La grande truffa del decostruzionismo e il fallimento delle forze progressiste nell’epoca dei social media

Tra i tanti spunti di riflessione suggeriti dalla vittoria di Trump alle presidenziali americane quello che più ci riguarda si collega con tutta probabilità all’effetto boomerang della deriva decostruzionista in corso nei saperi umanistici da quasi un ventennio. Sembrerebbe che, come spesso capita, alcune forme di pensiero elaborate nell’ambito del pensiero di sinistra come strumento per combattere er capitale si siano rivelate efficacissime armi della destra più estrema, dalla Alt-right fino al KKK, per sgominare l’establishment democratico, colluso con la finanza globalizzata. Questa narrazione dei partiti democratici o socialisti istituzionali che in Europa come negli USA sarebbero appunto teleguidati dalla grande finanza globalizzata chiude il cerchio di quello che storicamente pensiamo come un emiciclo, il parlamento, grazie all’attività di gruppi che tradizionalmente si situano fuori dalla dimensione istituzionale della politica.

In sostanza, da una parte e dall’altra, varie voci cosiddette alternative al sistema copongono la distanza tra destra e sinistra, ricorrendo allo strumento postmodern per eccellenza, il decostruzionismo della narrazione egemone, quella, per l’occasione, delle élite liberal colluse con la finanza globalizzata, che poi sarebbe Soros. In questo modo si spiega bene perché Slavoj Žižek avrebbe votato per Trump, considerando Clinton pericolosissima per il mondo intero, e non sorprende che Breitbart News abbia prontamente rilanciato la notizia con gran clamore, segnalando contestualmente che «far-left progressive Jill Stein has similarly attacked Clinton for pretending to be socially progressive–describing her as a “corporatist hawk” who is “hostile” to the desires of progressives». Questo sentimento, effettivamente diffuso tra una parte significativa dei sostenitori della candidatura Sanders, è condiviso da varie ultraminoranze della sinistra europea, tra le quali circola da mesi la parola d’ordine secondo la quale «tanto peggio tanto meglio» (così se riattizza er conflitto sociale e famo la rivoluzione).

Dalla parte opposta la «destra alternativa» americana, ma anche quella Europea, che vede una prospettiva di inquadramento «istituzionale» in personaggi come Farage, Le Pen, Salvini, ma in Italia anche nel Movimento Cinquestelle, vede nell’elezione di Trump una vittoria dell’Occidente oppresso dal femminismo, dalla cultura del gender, dal relativismo multirazziale, propagandati dai media ufficiali su input della finanza globalizzata. Queste due visioni opposte e speculari trovano un punto di contatto sotto la superficie del dibattito politico ufficiale, nella comune analisi della fase politica, centrata sull’idea che Clinton negli USA e i partiti socialisti in Europa siano forze egemonizzate dal capitale finanziario globale, ma soprattutto nel comune ricorso ad una strumentazione dialettica comune, quella suggerita dalle varie vulgate correnti del decostruzionismo postmodern.

Colpisce molto a questo proposito la riflessione di Leonardo Bianchi sulla Alt-Right che ha supportato dalla pancia dei social media la campagna di Trump, soprattutto quando segnala il l’intervista del New Yorker a Mike Cernovich, gestore del sito «Danger and Play» e proprietario di Cernovich Media, intitolata Trolls for Trump. Certamente significativo è il passaggio in cui Cernovich spiega che: «è inutile combattere la battaglia con i media sul *loro* campo; bisogna spostarsi altrove: su Twitter noi possiamo controllare la narrazione». Ma soprattutto un altro passaggio è particolarmente illuminante: «I read postmodernist theory in college. If everything is a narrative, then we need alternatives to the dominant narrative […] I don’t seem like a guy who reads Lacan, do I?».

Da quarant’anni le discipline umanistiche che investigano la verità storica sulla base di evidenze positive, storia, storia dell’arte, della musica, della letteratura, filologia, archeologia, si trovano investite da uno sterile dibattito sulle derive del significato, la mobilità e l’inafferrabilità del dato positivo di riferimento e/o la sua configurazione ideologicamente preconcetta. Soprattutto nei paesi anglosassoni questo dibattito ha preso la piega di una requisitoria contro ogni forma di affermazione che si presuma veritiera, che pretenda di esprimere una verità, quandanche sia documentata e comprovata da evidenze positive. Sembrerebbe che la verità debba essere una e una sola, che cioè ogni forma di conclusione positiva implichi una visione egemonica del potere, tale che nessuna verità ufficiale può darsi ed essere considerata tale, poiché ogni forma asseverativa è soltanto una formulazione prospettica che, decostruita, spogliata dei suoi orpelli retorici, rivela l’ossatura dialettica del Discorso dominante.

Durante un convegno a Stanford sulle Teorie del Romanzo per il Secolo XXI facevo parte di uno sparuto gruppo di europei da tutti etichettati come «The Positivists» per il solo fatto di pensare che non puoi farti pagare per formulare le domande alle quali devi dare una risposta. Peraltro, scoprii che questi celebri colleghi versati nel campo dei postcolonial studies parlavano e capivano un’unica lingua, l’inglese, pretendendo di occuparsi di Postcolonial Hindi Literature, ad esempio, e che i più noti autori postcoloniali, soi-disant cinesi o afgani, avevano in realtà un degree in creative writing a Harvard. Se la decostruzione del discorso egemone ha finito per prendere questa piega, appare piuttosto conseguente che l’esclusione dal dibattito sulla democrazia ed il suo funzionamento delle discipline che accertano la verità dei fatti su base documentaria abbia condotto a conclusioni del tipo di quelle formulate da Cernovich.

D’altra parte aveva certamente ragione Moretti, quando a nota 24 di pagina 199 di Modern Epic: The World-System from Goethe to García Márquez diceva che «in a hundred-odd pages, the book by Deleuze and Guattari [Kafka: Towards a Minor Literature] contains a truly impressive amount of nonsense; just the opposite, to be fair, of Derrida’s essay on Ulysses, which in the same number of pages says absolutely nothing» (in Italiano è in Opere Mondo, ma non ce l’ho sotto mano). Il nonsense di Deleuze e Guattari, così come il puro nulla di Derrida hanno prodotto come unica conseguenza l’accesso di massa alla conclusione che qualsiasi cosa dici è solo narrazione, poiché ogni discorso è rappresentazione del potere e non c’è un principio di verifica o falsificazione che possa consentire di distinguere il vero dal falso. Come potrà stupire che, alla fine della fiera, non si ricorra ai «testi di teoria postmodernista» per smontare la narrazione egemone, quanto piuttosto, come proprio Cernovich ci spiega, per costruirne un’altra alternativa a quella delle élite intellettuali liberal colluse con la finanza internazionale?

Nel suo editoriale del New Yorker intitolato An American Tragedy, David Remnick osserva come l’erronea certezza che «Breitbart News, a site of vile conspiracies, could not become for millions a source of news and mainstream opinion» abbia influito sull’esito delle elezioni americane. Aggiunge Remnick che «the alt-right press was the purveyor of constant lies, propaganda, and conspiracy theories that Trump used as the oxygen of his campaign», dando notevole peso all’orchestrazione complottista centrata sull’uso spregiudicato dei social network, anche in considerazione del fatto che «Steve Bannon, a pivotal figure at Breitbart, was his propagandist and campaign manager». Ma la questione è forse più complessa, come suggeriscono alcuni fatti che vengono alla mente alla rinfusa e ai quali certamente altri se ne potrebbero aggiungere.

Ad esempio il fatto che all’indomani dalla vittoria Breitbart titolava a caratteri cubitali «Shock — and Awesome: Movement of Ordinary Americans Stun Global Elite». L’enfasi va, ovviamente sull’impiego dell’espressione movement, tipicamente impiegata a caratterizzare i movimenti per i diritti civili e quelli liberal degli anni sessanta contro la guerra nel Vietnam. Nel momento in cui i suoi esponenti sono stati individuati come élite liberal collusa con la finanza globale, cioè con quell’uno percento reso famoso dalla campagna di Occupy Wall Street, l’approccio centrato sulla contestazione cambia di segno, facendosi strumento di propaganda razzista, xenofoba, omofoba, sessista, misogina, antisemita, invece che il suo contrario.

Anche in Italia “il movimento” era tradizionalmente quello di sinistra radicale, prima di diventare quello delle Cinquestelle e proprio osservando i fatti dal vero laboratorio dove questi processi vengono testati in anteprima, l’Italia appunto, colpisce il post del blog di Grillo in Italia all’indomani della vittoria di Trump, soprattutto quando dice che «i veri eroi siamo noi! Eroi che sperimentano, che mettono insieme i disadattati e i falliti». Come al solito Grillo dice cose vere: rivendicandosi il ruolo di sperimentatore, spiega il punto nodale della questione che ruota attorno al consenso e al modo di ottenerlo, mettendo insieme i disadattati e i falliti, dando loro una prospettiva, riportandoli nel campo del dominio pubblico, sottraendoli alla loro solitudine, offrendo loro l’occasione di tornare sul palcoscenico della vita come attori del discorso corrente. Tutti i personaggi che (insieme a Lorenzo Declich) abbiamo menzionato qui, tipo Povia e Marco Carta, hanno in comune questa cosa di essere dei falliti, dei disadattati, figure presto bollate come improponibili e scaricate giù nel cesso dai media ufficiali, ma ripescati grazie alla rete.

Infiniti altri disadattati sparsi per il mondo hanno trovato una istrionica seconda vita grazie all’invasamento complottista antielitario: poveri diavoli comuni insieme a tizi del Grande Fratello e cantanti falliti o Grillo stesso, divenuto celebre in TV per i suoi monologhi complottisti e poi scaricato nel cesso a sua volta, poiché borderline col telepredicatore. Grillo la saldatura “in basso”, nella parte invisibile del cerchio politico, l’ha realizzata di sicuro, reclutando disadattati e falliti di destra e sinistra. Negli USA il discorso sarà certamente diverso ed è da verificare fino a che punto sia comprovato dai fatti il ragionamento che Michael Moore faceva già in luglio, affermando che i voti in base ai quali Trump ha vinto siano stati, appunto, quelli dei lavoratori bianchi dell’industria pesante degli stati intorno ai grandi laghi (i primi dati sembrerebbero dire che non è andata proprio così, in realtà).

Certo, in perfetta consonanza col ragionamento di Grillo (formulato appena pochi minuti prima), il primo tweet da presidente di Donald Trump, dice: «such a beautiful and important evening! The forgotten man and woman will never be forgotten again. We will all come together as never before». Anche lui stesso, Trump, si presenta come un ripescato, un “dimenticato” che, insieme a tutti gli altri dimenticati dall’establishment, si accinge a riprendere il centro della scena. Come non percepire l’eco delle parole d’ordine di Occupy Wall Street: siamo il 99% dei dimenticati, degli abbandonati, sfruttati dal famoso 1%: riprendiamoci il centro della scena, riprendiamoci l’America.

Si parla molto in questi giorni della rivincita del maschio bianco dimenticato, ma si fa anche fatica a capire quando mai abbia perso. Questo ragionamento ha senso soltanto se si parte dal presupposto che i messicani, i latini in generale, i neri, gli asiatici non abbiano ancora nulla da perdere, dopo otto anni di presidenza del primo non-bianco nella storia. Ma sappiamo anche benissimo che non c’è nulla di più falso, se ci atteniamo ai dati che descrivono la vita materiale delle persone negli Stati Uniti d’America.

Il discorso cambia, certo, se dalla dimensione economica della vita materiale, concreta, dunque dei fondi pensione, dell’accesso al college, al credito, alle professioni redditizie, ci spostiamo in quello spazio sempre più importante nella vita pubblica dell’emotività, cioè della «condizione percepita», potremmo dire, mutuando una categoria recentemente coniata a proposito delle previsioni del tempo. Quello che conta, in sostanza, non è tanto quanto caldo fa in termini di temperatura assoluta, ma quanto caldo senti tu, in base a quanto pesi, a quanto reggi l’umidità, eccetera: lo stesso vale per la politica.

Tra le spiegazioni di carattere economico del successo di Trump l’unica che sembrerebbe tenere in una qualche misura è quella che anche in Italia spiega bene il successo del Movimento Cinquestelle, e in Inghilterra Brexit, cioè la paura della proletarizzazione di ritorno che ossessiona la microborghesia alimentata dal debito pubblico, privato o entrambi, come negli USA. Questo ceto, che non può essere ricompreso in un ragionamento sul concetto di classe, è un po’ lo stesso dappertutto. Per l’Italia se ne parlava qua, ma il modello di ragionamento è il medesimo che può applicarsi ovunque (non solo in “Occidente”).

A ben vedere il vero complottone è quello di Grillo, Farage e Trump, che hanno avuto l’intelligenza di canalizzare l’odio che i cosiddetti “disadattati e dei falliti”, come li chiama Grillo, per le élite di intellettuali liberal e il loro sistema di valori, caratterizzato in senso progressista. Xenofobia e razzismo, omofobia, disprezzo per il diverso in genere sono gli aspetti sinistri di questo meccanismo di rivincita dell’uomo qualunque, dei suoi valori cosiddetti semplici e tradizionali, contro il relativismo borghese delle élite intellettuali. D’altra parte, se la vuoi mettere sul piano della narrazione, perché da trent’anni almeno hai decostruito il ragionamento sulla verità, viene da sé che, non avendo una narrazione altrettanto forte, come lo era ad esempio quella di Obama, non fomenterai mai una costituency determinata come quella dei cosiddetti populisti.

Per questa ragione fanno pena quelli che oggi provano a capire le ragioni di questa sconfitta epocale, il combinato di Brexit più Trump per capirci, nei termini di un discorso che vada a pescare dati di concretezza, di vita materiale. Se la politica fosse oggi alimentata da quei dati, se le scelte delle persone avessero qualcosa a che fare con quella realtà materiale, è ben evidente che saremmo di fronte a ben altri esiti. Questo lo sa bene Cernovich, il guru dell’Alt-Right di cui si parlava, che, parlando del suo blog, racconta a The New Yorker come «at first it was about how to pick up women. Its name comes from Nietzsche», il famoso passaggio di Così parlò Zarathustra secondo il quale il vero uomo vuole soltanto due cose, il pericolo e il gioco e per questa ragione vuole la donna, il giocattolo più pericoloso.

Soltanto una donna completamente subornata dal maschilismo strisciante, vittimizzata dalla cultura del patriarcato, potrebbe mai trovare intrigante la routine di seduzione di un povero disperato pickup artist. La stessa logica parrebbe applicarsi al campo della politica, quando l’elettorato al quale aspiri è sostanzialmente analfabeta, sprovvisto di senso critico, dunque facilmente sedotto da un discorso asseverativo senza filtri. Se è vero che, quando ti confronti con questo genere di interlocutori, «Misogyny Gets You Laid», come Cernovich scriveva sul suo blog prima di dedicarlo al cento per cento alla campagna di Trump, misoginia, omofobia e razzismo possono contribuire in maniera decisiva all’elezione del Presidente della più grande democrazia del mondo.

Se vogliamo trovare una formula per raccontare in che modo il decostruzionismo abbia vinto la sua battaglia possiamo usare di nuovo le parole di Cernovich, quando ci spiega che qualunque cosa si dica, dall’insulto razziale alla minaccia di stupro, dalla violenza verbale al commento arrogante, dalla dichiarazione d’amore a quello che vi pare «it’s a funny thing people say, or post, or whatever […] It’s just a thing on the Internet». Per questa ragione non dovremmo prendere sul serio il linguaggio omofobo, misogino, razzista dei leader della destra: nella sostanza è soltanto un modo di costruire una narrazione che serve a portare alle urne un pubblico stanco e annoiato, alla ricerca di «danger and play». Il sottotesto è che sarebbe un po’ come quando vuoi caricarti una ad una festa o dove che sia: mica pensi davvero tutto quello che dici per sedurla, cerchi solo di risvegliare il suo desiderio, poi l’indomani la deluderai certamente in un modo o in un altro, ma che te ne frega più?

In sintesi, trent’anni di Foucault e Derrida, Deleuze e Guattari non hanno prodotto come effetto la decostruzione del discorso egemonico del capitalismo imperialista e delle sue articolazioni sessiste, maschiliste, xenofobe, razziste, antisemite. Piuttosto hanno determinato l’impressione che nulla di vero si possa dire, poiché ogni asserzione è portata da soggetti che adottano una posizione precisa nello schema dei rapporti di forza, dunque sono parte in causa del discorso del quale si fanno portatori. La sovrapposizione e intersecazione di piani e livelli, favorita dalle infrastrutture reticolari dei social network, fa si che un ragionamento basato su dati di realtà, supportato da evidenze positive, valga quanto, anzi meno, di un meme del cazzo o di un hashtag, poichè, alla fine, «It’s just a thing on the Internet».

La storia della cultura sa essere paradossale, è ben noto. Per questa ragione non sorprenderà che un ragionamento nato per dar voce alle minoranze, e in particolare alle donne oppresse da patriarcato e misoginia, agli omosessuali vittime di modelli sociali ipocriti e omofobici, alle masse di sfruttati figli di schiavi e/o immigrati africani o asiatici e latini, divenga invece uno strumento nelle mani di studentelli maschi bianchi razzisti, misogini e omofobi, che fanno della decostruzione del discorso egemone la principale arma contro l’establishment politico e finanziario, impersonato dalla prima donna candidata alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. L’Italia, sempre in prima fila quando si tratta di sperimentare modelli culturali alternativi, ci aveva già mostrato in che modo la teorizzazione bachtiniana sulla scatologia carnevalesca potesse diventare arma potentissima in mano alla microborghesia terrorizzata dalla crisi, che rappresenta la principale costituency del Movimento Cinquestelle (se ne parlava qua).

Date queste premesse, non sorprende che ovunque, in Europa come negli USA, le forze del campo progressista fatichino ad elaborare una linea politica attraente per l’elettorato, centrata su un’idea di verità, di realtà delle cose, su come funziona il mondo, poiché la favoletta decostruzionista ha, nei fatti, decostruito proprio e soltanto le sue solide basi dogmatiche. Il salto nel buio operato in Italia con Renzi, al grido di «con lui si vince», si basa chiaramente sulla suggestiva ipotesi che uno come lui possa essere in grado di canalizzare la stessa costituency sulla quale contano i populisti in una direzione di sopito appagamento, fornendo narrazioni rassicuranti, corroborate da bonus stipendiali che consentano di consolarsi con l’hobby professionalizzato, soffocando l’ansia della proletarizzazione di ritorno. Questa opzione sarà duramente messa alla prova in Italia nelle prossime settimane, quando il popolo sovrano si esprimerà sul referendum costituzionale, politicizzato all’estremo proprio nel senso demagogico che qui si intende, con vere e proprie campagne di denigrazione delle cosiddette oligarchie geriatriche dei costituzionalisti e dell’ANPI, delle élite intellettuali, della gauche caviar.

Questa prospettiva di riassorbimento democristiano della crisi della microborghesia alimentata dal debito nel quadro rassicurante del Partito Mondo (se ne parlava qua), garantito da un leader istituzionale che rottama le élite e garantisce tutti in un modo o nell’altro, potrebbe anche essere suggestiva, qualora funzionasse, cosa della quale c’è da dubitare profondamente. Quanto a lungo una prospettiva del genere può mantenersi in equilibrio tra la spinta populista crescente e la risposta tecnocratica, l’unica che il potere in ogni sua forma si stia dimostrando capace di dare? Per metterla molto semplice, sembrerebbe che la cosa non possa funzionare perché, alla fine, un leader progressista non può comportarsi come un seduttore occasionale, che deluderà domattina la sua base di consenso per partire alla ricerca di nuove avventure.


Show your support

Clapping shows how much you appreciated Anatole Pierre Fuksas’s story.