzioni. Leggeremo il seguito, perché sappiamo che questa storia continuerà e vogliamo conoscerla fino in fondo.

Denise Bresci